La suora giovane

Trama

Torino, dicembre 1950. Antonio Mathis è un impiegato quarantenne che trascorre la sua esistenza prigioniero di una routine asfissiante, fatta di un lavoro ripetitivo, di una relazione grigia e meschina con Anna, di un rapporto ambiguo con la collega Iris. Ma qualcosa di nuovo irrompe nella sua vita: è l’incontro con una giovanissima novizia, Serena. Per lungo tempo, ogni sera alla stessa ora, Antonio e la misteriosa ragazza si trovano ad aspettare il medesimo tram e non si parlano; ma l’interesse è reciproco e così, finalmente, Antonio rompe il ghiaccio. In una lunga conversazione notturna, che avviene nel palazzo in cui la novizia assiste un uomo morente, emergono i sogni della ragazza, che non vuole diventare suora, non vuole tornare a Mondovì – il suo paese d’origine – ma desidera sposarsi. Antonio si lascia travolgere da un innamoramento inaspettato che lo atterrisce, finché la giovane d’improvviso scompare. L’uomo va a cercarla a Mondovì e, parlando con i  genitori di Serena, contadini distrutti  dalle fatiche di un’esistenza grama, scopre alcune scomode verità.

Commento

Pubblicato per la prima volta nel 1959, La suora giovane è un bellissimo, intenso, breve romanzo di Giovanni Arpino. La vicenda, raccontata dal protagonista sotto forma di diario, si dispiega lungo un breve arco di tempo, fra il 10 dicembre del 1950 e il 2 gennaio 1951. Antonio è il paradigma dell’inetto, del timoroso, del conformista inserito nell’agghiacciante meccanismo di un’esistenza incolore, da cui si lascia dominare passivamente:

Non ricordo un amore da ragazzo, se non stupidaggini o porcherie. Ho dimenticato persino i nomi di qualche lontana amicizia. Ma quanti saranno con me?
Non ho mai fatto politica, non sono sportivo, non sono buono a spingermi, nelle vacanze, dove altri vanno, magari faticosamente, pur di vedere, toccare con mano, curiosare.
Non so niente. I giorni mi sono scappati via come le notizie dei giornali, a cui credi e non credi […].

Così, quando scopre di provare un forte interesse per questa piccola suora sconosciuta, è sconvolto: per un uomo di quarant’anni, che ha sempre cercato di stare nell’ordine, è una brutta storia.

Serena è, all’inizio, una figura senza voce che impariamo a conoscere attraverso le parole e l’emotività di Antonio. Quando poi, dopo una lunga attesa, i due si parlano, la ragazza svela  tutta la sua inaspettata vitalità, la sua ansia di vivere, i suoi tanti sogni, la sua intelligenza. Travolge Antonio con un fiume di parole ed è sincera nel mettere in luce anche le miserie della sua esistenza. Ma c’è un problema: Serena ha fretta, mentre Antonio è vittima della propria insicurezza e ha una fidanzata-amante di cui vuole liberarsi.

I personaggi di contorno sono delineati con precisione chirurgica attraverso poche frasi e alcuni gesti che ne ritagliano impietosamente la grigia mediocrità. A questo riguardo è emblematica la cena della vigilia di Natale, che Antonio trascorre con Anna, Iris e il volgare collega Mo, e che lo disgusta in maniera irreversibile, mostrandogli tutto lo squallore di chi lo circonda e della sua stessa esistenza.

La vicenda di Antonio è accompagnata in ogni istante dall’atmosfera invernale che avvolge Torino, altra grande protagonista di questo romanzo. E spesso è una Torino notturna, sferzata dal gelo, ostile, con strade ghiacciate e deserte:

Aveva nevicato, le strade erano lame di ghiaccio, i fili della luce pendevano lampeggiando, la seguivo in un quartiere che conosco appena […]. Camminava una ventina di metri davanti a me, attenta al marciapiedi ghiacciato.

Questo ghiaccio e questo freddo tagliente si adattano a un personaggio che teme persino la sua ombra, che si vergogna del sentimento che prova e che cerca disperatamente una via per costruirsi una nuova esistenza:

Le sette. Devo uscire. Ci fosse almeno gran nebbia lungo il viale: mi sentirei più protetto. Perché ho anche paura degli altri, di occhi curiosi che mi sorprendano. Certamente anche lei ha questa paura.
Il corso solitamente è deserto, con luci fioche che oscillano al vento invernale, non c’è che un caffè, lontano, e il largo davanti alla Chiesa della Gran Madre che luccica di intrichi di rotaie. Ma quando sono su quella pedana mi pare che milioni d’occhi spiino dalla siepe lungo il fiume, dalle cupole secche degli alberi, mi pare che tutto il mondo trattenga il fiato per sorprendermi e balzarmi addosso.

Perché leggere questo romanzo:

– per la bellezza dello stile, asciutto, elegante, con una sintassi semplice e un tono a volte così concitato da far emergere l’ansia ricorrente e la profonda lacerazione interiore del protagonista.

– per la possibilità di tuffarsi nell’Italia degli anni Cinquanta del secolo scorso – l’Italia del dopoguerra – e scorgerne alcuni valori, stili di vita e aspirazioni. La buona letteratura, infatti, non è un’impresa artistica fine a se stessa, ma è anche storia, costume, filosofia, psicologia, sociologia. Inoltre l’Italia di quasi settant’anni fa è l’Italia dei nostri genitori o dei nostri nonni, il mondo da cui proveniamo; e conoscere il nostro passato prossimo ci consente di comprendere meglio il presente e di attuare confronti, porsi domande, rivedere certe nostre convinzioni.

– perché descrive con spietato realismo i vuoti conformismi e le meschine banalità che avviluppano certe esistenze, soffocandole, svuotandole di significato.

– perché il finale svela ciò che spesso non vogliamo né vedere né sapere, e cioè che l’amore, quello vero e quindi raro, rende generosi, aperti e solidali.