Il quaderno delle idee

 

Ho un bel quaderno, uno di quei quaderni con la copertina colorata e romantica, tutta a fiori, uno di quei quaderni un po’ fuori moda, che forse non interessano a nessuno. Le pagine sono celesti e di carta riciclata, né a righe né a quadretti. L’ho chiamato il quaderno delle idee, perché vi annoto tutte le suggestioni che attraversano la mia mente in fretta, rapide ospiti destinate a dileguarsi in pochi secondi. Sono gli appunti per elaborare i post del blog, brevi frasi che risalgono improvvise da profondità insondabili, dall’inconscio, dall’io, dallo spirito – chiamatelo come volete, perché non importa: quello è.

Brevi frasi, dicevo. Arrivano mentre cammino lungo una strada stretta, mentre guardo in lontananza nelle sere di nebbia fitta, mentre compio un gesto banale, anonimo, senza alcuna rilevanza. E siccome giungono inattese, hanno la consistenza di veli trasparenti, destinati a lacerarsi subito, in un battito di ciglia. Così afferro il mio quaderno e scrivo di getto, anche soltanto poche parole, e poi lo metto da parte perché so che lui, quelle parole, le custodisce gelosamente.

No, col computer non sarebbe la stessa cosa e neppure con qualche altro dispositivo. Conservo ancora un approccio tutto fisico alla scrittura, quel desiderio impetuoso di abbassare il volto e tuffarlo sulle pagine e abbracciare il quaderno tutt’intero, come se fosse un essere vivente – il più caro, l’amore più grande. Appartengo a un’altra epoca, lo so, comincio già a essere fuori moda, comincio già a essere un po’ fuori da questo mondo. Ma io lo amo, il mio quaderno delle idee, e ne sono persino fiera. È il mio ponte col passato, ciò che ero e che sono rimasta, la continuità che resiste nonostante l’inarrestabile fuga del tempo.

Sul quaderno scrivo anche le liste di libri che leggo. Le scrivo con diligenza, quasi fosse un impegno sacro, e non potrei mai farlo su word, non potrei riuscirci – ho tentato ma fallito. Sono fuori moda, lo so, un po’ all’antica. Ma è così – e altro non riesco a fare.

 

Oggi

Ho  scritto  l’ultimo  post  una  settimana  fa: è  trascorso  davvero  troppo  tempo, almeno  per  me. Ciò  è  avvenuto  non  per  mancanza, ma  per  sovrabbondanza  di  idee  e  di  pensieri. Avrei  potuto  scrivere  quasi  un  post  al  giorno; eppure, l’eccesso  di  suggestioni, di  temi  e  di  riflessioni  che  avrei  voluto  affrontare  si  è  risolto  in  un  nulla  di  fatto. Capita  anche  questo  a  chi  scrive  molto.

Non  posso  abbellire  l’eccessivo  squallore  di  questa  giornata  tetra, umida  e  piovosa. Mi  mancano  le  parole: non  riesco  a  trovare  luce  dove  non  c’è, non  riesco  a  vedere  oltre, perché  oggi  il  mio  sguardo  è  qui, tutto  impigliato  nella  rete  della  logica, della  fredda  razionalità, della  realtà. Perciò  non  posso  regalare  sogni  o  illusioni. Oggi  posso  solo  mostrare  questi  colori, che  mi  raccontano  storie  e  favole  lontane:

sbrana

(Paesaggio, di  Antonio  Sbrana)

 

Alla fine di gennaio


Ho trascorso circa tre quarti d’ora a cercare immagini di dipinti ottocenteschi, perdendomi fra colori e atmosfere ma senza decidermi. In realtà avevo quasi scelto, quando una voce interiore, saggia e cortese, mi ha consigliato di fermarmi. Arriva sempre un momento in cui occorre fermarsi per riordinare le idee, recuperare la necessaria lucidità e attendere che le ombre, almeno quelle più cupe, svaniscano.

Queste giornate di fine gennaio sono sempre freddissime. Tuttavia, sembra che il gelo non impedisca ad alcuni di uscire a quest’ora: dalla strada, infatti, arrivano grida e risate. Il divertimento del venerdì sera prosegue nonostante l’inverno e il copione è sempre lo stesso. Assistendo al ripetersi dei medesimi riti, sulla medesima via e stagione dopo stagione, si ha l’impressione che nulla cambi mai. Eppure qualcosa dovrà mutare.

Gennaio se ne sta andando, terribile come sempre, col suo volto severo e gli occhi duri di chi non riesce a provare alcuna pietà. Ma quasi non l’ho vissuto perché l’ho sentito fuggire via in fretta, e l’ho guardato con freddo distacco, addirittura con una punta di disprezzo. Ormai neppure gennaio riesce a colpirmi. Questa è la prova che gli anni non sono trascorsi invano.