Questo silenzio

C’è questo silenzio, intorno, e tutto immobile, tutto immobile tranne l’acqua – e il respiro lieve. C’è questo silenzio, e questo pomeriggio vuoto che non sa morire – la luce, il giorno interminabile, il tempo che verrà.

C’è questo silenzio, intorno, e l’inverno è arrivato e scomparso in fretta – debole, risentito, avaro. C’è questo silenzio, e la primavera come sfondo, la primavera che non so – si sfalderà d’improvviso e saremo travolti. C’è questo silenzio, intorno, e tu che passeggi e io che ti vedo – trasparente, muta, un velo.

C’è questo silenzio, e il non poter dire, e soltanto l’assenza.

Alberi in fiore

Nel parco sotto casa mia, un albero è già ricoperto di fiori bianchi. Lo guardo stupita dalla finestra della sala e, in lontananza, scorgo anche delicate tinte rosa intrecciate a rami marroni, che parlano di un altro albero in fiore. La primavera è in anticipo, mentre l’inverno si è limitato a un passaggio fugace, sotto tono, come se avesse perso, chissà per quali ragioni, tutta la sua consueta arroganza.

Ma dell’inverno abbiamo bisogno, anche soltanto per desiderare la primavera e apprezzarla, e per prepararci a nuovi ritmi; dell’inverno abbiamo bisogno per temprarci, abituarci all’essenziale, chiudere porte e finestre e imparare ad aprirle soltanto al momento giusto. Peccato allora che, quest’anno, l’inverno si sia negato. Ingeneroso, egoista o forse soltanto troppo debole per imporsi.

Magia d’inverno

Questa mattina, al risveglio, ho trovato il volto severo dell’inverno: il cielo sbiadito, quasi assente, e l’asfalto bagnato sulla strada quieta. Di sabato, quando la frenesia della settimana ormai finita cede il posto a un ritmo più tranquillo, questi toni cupi avvolgono ogni cosa come a proteggerla, cullarla, rasserenarla. E allora ci si sente qui e altrove nello stesso tempo, e forse non si desidera altro.

È la magia dell’inverno, la più sottile, quasi inafferrabile – un velo trasparente che conferisce senso a ogni cosa.

Solo chi ha compreso

Sono stata esaudita: l’inverno, oggi, sta facendo il suo dovere. Piove da un cielo incolore, e piove con calma. Dalla finestra della sala, vedo gli alberi in fila sulla strada, rigidi e scuri, mentre il sentiero del parco, proprio qui sotto, è già invaso dall’acqua. Ma non avverto alcun sentimento di tristezza. Mi sembra persino di averli visti in sogno, quegli alberi, tanto tempo fa, un sogno a occhi aperti: ho sempre desiderato tornare qui, un giorno, a trascorrere l’autunno e l’inverno, e così è successo.

Non provo alcuna tristezza perché c’è qualcosa di nobile e dignitoso nella strada silenziosa e grigia, negli alberi senza foglie, nella severa sobrietà dell’insieme. Ci si sente in pace, protetti, in armonia col mondo – come un morbido gatto che si rifugia dentro una scatola e l’invade col suo calore.

L’ho già scritto: l’inverno ci sfida a comprendere l’importanza dell’essenziale, delle poche cose che davvero contano lungo questo cammino. Perché prima o poi, che lo si voglia o no, le foglie cadono, il cielo si fa cupo, il gelo diventa pungente, le porte restano chiuse; e, a quel punto, soltanto chi ha compreso la bellezza degli alberi spogli, e la loro tenacia, riesce a proseguire.

Caro inverno, cerca di fare il tuo dovere

Il bel tempo domina imperterrito da molti giorni, e bisogna ammettere che il sole d’inverno è piacevole perché mitiga il gelo, almeno per qualche ora, e ci consente di uscire senza ombrello e senza sguazzare in pozzanghere fangose. Però, quando penso che verrà un’estate infuocata e che il sole ci perseguiterà con sadismo almeno per tre mesi interi, vorrei che arrivasse qualche giornata scura, nebbiosa o almeno un po’ cupa, una di quelle giornate che fanno amare follemente la casa, i termosifoni accesi, le coperte pesanti, ma anche certe belle passeggiate nei parchi cittadini semi-vuoti, frequentati da poche persone calme, riflessive e amanti del silenzio.

Perché passeggiare significa pensare, raccogliersi, sognare a occhi aperti, parlare con chi non c’è più, e d’estate, col sole a picco sulla zucca, il corpo odiosamente gocciolante e lo sbracamento generale tutt’intorno, niente di questo è possibile. Al massimo, se tutto va bene, si cammina come zombie tentando di articolare qualche pensiero appena decente con l’aiuto di un neurone ancora in vita; e questo tra musica a tutto volume, proveniente da vari luoghi di ritrovo che ormai spuntano come funghi, urla di persone che, a quanto pare, si divertono, e vari eventi cittadini rumorosissimi – balli, canti, frastuoni assortiti spesso indecifrabili. Uno strepitare continuo, insomma, un regredire al tempo delle clave e delle caverne.

E io ne sono qualcosa perché, di fronte al palazzo in cui vivo, sebbene per mia fortuna a grande distanza, c’è il Teatro delle Passioni e il mitico cinema all’aperto. Immagino di non dover spiegare oltre cosa succede durante le lunghe serate estive, sette giorni su sette. Una volta è persino capitato che, nello stesso momento, davanti al bar del teatrino suonassero musica e, a pochi metri di distanza, trasmettessero un film. Sembrava di trovarsi in un manicomio. Ma chi è il genio che inventa questi trattenimenti in contemporanea? Farne uno per volta no, eh?

Ecco che allora mi auguro che l’inverno faccia il suo dovere fino in fondo, e cioè che ci dispensi anche nebbia e pioggia e un po’ di neve, in modo da lasciarci immergere del tutto nell’atmosfera della stagione, per farcela gustare fino in fondo, col suo silenzio, la sua dignità, la sua compostezza.

Di nebbia, gelo e inverno

Ieri c’è stato un nebbione da film horror: camminando, non si vedeva nulla a un metro di distanza. E che dire del freddo? Gelo puro a tratti intollerabile. Però ha il suo fascino, anche se non mi aspetto che tutti condividano quest’opinione un po’ bizzarra. Certo è che, in simili condizioni climatiche, si apprezza la vita domestica e si apprezzano anche i pranzetti succulenti.

Se potessi scegliere, se avessi modo di sconvolgere le leggi della natura, esisterebbero soltanto due stagioni: autunno e primavera, una perfetta alternanza fra due diverse dolcezze. Ma, visto che non posso mutare l’inesorabile ordine delle cose, ammetto di apprezzare anche il freddo inverno, pungente e cattivello, ma con il grande merito di renderci attivi e di spingerci a mille riflessioni.

Intanto, buon proseguimento di settimana a tutti coloro che passeranno su questo blog.

Gli alberi d’inverno

Durante l’infanzia e l’adolescenza, gli alberi spogli m’infondevano un’enorme tristezza. Adesso, invece, il mio sguardo è cambiato e penso che, quando si cominciano ad apprezzare i tronchi e i rami scuri, si è raggiunto un equilibrio profondo, si è raggiunta la capacità di muoversi nel mondo avendo compreso ciò che davvero conta, ciò che è essenziale, ciò che basta quando il resto si è dissolto – ed era un bene che si dissolvesse. In fondo gli alberi spogli sono la cifra più autentica di questa stagione, che c’insegna il valore della serietà, della concentrazione, dell’autosufficienza.

Di mattina, quando l’oscurità sta svanendo e il giorno comincia appena il suo cammino, è bello vedere gli alberi spogli sulla strada, soprattutto quando la nebbia li accarezza, velandoli. Ci si sente avvolti da un calore misterioso, da una forza inspiegabile, e no, non si ha bisogno di altro.

Luci e oscurità

Quando cala la sera, mi piace guardare le luci colorate – le luci di Natale – che fendono l’oscurità. Al di là dei vetri, al di là della portafinestra della cucina, lo spettacolo è coinvolgente e rassicurante: sui balconi dei palazzi e delle villette tanti colori, diverse armonie, intermittenze rosse, argento, oro, verde e blu salutano le feste e l’inverno, trionfano sul gelo e sulla nebbia. Sono il segno della festa, della nostra vitalità dirompente nonostante il gelo.

Soprattutto prima di cena, quando in genere esco per una breve passeggiata, mi piace vedere questo sfolgorio di luci mentre attraverso Viale Buon Pastore e i passanti sono rari, a parte le automobili che invece non mancano mai. L’inverno è duro, tutte le meraviglie dell’autunno sono scomparse: gli alberi sono soltanto scheletri rigidi e scuri, le poche foglie sui marciapiedi sono secche – miseri frammenti della stagione ormai dissolta -, ed è la monotonia del grigio scuro a dominare lungo le strade. Ma queste luci,  questo fremere audace di colori nella notte interrompe la severità dell’inverno. Come fosse un bel regalo.

L’inverno s’insinua

Questa mattina pioviggine, nebbia e freddo hanno abbracciato la città: è l’inverno che s’insinua con forza, è l’inverno che irrompe sulla scena mentre l’autunno sta morendo.

L’inverno è l’essenziale, ciò che resta quando il superfluo è svanito, quando i colori troppo vivaci sono spenti. Ecco perché l’apprezziamo soltanto quando ogni cosa è tornata al suo posto, quando si ha la saggezza di chiudere molte porte, quando lo sguardo è mutato per sempre e ne siamo incantati.

Le ultime foglie, là dove ancora resistono, sono avvizzite.