Estate, marachelle e libertà

Era giugno, in Tuscia e al mare, e stavamo trascorrendo il mese in una bella villetta. Quell’anno eravamo in sette: io, mia madre, mio zio con la sua famiglia e i miei nonni. All’epoca – un’epoca non poi così remota – era normale  fare le vacanze in gruppi familiari allargati: ciò non era considerato né vergognoso né sinonimo d’immaturità.

Ricordo che, una sera, mentre tutti si trovavano a tavola assorbiti nelle loro chiacchiere, io e mio cugino, dopo esserci scambiati un’occhiata d’intesa, ci alzammo calmi e sereni e, con notevole disinvoltura e audace sprezzo del pericolo, trotterellammo serafici verso la porta di casa, che era aperta, e uscimmo tranquilli al buio per andarcene in spiaggia, cosa che, almeno in teoria, non avremmo dovuto fare.

In spiaggia, a quell’ora, non c’era nessuno. Restammo lì circa venti minuti, a giocare con la sabbia e ad ascoltare il rumore del mare. Poi rientrammo e ci accorgemmo che la nostra assenza non era stata notata. Così, ci sedemmo sul divano con i volti angelici e innocenti, ma intimamente soddisfatti di aver gabbato la nostra parentela.

Gabbare genitori e parenti era uno sport che amavamo molto, perché era un modo per renderci un po’ indipendenti e per provare qualche emozione – la gioia di farla franca con qualche minuscola marachella. Nella casa in appennino, dove trascorrevo il mese di agosto, io e mia cugina raggiungevamo la felicità suprema quando i nostri familiari, dopo pranzo, si sedevano in giardino intenti a chiacchierare e, le donne, a lavorare a maglia o all’uncinetto. Per me e per mia cugina era un sollazzo indescrivibile poter inforcare la Vespa a motore spento, e lanciarci in discesa oltrepassando il cancello senza che nessuno se ne accorgesse. Se ne accorgevano però al ritorno, quando il motore della Vespa era, per forza di cose, in piena funzione, e noi ci divertivamo come matte nel constatare quanto fosse facile eludere la sorveglianza degli adulti.

Certo, in se stessi sono episodi insignificanti, racconti da poco, che qualcuno definirebbe racconti di una piccola vita – sempre ammesso che ce ne sia una grande, di vita. Ma tralascio l’argomento per cristiana misericordia. Ciò che invece m’interessa, ossia il motivo per cui ho scritto questo post, è la malinconia che ogni tanto mi assale quando penso all’impossibilità di provare le medesime emozioni adesso, da adulta. Ormai, se voglio uscire di casa a qualsiasi ora, non ho bisogno di squagliarmela di nascosto provando un po’ di sana adrenalina nel farlo; ormai posso prendere la porta in qualsiasi momento e andare fuori, portando con me il solito fardello di pensieri.

Sembrano sciocchezze, ma, a pensarci bene, tali non sono. Qualche volta sarebbe bello tornare indietro almeno per un giorno, e rivivere quel magico senso di libertà e di onnipotenza destinato a non ripresentarsi mai più.

Di casi, memorie e coincidenze

Mi accorgo che, in questi ultimi tempi, parlo spesso di me stessa, cosa che, in passato, ho fatto con una certa parsimonia. Il problema è che, per ora, non so scrivere diversamente. Questi post, allora, sono forse adatti agli amici virtuali di lungo corso, quelli che frequentano il mio blog da anni e che non si spaventano leggendo certi argomenti. Il contenuto del post non è allegro: chi non se la sente di leggerlo, lo salti.

In questo periodo, il più bel momento della giornata arriva quando, dopo cena, mentre a poco a poco cala la sera, mi siedo sul balcone della cucina e resto sola a guardare il cielo immenso sopra di me, gli alberi sul ciglio della strada e le case in lontananza. Si vede persino la Ghirlandina che, tutta bianca, sfida l’avanzare delle tenebre quasi fosse un faro nella notte, un punto di riferimento, una certezza.

Ci sono due balconi in questa casa: oltre a quello che ho appena descritto, ce n’è un altro, in camera da letto, che si affaccia su un parco lungo e stretto. Sì, proprio su un parco: dal balcone, e anche dalla finestra della sala – io mi trovo al quarto piano -, gli alberi e il viale del parco sono lì, sotto i miei occhi, separati soltanto da una piccola striscia di cortile. E allora già immagino che vertigine di colori e di malinconia e di emozioni senza fine sarà durante l’autunno, anche perché, di fronte a me e oltre il parco, c’è una casa a tre piani che sembra venuta a noi dall’Ottocento. Un piccolo palazzo d’altri tempi, solido e all’antica. Soltanto lui in mezzo a case molto diverse. Eppure basta a creare la giusta atmosfera.

Ricordo che, durante l’infanzia, evitavo accuratamente questo piccolo parco, che collega Via Peretti e Via Pagliani, perché era piuttosto squallido; e lo evitavo così tanto da non ricordarne neppure l’esistenza. Quando mi trasferii in centro storico, lo dimenticai completamente. Ma adesso, a distanza di molti anni, è cambiato: gli alberi sono cresciuti e finalmente sono diventati belli e rigogliosi.

Il punto, però, è un altro. Il punto è che a volte capitano cose strane, coincidenze particolari. Nel febbraio del 2016, sognai un amico di mio padre scomparso tre anni prima. Nel sogno m’invitava a salire in macchina con lui e io, a malincuore, accettavo. Aveva l’aria allegra, l’aria di chi vuole fare una sorpresa gradita. Ebbene, nel sogno mi condusse proprio in questo parco, in questo luogo al quale non pensavo mai, e, con un ampio gesto delle mani, me lo mostrò come se si trattasse di chissà che bellezza; ma io restavo profondamente delusa, perché il parco era circondato da mura, era privo di alberi e di fiori e, in terra, era a malapena coperto da erba sottile e molto rada.

Sempre in quel periodo, cominciai a pensare spesso a questo quartiere, dopo tanti anni in cui per me era stato del tutto inesistente, un niente assoluto. Quando mi accadeva – quando d’improvviso mi tornava in mente – provavo una sensazione indefinibile, una sorta di desiderio e di timore allo stesso tempo: era come se volessi tornare e come se, però, temessi di essere costretta a farlo; era come se, dopo un lungo oblio, queste strade, questi angoli, questi alberi mi stessero chiamando, stessero reclamando la mia attenzione. E ciò mi inquietava perché si accompagnava a vaghi terrori, a strane malinconie, a sensazioni oscure. Poi mi tornava alla mente anche il parco del sogno, quel parchetto che nella vita reale avevo sempre disdegnato, che avevo attraversato a malapena una volta o due durante la mia infanzia guardandolo con disprezzo.

Ed eccomi qui, nel 2018, ad abitare proprio accanto a quel parco, così vicina che mi sembra quasi di abbracciarlo. E non sono stata io a scegliere questa casa; non avrei neppure mai immaginato di potermi trovare, un giorno, scaraventata qui, a forza, dopo un lutto. Costretta a tornare nei luoghi della mia infanzia e della prima adolescenza in un momento tanto delicato.

Ma i particolari casi della vita non terminano qui. Lo scorso gennaio, all’ospedale, nel reparto in cui era ricoverata mia madre, incontrai una dottoressa che mi spiegò cosa stava succedendo, ossia che non c’erano più speranze. Non avrei mai riconosciuto quella donna, vedendola; ma, sentendo il suo nome e il suo cognome, e sapendo che aveva la mia stessa età, mi accorsi che si trattava di una mia ex compagna di prima elementare, prima elementare che frequentai alla scuola Giovanni Pascoli, proprio a poca distanza da dove abito ora. L’anno successivo cambiai scuola e così persi di vista tutte le vecchie compagne; però, avendo moltissima memoria, ho riconosciuto subito in quella dottoressa la bambina che, nella fotografia di classe della prima elementare, mi era addirittura seduta vicina.

Così, quando adesso cammino lungo Viale Buon Pastore per andare in centro storico, rivedo ogni cosa: rivedo gli infiniti passi fatti qui, da sola e insieme a mia madre, in tutte le stagioni; poi, quando arrivo davanti all’edificio che, tanto tempo fa, ospitava la scuola elementare, rivedo anche quella mia compagna di classe, quella seduta vicina a me nella fotografia e che ho ritrovato soltanto, dopo molti anni, lo scorso gennaio. In un momento cruciale.

Dalla finestra

Avviso: questo non è un post allegro. Perciò, chi non se la sente di immergersi in una lettura faticosa e opprimente, farebbe bene a evitarlo. Da parte mia, posso soltanto dire che mi dispiace di non riuscire a scrivere diversamente. 

Dalla finestra della sala vedo alberi verdi a profusione. Il fatto è che ho cambiato casa, almeno temporaneamente, e in questa strada gli alberi sono tanti. Ma dover traslocare subito dopo un lutto è un’esperienza pessima: è una violenza, una fatica del corpo e dello spirito, un’ulteriore frattura dell’anima. E poi, come se non bastasse, mi trovo addirittura a vivere nel quartiere in cui trascorsi l’infanzia e la prima adolescenza, persino a pochi metri dalla strada in cui abitai all’epoca. Quasi superfluo dire che, in questo momento, ne avrei fatto volentieri a meno.

Provengo da una devastante esperienza di malattia e di amore – lunghi anni di malattia e di infinito amore, di preoccupazioni e di cura, di stanchezza fisica e mentale. A tre mesi esatti dalla perdita mia madre, a stento mi accorgo che è primavera, nonostante viale Buon Pastore sia tutto in fiore: è il viale che ho percorso quasi ogni giorno durante la mia infanzia, in tutte le stagioni, sotto la pioggia e sotto il sole, molto spesso con mia madre.

Anche se ho vissuto più a lungo in centro storico – e lì tornerò – tutte le memorie legate all’infanzia e alla prima adolescenza qui riemergono con forza da sole:  in ogni angolo, in ogni strada, in ogni palazzo ritrovo la mia esistenza di tanti anni fa, che significa ritrovare gli anni più importanti, forse quelli decisivi, nel bene e nel male. I ricordi sono talmente nitidi, talmente particolareggiati, da non lasciarmi tregua. E così avverto un senso di orrore, orrore profondo nonostante il sole, nonostante la quieta bellezza della primavera. Avverto un senso di orrore perché mi sembra ingiusto essere qui proprio adesso.

Anche per questo fatico a scrivere e ho voluto dirlo a chi ha la bontà di leggere e commentare nonostante tutto.

Pettinature imbarazzanti

Alzi  la  mano  chi  non  ha  mai  patito, da  infante, autentiche  violenze  alla  propria  capigliatura, violenze  perpetrate  da  genitori  e  parrucchieri  ‘disinvolti’  e  insensibili. Io  ricordo, ad  esempio, lo  stato  in  cui  ridussero  una  mia  povera  cugina: le  tagliarono  i  capelli, che  aveva  folti  e  belli, fino  alle  orecchie; però, da  un  lato  i  capelli  le  scendevano  sulle  orecchie  piatti, mentre  dall’altro  avevano  un  orrido  rigonfio, tutto  sporgente  all’infuori,  che  la  faceva  sembrare  pazza. Comprensibili, dunque, i  suoi  molti  pianti  dopo  l’infausta  seduta  da  quel  parrucchiere  sciroccato.

E  che  dire  della  pettinatura  in  stile  Napo  Orso  Capo? Eccola:

napo

A  un  mio  amichetto  d’infanzia, dotato  di  tanti  bei  capelli  ricci  e  scuri, fecero  un  taglio  un  po’  spregiudicato  ottenendo  proprio  una  pettinatura  del  genere. Il  poverino, dopo  essere  stato  ridotto  in  simili  condizioni, si  chiuse  in  una  sorta  di  mutismo  per  almeno  una  settimana, mentre  genitori  e  parenti  lo  accusavano  persino di  avere  un  brutto  carattere  perché  troppo  taciturno. Come  si  suol  dire, becco  e  pure  bastonato.

E  ora, qualche  pettinatura  orrida  per  adulti:

capelli

Anche  sforzando  parecchio  le  meningi, non  si  riescono  ad  afferrare  i  reconditi  motivi  per  i  quali  bisognerebbe  andarsene  in  giro  conciate  in  questo  modo.

D’altra  parte, al  peggio  non  c’è  mai  fine:

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La  pettinatura  in  cespuglio-style  pare  poco  adatta  alle  comuni  giornate  di  lavoro, anche  se  forse  ha  il  vantaggio  di  poter  essere  utile  nella  stagione  fredda, perché  riscalda  le  orecchie. E  vi  pare  poco?

Ma  perché  non  rivolgerci  ai  cosiddetti  trend  del  momento? Pare  che  questa  sia  una  tendenza dell’inverno attuale:

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E  se  questa  roba  è  di  tendenza, preferisco  senz’altro  essere  fuori  moda. L’unico  discutibile  vantaggio  di  questa  specie  d’acconciatura  è  la  possibilità  che  offre  a  qualche  smarrito  volatile  di  eleggerla  a  proprio  nido.

E  voi  che  ne  dite?

Libere uscite

Durante  l’infanzia, uscivo  molto  spesso  da  sola: passeggiavo, andavo  a  fare  la  spesa  in  alcuni  negozi  del  mio  quartiere, mi  muovevo  senza  paura  e  con  sicurezza. Ricordo  che  cominciai  a  fare  tutto  ciò  già  all’età  di  otto  o  nove  anni. Per  la  mia  generazione – e  non  parlo  certo  di  chissà  quanto  tempo  fa – era  un’abitudine  abbastanza  generalizzata: i  genitori  ci  fornivano  alcune  raccomandazioni  di  base, tipo  non  parlare  con  gli  sconosciuti, non  salire  in  macchina  con  nessuno, non  accettare  caramelle  o  altro  da  nessuno  e  avvertimenti  simili. Io, che  ero  sveglia  e  avevo  un  caratterino  già  molto  forte,  ascoltavo  e  poi  uscivo  senza  farmi  problemi. Però  la  società  era  molto  diversa – Modena  stessa  era  molto  diversa.

Io  abitavo  al  quartiere  Buon  Pastore, un’area  residenziale  tranquilla, non  degradata  e  dalla  quale  si  poteva  raggiungere  il  centro  storico  in  un   quarto  d’ora  di  cammino. Quando  io  e  una  mia  amica, ancora  bambine, uscivamo  da  sole, in  realtà  eravamo  comunque  in  compagnia, perché  le  persone  anziane  che  abitavano  nella  nostra  stessa  zona  costituivano  un  involontario  gruppo  di  controllo. Ad  esempio, dopo  aver  fatto  cento  metri  scarsi  di  strada, incontravamo  la  rezdora  che  viveva  in  un  condominio  poco  distante  dal  nostro  e  si  informava  su  cosa  stessimo  facendo  e  dove  stessimo  andando; poi, dopo  altri  cinquanta  metri,  magari  trovavamo  un  umarell  che  ci  fermava  per  scambiare  due  battute; per  non  parlare  poi  degli  anziani  che  stavano  nei  cortili  a  chiacchierare, non  perdevano  di  vista  la  strada  e  i  bambini  che  passavano,  e  non  erano  mai  avari  di  parole  nei  nostri  riguardi. Insomma, erano  persone  che  avevano  un  senso  della  comunità  ormai  inevitabilmente  scomparso, visto  che, nell’arco  di  due  decenni  scarsi, stili  di  vita, valori  e  mentalità  si  sono  profondamente  modificati. Non  m’interessa  farne  un  discorso  del  tipo  allora  si  stava  meglio; non  m’interessa  perché  so  bene  che, in  realtà, per  alcuni  versi  i  bambini  possono  stare  meglio  ora. Penso  però  che,  forse,  quella  libertà  di  uscire  e  di  muoversi  senza  preoccupazioni  in  una  città  tranquilla,  sia  stata  un  piccolo  privilegio.

Poi  mi  viene  da  sorridere  quando  penso  ai  tanti  divieti  cui  sono  stata  sottoposta, divieti  spesso  privi  di  senso  e  che  a  volte  mi  hanno  anche  penalizzata, come, ad  esempio, il  non  poter  uscire  di  sera  durante  l’adolescenza  e  anche  oltre. Insomma, tanti  divieti  durante  l’adolescenza  ma  piena  libertà  di  andare  a  spasso  per  la  città  quando  ero  molto  piccola. Ognuno  interpreti  come  vuole  questo  tipo  di  educazione. Io  la  considero  un  po’   incoerente, ma  tant’è: questa  è  stata  e  non  posso  modificarla. Qui  sotto, un’immagine  di  Viale  Buon  Pastore:

buon  pastore

(La  foto  è  di  Alessandro  Po  e  proviene  da: http://members.shaw.ca/raising/Modena.photos.htm)

Il sottile, misterioso fascino dell’altalena

altalena

Quando  avevo  nove  anni  e  mi  trovavo  in  vacanza  nella  casa  in  appennino, mi  prese  il  ghiribizzo  di  trascorrere  interi  pomeriggi  scatenandomi  su  un’altalena. Per  far  comprendere  il  fatto, occorre  una  premessa: avevo  due  cugine, una  più  grande  di  me  di  quattro  anni  e  una  più  giovane  di  me  di  un  anno  e  mezzo. Data  la  differenza  d’età, i  miei  passatempi  variavano  a  seconda  della  cugina  con  la  quale  trascorrevo  il  tempo: la  cugina  più  ‘anziana’, in  genere, mi  spingeva  ad  ascoltare  la  musica  che  piaceva  a  lei, mi  portava  in  gita  con  la  Vespa  e, a  causa  dell’età, decideva  a  che  tipo  di  trastulli  dovevamo  dedicarci; con  la  cugina  minore, invece, mi  davo  a  passatempi  un  po’  più  infantili.

E  fu  proprio  con  la  cuginetta  più  piccola  che, all’età  di  nove  anni, presi  l’abitudine  di  sparire  da  casa  subito  dopo  pranzo  e  di  ricomparire  all’ora  di  cena  dopo  aver  trascorso  ore  a  fare  il  bello  e il  cattivo  tempo  sull’altalena  di  un  piccolo  parco  che  c’era  in  paese. Dire  che  sparivamo  da  casa  è  però  forse  un’espressione  troppo   forte. Si  sa, infatti, come  vanno  queste  cose in  un  paese: la  mia  casa  era  vicinissima  al  parchetto  con  le  altalene, tanto  che  mio  padre, con  un  certo  zelo, compariva  più  volte  al  giorno  per  darci  un’occhiata. Io  e  mia  cugina  non  eravamo  contente  di  vederlo  perché  ci  sentivamo  già  grandi –  che  ingenuità! – e  ci  sembrava  di  non  aver  alcun  bisogno  di  un  adulto  che  ci  controllasse. Comunque, così  andavano  le  cose  e  così  trascorremmo  parecchi  pomeriggi, come  del  resto  capita  a  quell’età: talvolta  ci  si  fissa  su  un  determinato  passatempo, per  poi  saziarsene  e  abbandonarlo.

Che  c’è  di  strano  in  questa  mania  dell’altalena? Nulla, se  non  fosse  che  per  me  era  impossibile  andare  in  altalena  con  moderazione. Come  ho  scritto  in  un  altro  post,  qualsiasi  cosa  avesse  a  che  fare  con  la  velocità  stimolava  alcuni  miei  insopprimibili  istinti, trasformandomi  in  una  specie  di  maschiaccio  teppista.  Mia  cugina  spingeva  parecchio  sull’altalena, sì, ma  mai  come  me: io  ero  un’autentica  furia, tanto  che  i  pali  di  sostegno  del  mezzo  arrivavano  a  oscillare  parecchio  a  causa  della  forza  con  cui  mi  trastullavo. Volevo  avvertire  il  brivido  della  velocità, non  c’era  niente  da  fare, e  non  potevo  contenermi. Il  bello  è  che  operavo  con  costanza  invidiabile, senza  stancarmi.

A  un  certo  punto,  tutta  questa  velocità  non  mi  bastò  più  e  decisi  di  divertirmi  con  un  altro  giochetto: lanciarmi   a  terra  dall’altalena  ancora  in  movimento. In  questo  caso  ero  però  abbastanza  prudente, perché  mi  lanciavo  quando  l’altalena  non  era  alla  massima  velocità  ma  aveva  perso  parecchio  vigore. Resta  il  fatto  che  io  lo  facevo  e  mia  cugina  no.

Non  so  poi  come  o  quando  questo  gioco  ci  stancò, ma  accadde  e  allora  ci  dedicammo  ad  altro. In  ogni  caso, la  cosiddetta  fase  dell’altalena  appartiene  all’instancabile  flusso  dei  miei  ricordi  più  cari.

 

Di cataloghi, trastulli e velocità

Da  giorni  avrei  voluto  scrivere  un  post  ma  ho  rimandato  perché, essendo  in  vacanza,  sono  entrata  in  modalità  bambocciona  e  mi  sono  lasciata  trascinare  da  questo  stato di  grazia,  indispensabile  per  ritrovare  le  energie  giuste  utili  ad  affrontare  la  quotidianità. Trovandomi  dunque  in   questa   graziosa  condizione, non  posso  scrivere  un  post  serio: non  riesco, non  mi  viene, non  mi  va. Pertanto  anche  il  post  probabilmente  risulterà  bamboccione.  E  caotico.

Quando  avevo  circa  dieci  o  dodici  anni  e  mi  trovavo  in  vacanza  in  montagna, capitò  più  volte  che  io  e   mia  cugina, che aveva  quattro  anni  più  di  me,  ci  divertissimo  a  fare  le  cretine. Come? Semplice: all’epoca, mia  nonna  leggeva  i  famosi  cataloghi  Postal  Market  e  Cia, che  vendevano  per  corrispondenza  abiti  e  altri  gingilli  strani. Mia  nonna  non  acquistava  nulla  ma  era  abbonata  e  le  piaceva  sfogliarlo. Ebbene, io  e  quella  volpe  di  mia  cugina  prendemmo  l’abitudine  di  sottrarre  quei  cataloghi  a  mia  nonna  per  sfogliarli  da  sole  in  una  casetta  che  avevamo  in  giardino. Niente  di  strano, direte  voi: che  c’è  di  male? Nulla, è  vero. Però  il  nostro  scopo  era  quello  di  ridere  a  crepapelle  e  niente  ci  divertiva  di  più  delle  immagini   degli  abiti  e  degli  accessori  maschili, perché  ciò  ci  consentiva  di  guardare  i  modelli, bei  ragazzi  con  corpi  statuari,  comicamente  impegnati  a  indossare  cose   imbarazzanti  tipo  le  famose  pancere  del  dottor  Gibaud – orrore! –  o  altre  diavolerie  simili. Vedere  un  bellone  sorridente  con  addosso  l’orrida  pancerina  o  le  ginocchiere  di  lana   non  era  un  fatto  che  ci  potesse  lasciare  indifferenti. Inoltre, a  colpire  erano  anche  le  foto  di  singole  parti  dei  corpi, come  nel  caso  dei  calzini – eh  sì, quei  cataloghi  vendevano  pure  i  calzini – per  cui  si  vedeva  solo  la  gamba  del  povero  modello  dal  ginocchio  in  giù,  col  calzino  marrone  o  verde  addosso  e  il  piedino  arcuato  in  posa. Era  soprattutto  il  piede  in  primo  piano  a  farci  ridere  assai.

In  quei  cataloghi  c’erano  poi  anche  oggetti  stranissimi, come, ad  esempio, il  phon  a  cui  si  attaccava  un  inquietante  tubo  di  plastica  a  sua  volta  connesso  a  una  cuffia: la  cuffia  stava  sulla  testa  della  povera  modella, tutta  bella  e  intenta  a  mostrare  la  presunta  praticità  dell’asciugatura  dei  capelli  attraverso  quel  tubo  di  plastica.  Per  non  parlare  poi  di  certi  bizzarri  grembiuli, che  io  non  avrei  indossato  neppure  sotto  tortura, e  di  un  piccolissimo  telaio  del  quale  si  diceva  fosse  adatto  addirittura  per   fare  cappotti  da  adulti, quando  invece  sembrava  al  massimo  adatto  a  fare  un  risicato  vestitino  alla  Barbie. Insomma,  quando  avevamo  un  attacco di  cretinite  acuta, quei  cataloghi  ci  fornivano  abbondanza  di  materia  su  cui  sfogarci.

All’epoca, io  avevo  anche  l’insana  mania  della  velocità. Fin  da  quando  avevo  imparato  ad  andare  in  bicicletta, infatti, avevo  manifestato  un  temperamento  un  po’  strano: a  differenza  delle  mie  amichette,  che  guidavano  la  bicicletta  con  garbo  e  a  velocità  moderata, io  mi  scatenavo  come  una  furia  pedalando  da  vera  ossessa  e  sudando  senza  remore. Amavo  giocare  con  le  bambole, confezionare  loro  vestitini, mettere  in  fila  i  miei  orsacchiotti  di  peluche  e  fare  tante  altre  cose  in  genere  considerate  tipiche  di  noi  femmine; ma  quando  salivo  su  qualsiasi  tipo  di  veicolo  mi  trasformavo  di  colpo  in  un  maschio  mezzo  teppista: volevo  correre, correre, correre  velocemente, senza  sosta, e  provare  anche  a  fare  manovre  strane.

Ricordo  che, una  volta, mentre  ero  impegnata  in  cortile  a  correre  come  una  furia  con  la  mia  bicicletta  intorno  a  tutto  il  condominio, mi  venne  la  brillante  idea  di  fare  le  curve  inclinando  il  mezzo. Insomma, mi  ero  stancata  di  fare  le  curve  senza  provare  l’ebbrezza  di  qualche  pericolo,  e  inclinare  la  bicicletta  il  più  possibile, rischiando  così  di  cadere  al  suolo,  mi  sembrò  il  culmine  della  felicità. E  siccome  non  caddi,  continuai  a  lungo  questo  esercizio spaventando  a  morte  la  signora  C.  che, scesa  in  cortile, diventò  paonazza  quando  mi  vide  così  forsennata. Ricordo  ancora  le  sue  urla: “Mamma  mia! Che  curve  fai! Fermati, fermati!”.

Tutto  questo  spiega, almeno  in  parte, cosa  accadde  quando, a  diciotto  anni, diedi  l’esame  di  guida. Per  l’esame  di  teoria  non  ebbi  alcun  problema, ma  quello  di  guida  pratica  fu – come  dire – un  po’  particolare. A  giocarmi  il  brutto  scherzo  fu  anche  un  pochino  d’ansia; poca, in verità, però  ammetto  di  essere  stata  leggermente  emozionata. E  visto  che  all’emozione  si  sommò  l’impossibilità  di  governare  il  mio  insano  istinto, successe  il  fattaccio. Salita  sulla  vettura  con  l’esaminatrice  nel  sedile  posteriore  e  il  mio  istruttore  accanto, cominciai  a  guidare  alla  media  dei  70  chilometri  orari. Il  problema  è  che  non  me  ne  accorsi  e, a  un  certo  punto, mi  si  spense  il  motore. Risultato: fui  bocciata.

Quando  l’esaminatrice  se  ne  andò, il  mio  istruttore  di  guida, costernato, mi  disse: “Guarda  che  non  sei  sulla  pista  di  Fiorano”. E  io: “Lo  so, qui  siamo  al  villaggio  Giardino. Ma  ero  emozionata”. E  lui  di  rimando: “Sì, ma  ti  rendi  conto  che  viaggiavi  alla  media  dei  70? Io  ho  più  volte  tentato  di  frenare  senza  farmi  vedere  da  quella”. E  io: “Ah! Ecco  perché  mi  sembrava  che  la  macchina  faticasse  un  po’! E  acceleravo”.  😀

 

Gioie infantili

luna  park

Piove, piove, piove. Non  vuole  saperne  di  smettere. Questa  atmosfera  cupa  e  priva  di  sfumature  è  abbastanza  opprimente, tanto  che  la  mia  mente  ballerina  ha  appena  afferrato  un’immagine  primaverile: una  primavera  di  tanti  anni  fa, col  cielo  azzurro, l’aria  tiepida  e  i  prati  in  fiore.

Ho  già  parlato  più  volte, su  questo  blog, della  signora  C., che  abitava  nel  condominio  in  cui  trascorsi  la  mia  discutibile  infanzia. Per chi  non  ricorda  la  signora  C., riscrivo  qualche  utile  dato: la  signora  C. era  maniaca  dell’ordine, tanto  che  in  casa  non  sedeva  neppure  in  salotto  per  non  rovinarlo, aveva  un  marito  sottomesso  e  mite  come  un  agnello   e  un  nipotino  molto  buono  e  simpatico  di  nome  Gianluca. Ebbene, in  un  bellissimo  giorno  d’aprile, uno  di  quei  giorni  in  cui  sembra  che  l’esistenza  sia  la  miglior  cosa  che  ci  possa  capitare  in  sorte, mia  madre  e  la  signora  C. decisero  di  condurre  me  e  Gianluca  ai  cosiddetti  baracconi, termine  modenese  usato  per  riferirsi  a  quel  Luna  Park  che, ogni  anno, compariva  e  compare   in  città  fra  aprile  e  la  festa  del  primo  maggio. A  quell’epoca, i  baracconi  arrivavano  all’ex  autodromo  della  città, ora  trasformato  in  Parco  Ferrari. Siccome  la  giornata  era  bella, mia  madre  e  la  signora  C. decisero  di  raggiungere  il  Luna  Park  a  piedi; così  facemmo  una  lunga  camminata, che  divertì  molto  me  e  Gianluca, piccoli, pieni  di  vita  ed  entusiasti  per  lo  splendore  della  primavera.

Come  ho  già  scritto, Gianluca  era  un  bambino  educato, privo  di  malizie  e  soprattutto  non  violento. All’arrivo  al  Luna  Park, però, anche  lui  cominciò  a  scatenarsi, com’è  giusto  che  sia,   manifestando  il  sanissimo  desiderio  di  salire  su  varie  tipologie  di  giostre. In  ciò  fu  calorosamente spalleggiato  da  me, che, quando  si  trattava  di  certi  divertimenti, non  mi  tiravo  indietro  e  non  sapevo  cosa  fosse  il  concetto  di  paura. Ricordo  che  c’era  una  giostra  con  tutte  macchine,  o  simil-macchine, attaccate  le  une  alle  altre,  che  giravano  velocissime  finché – sorpresa! –  si  alzava  un  bel  telone  e  copriva  le  sacre  teste  (e  pure  le  corna)  di  chi  vi  si  trovava  dentro. Io  e  Gianluca  insistemmo  per  salire  su  quella  diavoleria, mettendo  in  ansia  mia  madre  e  la  signora  C., che  non  conoscevano  quel  tipo  di  giostra  e  non  sapevano  cosa  aspettarsi.

Saliti  a  bordo  della  macchinina  e  partita  la  giostra  a  velocità  molto  sostenuta, io  e  Gianluca  cominciammo  a  sghignazzare  per  la  gioia. Quando, in  lontananza, cominciammo  a  sentire  la  voce  concitata  di  mia  madre,  ormai  in  ansia  vedendo  a  che  velocità  stavamo  girando, ridemmo  ancora  più  forte, con  le  bocche  tutte  spalancate, contenti  di  aver  turlupinato  le  nostre  accompagnatrici. Quando  poi   il  telone  ci  coprì  le  zucche, raggiungemmo  l’apoteosi  della  felicità, mettendoci  persino  a  urlare. Dopo  un  po’  il  telone  si  alzò, la  velocità  cominciò  a  diminuire  progressivamente  e   il  nostro  bel  giro  finì. Terminato  il  divertimento, ci  avvicinammo  alle  nostre  cortesi  accompagnatrici  sorbendoci  gli  inutili  rimproveri  di  mia  madre  e  le  lamentele  della  signora  C., che  iniziò  a  prendersela  col  nipote  per  non  so  più  che  motivo.

A  un  certo  punto, Gianluca, forse  ancora  eccitato  dall’ebbrezza  della  velocità  appena  sperimentata, chiese  a  sua  nonna,  con  aria  un  po’  arrogante, di  comprarle  un  certo  giornalino  a  fumetti. Apriti  cielo! La  signora  C., innervosita  da  tutto  quello  scatenarsi  d’infantili  passioni, attaccò  la  tiritera: eh  sì, perché  mi  avete  stancata, tu  e  i  tuoi  genitori! Non  fate  altro  che chiedermi  questo  e  quello, mi  fate  soltanto  spendere  soldi  e  bla, bla, bla. E  fu  così  che  il  timido, educato  e  gentile  Gianluca, evidentemente  esaltato  da  quel  pomeriggio  di  fuoco, ci  lasciò  letteralmente  di  stucco  perché  urlò  alla  nonna  una  colorita  espressione  in  dialetto  modenese,  che  preferisco  non  riportare  ma  che, grosso  modo, corrisponde  al  vaffa  italiano. Inutile  spiegare  la  reazione  della  povera  signora  C., gonfia  di  bile  dopo  essersi  sentita  appellare  in  quel  modo  non  proprio  elegante.

A  onor  del  vero, dopo  quell’episodio  Gianluca  tornò  a  essere  il  bambino  tranquillo  di  sempre  e, come  testimoniato  dalla  signora  C.  nonostante  il  vaffa, buono  come  suo  nonno. Io, poi, sperimentata  la  frenesia  della  velocità, non  mi  lasciai  mai  più  sfuggire  il  Luna  Park  primaverile  e  cominciai  a  frequentarlo  ogni  anno, arrivando  a   spingere  alcuni  miei  amici  maschi, timorosi  come  coniglietti, sulle  giostre  più  pericolose. Ma  di  questo  e  di  altro  ancora  parlerò  in  futuro. Perciò,  restate  sintonizzati  su  questo  canale. 😀

Di capelli e strani odori

bimba

La  signora  C., quella  che, nel  condominio  in  cui  abitavo  durante  l’infanzia, aveva  un  nipotino  simpatico  e  un  marito  molto  paziente  e  mite, una  volta  convinse  mia  madre  a  portarmi  dalla  sua  parrucchiera  di  fiducia. Io  avevo  sei  anni, una  folta  massa  di  riccioli  castani  scuri  e  nessun  desiderio  di  affidarmi  a  una  parrucchiera. Però  non  si  trattava  di  tagliare  la  chioma, alla  quale  ero  molto  affezionata, ma  di  fare  la  cosiddetta  messa  in  piega; pertanto, sebbene  un  po’  riluttante  e, come  al  solito, con  l’aria  imbronciata, mi  adattai  a  seguire  mia  madre  e  la  signora  C.

La  parrucchiera  di  fiducia  della  signora  C.  stava  in  estrema  periferia, al  quartiere  Madonnina, che  raggiungemmo  dopo  un  lungo  viaggio  in  autobus. Durante  il  percorso, nonostante  i  miei  sei  anni, pensai  che  non  valesse  la  pena  fare  quel  lungo tragitto  per  una  messa  in  piega. Comunque, una  volta  giunte  in  loco, fui  acchiappata  dalla  parrucchiera  che, dopo  avermi  lavato  la  testa, mi  riempì  inutilmente  di  bigodini. Terminato  il  rito  e  asciugati  i  capelli, tornammo  a  casa. Ma  durante  il  viaggio  di  ritorno, sull’autobus  pieno  di  passeggeri, mi  trovai  letteralmente  schiacciata  fra  due  uomini. Fu  così  che, nell’ingenuità  dei  miei  sei  anni, urlai  forte  senza  vergogna: “BASTAAAA! MI STATE  ROVINANDO  LA  MESSA  IN  PIEGA!”. La  signora  C. cominciò  a  ridere  senza  riuscire  a  fermarsi, tanto  che  le  vennero  le  lacrime  agli  occhi. E  dopo, a  distanza  di  anni, ogni  tanto continuò  a  ricordarmi  quell’episodio.

A  dire  il  vero, ne  combinai  anche  un’altra  e  sempre  con  la  mitica  signora  C.  presente. Un  giorno  eravamo  sul  sei  barrato, un  filobus  che  collegava  il  nostro  quartiere  al  centro  storico. Avevo  sei  anni, era  l’ora  di  punta  e  mi  trovai  schiacciata  da  un  signore  piuttosto  alto, o  almeno così  mi  sembrò. Ebbene, il  cappotto  di  costui, la  cui  parte  posteriore era  spiaccicata  senza  pietà  sulla  mia  faccia, non  aveva  un  buon  odore, anzi; così, stanca  a  causa  della  folla  e  non  potendone  più  del  fetore  allegramente  attaccato  al  mio  naso,  gridai  forte: “CHE  PUZZA!CHE  PUZZAAAA!”. Mia  madre, intimandomi  di  tacere, mi  fece  scendere  alla  prima  fermata  disponibile,  avendo  visto  che  ero  irritata  e  ormai  incontenibile; ovviamente  la  signora  C.  ci  seguì  ridendo  a  crepapelle.

Sognando la primavera

in giardino

Il  sole  di  queste  giornate, dopo  la  breve  parentesi  della  neve, è  un  invito  a  sognare  la  primavera, un  richiamo  irresistibile  verso  i  mesi  che  verranno.  Per  me, la  primavera  non  è  tanto  una  stagione  che  ogni  anno  si  rinnova  quanto  un  ricordo, il  ricordo  quasi  incantato  di  un  tempo  molto  lontano. Durante  l’infanzia  e  la  prima  adolescenza, la  primavera  era    meravigliosa, qualsiasi  cosa  accadesse, qualunque  fosse  il  mio  stato  d’animo  del  momento: era  la  vita  innamorata  di  se  stessa  che  emergeva  dalle  gelide  oscurità  della  stagione  fredda, era  il  frenetico  ottimismo  del  cielo  felice, era  la  speranza  in  un’età  in  cui  si  sperava  sempre, a  prescindere  da  tutto  e  persino  contro  ogni  evidenza.

Allora  riuscivo  a  notare  ogni  sfumatura  della  primavera  perché  la  osservavo, la  vivevo, la  sentivo  dentro, era  parte  di  me: una  magnifica, splendente, ingenua  illusione. Ricordo  che  ogni  scusa  era  buona  per  uscire  da  casa  e  correre  via,  magari  soltanto  nel  parco  più  vicino; ma  era  abbastanza  per  lasciarsi  inebriare  dalla  fremente  vitalità  della  stagione  e  gioire  di  essa. Le  giornate  di  pioggia  erano  intervalli  malinconici, che  suscitavano  rabbia  perché  spezzavano  l’allegra  danza   delle  giornate  di  sole; tuttavia, anche  allora percepivo  uno  strano  fascino  nella  pioggia  primaverile, quasi  fosse  un  momento in  cui  comunicare  con  una  dimensione  misteriosa.

Adesso,  della  primavera  apprezzo  l’assenza  di  eccessi, i  momenti  impetuosi  ma  privi  di  cattiveria, gli  sguardi  obliqui  e  curiosi, l’irrefrenabile  desiderio  di  piacere, l’ingenuità  delle   tinte  pastello  che  riescono  a  colorare  persino  le  giornate  più  spente. Ma  ho  la  spiacevole  impressione  che  se  ne  vada  sempre  troppo  in  fretta, assorbita  dalla  prepotente  personalità  dell’estate. E  poi  mancano  certe  illusioni, senza  le  quali  la  primavera  non  può  più  essere  la  stessa.

(Nell’immagine  il  dipinto  In  giardino, di  Giuseppe  De  Nittis)