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Posts Tagged ‘inverno’

Ricordi a gennaio

Sono state giornate fredde, queste, ma anche soleggiate. Da sabato, però, l’umore del cielo è cambiato, e l’inverno ha assunto i suoi toni consueti. Mi chiedo se verrà la neve.

Nel tardo pomeriggio, al buio e con i lampioni accesi, camminare nel parco significa entrare in se stessi, guardare il mondo da un’altra prospettiva, porsi domande, cercare risposte e, soprattutto, vedere ciò che la luce del giorno dissolve.

E infatti qualcosa è accaduto: per la prima volta, venerdì scorso, passando davanti alla casa della mia infanzia, ho visto me stessa nell’atto di uscirne durante una freddissima mattina di gennaio di tanti anni fa. Era la mattina in cui, con la mia famiglia, mi trasferii in centro storico. Ricordo che fui la prima a lasciare la casa e che, mentre mi allontanavo dal cancello, stava cominciando a nevicare.

Ecco, mi sono improvvisamente rivista proprio come allora – ho quasi sentito la me stessa di allora – mentre camminavo voltando le spalle a quella casa, senza provare alcun sentimento di tristezza.

Non so perché, ma sono contenta di aver vissuto nuovamente quella scena.

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Come una fiaba

L’inverno che accompagna le nostre giornate è fatto di mattine gelide, di umide nebbie, di paesaggi aspri e incolori, di fango marrone. Però ci piace immaginarlo così, come se fossimo in una fiaba: la neve che scende senza interruzione, e tutto quel candore che diventa pace infinita.

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Ho già raccontato che, quasi ogni sera, faccio una breve passeggiata verso la via in cui trascorsi l’infanzia e la prima adolescenza. Ho cominciato questo “rito” durante l’autunno per poter camminare con l’oscurità.

L’oscurità vela, nasconde, protegge; e l’oscurità delle stagioni fredde è anche la certezza di non incontrare persone sul proprio cammino, o di incontrarne pochissime, silenziose e inclini a raggiungere in fretta le proprie case, inclini a dileguarsi nel buio, come fantasmi giunti da chissà dove. Così, quel tratto di strada resta quasi interamente mio, e posso pensare, ritrovare, capire. Capire quale sia l’incantesimo che mi sta tenendo prigioniera.

Quando me ne andai da questo quartiere, non vi tornai quasi più. Forse tre o quattro volte al massimo, sempre in fretta e senza provare alcuna commozione. Certo, lo avvertivo come un luogo a me familiare; però lo consideravo una parentesi che non si sarebbe mai più riaperta. Ero giovanissima, guardavo al futuro e volevo chiudere alcune porte. Ma forse la chiusi troppo in fretta, quella porta; forse ci fu qualcosa di sbagliato in quel voltare le spalle così deciso, come se per me cominciasse un’epoca del tutto nuova. Come se bastasse lasciare una casa per modificare un’esistenza.

Adesso che mi trovo di nuovo qui, nel mio vecchio quartiere, avverto tutta la forza del passato che ha chiesto di tornare, imponendosi. Ecco perché esco nell’oscurità e compio quel cammino: perché voglio restare sola con i miei pensieri, ma anche perché ciò che sta accadendo è un mistero, perché non mi è ancora tutto chiaro, perché sono sicura che ci sia altro da scoprire.

In primavera e durante l’estate ho evitato queste passeggiate. Ricordo che sono passata una o due volte davanti alla mia vecchia casa, ma senza entrare nel cortile. Non ero ancora pronta per farlo, e poi tutta quella luce – la luce della bella stagione – era in contrasto con il mio stato d’animo del momento.

Ma, a partire dall’autunno, le cose sono cambiate a poco a poco e, quasi senza accorgermene, sono giunta al momento decisivo. Dapprima mi sono limitata ad arrivare fino alla “mia” casa, per poi tornare indietro (l’ho fatto persino il 25 dicembre); e, qualche giorno fa, è avvenuto il passaggio fondamentale, quello che finora non avevo avuto il coraggio di fare. Sono entrata dalla parte posteriore del condominio, che è rimasta aperta proprio come quando io ero bambina. Sì, è un palazzo un po’ particolare: esiste un cancello chiuso, ma c’è anche una parte dalla quale si accede al cortile liberamente.

E così sono entrata, sono andata in cortile e ho visto che la finestra del mio vecchio tinello, al primo piano, era chiusa, le tapparelle completamente abbassate, nessuna debole luce a indicare una qualche presenza. Allora ho girato a sinistra e ho guardato le altre finestre – la cucina e il bagno -, e anche quelle erano chiuse; e poi ho voltato di nuovo a sinistra, e lì, le due finestre delle camere da letto anch’esse chiuse. Tutto sbarrato. Ho guardato allora i nomi sul citofono, accanto al portone d’ingresso, e mi sono accorta che l’appartamento in cui ho vissuto tanto tempo fa è il solo in cui, al presente, non abita nessuno. L’unico appartamento vuoto in tutto il palazzo.

Come se mi aspettasse.

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Percorso d’inverno

Quest’immagine rimanda a un paesaggio diverso dalla realtà. Oggi, infatti, il cielo era azzurro e soleggiato nonostante il freddo, tanto da sembrare un bizzarro presagio di primavera. Ma gli alberi spogli, in fila lungo la strada e nel parco, parlano dell’inverno appena iniziato.

A volte, prima di cena, m’immergo nell’oscurità del parco. Basta poco: scendo, esco dal portone, svolto a destra ed è fatta. Lungo il sentiero, pochi lampioni accesi, rarissimi passanti, il tempo per pensare – e per dileguarmi nel buio.

Il parco è piccolo, pochissimi minuti e arrivo proprio là, dove voglio. Arrivo in quella strada che non so definire, che mi sembra quasi fuori dal mondo; quella strada cui non ho pensato per tanti lunghi anni, quella strada che credevo dissolta nella nebbia del tempo. Scomparsa per sempre, forse persino disprezzata.

Invece è lì, eternamente immobile, identica a se stessa nonostante le troppe stagioni trascorse una dopo l’altra. Quando l’ho rivista per la prima volta, lo scorso aprile, è stata una rivelazione: come tornare d’improvviso a un passato mai sepolto, come se tutti gli anni trascorsi fossero stati soltanto un estenuante preludio a questo ritorno. Come se quella strada mi aspettasse. Perché quella strada è un passaggio, un collegamento.

L’ho detto: è rimasta la stessa. Assomiglia a un borgo rurale, con le sue casette piccole e silenziose e quelle insolite curve, quelle strane svolte che sembrano entrarmi dentro. Le curve, la breve discesa, alcune villette; e poi la via in cui trascorsi la mia infanzia. Tutto come se non l’avessi mai lasciato.

E mentre cammino, mentre stupita affronto quelle curve e persino l’asfalto sembra volermi parlare, rivedo soltanto due stagioni: l’inverno e la primavera. Non ne esistono altre. Rivedo l’inverno e torna l’infanzia, rivedo la primavera a torna l’inizio dell’adolescenza. Bastano due curve, due brevi svolte per vedere. E per sapere.

Intanto, buon anno a tutti.

 

 

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Gli alberi sono ormai senza foglie, poveri tronchi  e rami scuri inermi, costretti a tollerare il freddo. Ma la nebbia del mattino, densa, li avvolge quasi a proteggerli. La nebbia che sfuma ogni contorno, che ammorbidisce e nasconde, che sembra dormire e poi destarsi. Comincia l’inverno, con il suo grigio profondo – e il fango sulle strade, e il labirinto dei ricordi.

E allora buon Natale e buon inverno.

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Il sole sta accompagnando questi ultimi giorni d’autunno, dopo la pioggia che ha trasformato ogni cosa. A predominare è il giallo delle foglie sui marciapiedi, lungo i viali del parco, sugli alberi che ancora non sono spogli. Ma il rosso è ormai quasi scomparso, quel rosso acceso che riveste i cespugli durante il mese di ottobre, quando l’autunno è un’armonia di sfumature audaci e l’inizio di un mistero infinito.

Alla fine di novembre, l’autunno assume un tono solenne e un umore quasi tetro. Se ne comprende tutta l’importanza, se ne afferra tutta la grandezza; eppure il suo enigma resta intatto, come fosse un richiamo verso l’eternità.

Ma ora è dicembre, il mese della festa. Il centro storico è addobbato come non mai: sembra un gioiello prezioso quando l’oscurità del pomeriggio si affanna a ricoprirlo, e le luci si accendono per sfidare la notte e il gelo. Natale comincia mentre l’autunno si dissolve adagio, una mattina dopo l’altra, fra la nebbia o la pioggia. E si dissolve composto, calmo, silenzioso, così com’è arrivato.

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A febbraio

A febbraio, alcune giornate sono talmente cupe da mutarsi in vane attese, speranze inconsistenti aggrappate a un mondo chiuso in se stesso, rannicchiato nello spazio angusto della sua incomprensibile apatia. In altri momenti, invece, febbraio sembra destarsi dal suo torpore: improvvisamente lieto, talvolta persino vivace, comincia a narrare allegre storie di primavera.

Febbraio è, nello stesso tempo, l’immobilità opprimente della crudeltà invernale e la gaia dolcezza della stagione che verrà. Eppure, nonostante tutto, non riesce a incantare – febbraio no, non riesce a stupire -, perché in fondo è un’anima semplice, un’anima  cui mancano certi improvvisi sussulti, le tante screziature autunnali – e quei silenzi, gli interminabili silenzi di ottobre, che racchiudono segreti e discorsi infiniti.

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