La jena

la jena
Trama
Edimburgo, 1830. MacFarlane (Henry Daniell), un medico famoso e ambizioso, compie studi nel campo dell’anatomia patologica. A causa della sua attività ha bisogno però di cadaveri sempre freschi, che riesce a procurarsi pagando un vetturino di pochi scrupoli, viscido e inaffidabile (Boris Karloff). Costui, infatti, trafuga dal cimitero della città i cadaveri di persone sepolte da poco tempo, per poi consegnarli al medico.
Intanto MacFarlane prende sotto la sua protezione un giovane studente privo di mezzi economici ma brillante. Il ragazzo a poco a poco si rende conto del rapporto che lega MacFarlane al malvagio vetturino, e ne resta molto turbato.

Con il trascorrere del tempo, il vetturino diventa sempre più pericoloso: una volta che MacFarlane ha urgente bisogno di un cadavere per compiere studi particolari in vista di una delicata operazione, non esita a compiere un assassinio.
Il vetturino giunge poi a ricattare MacFarlane che, esasperato, l’uccide. A questo punto il medico è convinto di essersi liberato da un peso; purtroppo, però, non riesce a fare a meno di procurarsi cadaveri, e un giorno va a trafugare il corpo di una donna appena sepolta.
Questo atto gli sarà fatale e lo condurrà a una fine inaspettata e terribile.

Commento
The body snetchers (1945), in italiano noto come La jena oppure L’uomo di mezzanotte, è un bellissimo horror diretto da Robert Wise e tratto da un noto racconto dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson.
Molti sono i pregi di questo piccolo gioiello. Pur essendo stato girato con mezzi finanziari limitati, la ricostruzione ambientale è perfetta, suggestiva e curata in tutti i minimi dettagli: l’atmosfera è tetra e lugubre, come si addice alla trama dell’opera, ma credibile e senza forzature.

Come ogni bel film, anche La jena oltrepassa il genere cui appartiene, cioè l’horror. La psicologia dei personaggi, infatti, è resa con estrema finezza e con una partecipazione emotiva raramente presente in film di questo tipo. Inoltre vengono messe in risalto le conseguenze pratiche della condizione sociale dei vari personaggi. Gli umili non possono difendersi e sono esposti ai maggiori pericoli: sono i cadaveri dei più poveri quelli che vengono trafugati, è lo studente povero a dover assistere impotente a una situazione che giudica immorale ma che non può modificare, è la compagna del dottor MacFarlane che deve accettare di non poterlo sposare a causa della differenza sociale. Ed è una povera mendicante indifesa a finire tra le vittime del malvagio vetturino, un superbo Boris Karloff, talmente convincente nella sua parte da suscitare autentica repulsione nonostante la completa assenza, nel film, di scene forti e di sangue.
La jena, infatti, riesce a incutere angoscia senza mostrare inutili efferatezze, ma soltanto grazie a una sapiente costruzione delle atmosfere, ai bei giochi di luci e di ombre, al bianco e nero e alle particolari inquadrature.

Tetro e commovente nello stesso tempo, inquietante e suggestivo, questo film propone interrogativi etici tuttora attuali e ci parla non solo di vita e di morte, ma anche d’amore e di pietà, di cinismo e di generosità.
Un’opera da riscoprire.
Voto: 8 e 1/2
la jena

Il lupo mannaro contro la camorra

Fra gli irriducibili cinefili c’è un dibattito lacerante ancora in corso: qual è il film italiano peggiore di tutti i tempi? Purtroppo è impossibile rispondere, perché varie pellicole si contendono l’ambito primo posto nella classifica delle ciofeche stratosferiche.

Siccome ho già parlato di Alex l’ariete, mi soffermo ora su La croce dalle sette pietre, un horror del 1987. Il titolo, considerato astrattamente, ossia senza aver visto il film, non induce ad aspettative pessimistiche. Basta però passare al sottotitolo per provare un lieve senso di sgomento: il lupo mannaro contro la camorra. Come direbbe il buon Antonio Di Pietro, che c’azzecca un licantropo con la camorra?

Il protagonista Marco Sartori (Marco Antonio Andolfi), playboy da strapazzo, giunge a Napoli. Qui due ladri da strada gli rubano la croce gemmata che porta al collo e che finisce ben presto nelle mani del ricettatore, chiamato, con l’evidente intenzione di abbattere i luoghi comuni più spinti, Totonno o’ cafone. Purtroppo si tratta di un furto gravissimo, perché il baldo Marco Sartori è stato concepito da sua madre con il demone Aborym, un essere peloso che assomiglia a un incrocio fra uno yeti e un orsacchiotto di peluche gigante raccattato nei rifiuti.
Il povero Sartori, dunque, a causa dei discutibili gusti materni, è condannato a trasformarsi ogni giorno, allo scoccare della mezzanotte, in un lupo mannaro. Grazie però alla croce gemmata che lo protegge, Sartori può evitare la trasformazione.

Dopo il furto, il nostro eroe va alla disperata ricerca della croce, ma purtroppo giunge da Totonno o’ cafone troppo tardi, quando la croce è già stata venduta.

Per quanto riguarda la trama, a questo punto è impossibile proseguire in quanto gli eventi del film – e mi scuso con il termine “film” – sono privi di senso, un’accozzaglia di scene sconnesse recitate da attori visibilmente a disagio. Ci si augura che siano stati presi dalla strada, perché ciò potrebbe in parte salvare la loro dignità.
Sceneggiatura penosa, effetti speciali imbarazzanti, dialoghi che tali non sono a causa del loro ridicolo piattume e altro ancora che è impossibile elencare, considerando la completa follia di questa pellicola.

La trasformazione di Andolfi in lupo mannaro supera poi ogni possibile immaginazione: il povero pirla digrigna i denti a lungo, con lo sguardo nella macchina da presa, mentre gli crescono alcuni peli sul viso finché, alla fine di tale metamorfosi, lo si può ammirare con una maschera di carnevale che gli copre metà volto e due guanti pelosi nelle mani; privo poi di vestiti (sigh!) e persino glabro, indossa solo un pezzetto di moquette per coprirsi ciò che nessuno di noi si augura di vedere.
Ammirate la sua maschera da licantropo:
aborym
Quando questa meraviglia di maschio diventa licantropo, sapete che fa? Squittisce. Eh sì, qui siamo di fronte all’unico caso al mondo di lupo che fa il verso di un topo. Il regista aveva forse assunto qualche sostanza innominabile?

Siccome il film è un’accozzaglia di scene indecorose e illogiche, ne cito una a caso, quella supposta onirica. Il protagonista sogna sua madre e si susseguono così immagini squallide alternate a schermate verdi di cui è impossibile, anche dopo notevoli sforzi, cogliere il significato. In sottofondo si odono suoni che definire musica sarebbe oltraggioso. Ci sembra di capire che Andolfi volesse mostrarci un incubo, ma il risultato è un abominio indescrivibile.
Evito poi di soffermarmi  troppo  sulla  scena finale del film: basti pensare che il nostro eroe si accoppia con una cartomante e poi, allo scoccare della mezzanotte, si trasforma in lupo con conseguenze super-trash ai danni della poveretta.

Per fortuna, all’inizio della ciofeca c’è una scena in cui Andolfi viene picchiato da alcuni camorristi e riceve un bel calcione nel suo posteriore. Magrissima consolazione, lo so, però speriamo che abbia sentito almeno un po’ di dolore dopo il calcio.

Il regista di tanto scempio è addirittura il protagonista del film, il non mitico Andolfi. Avendo forse compreso i notevoli rischi cui sarebbe stato soggetto dopo l’uscita del suo lavoro, a suo tempo ebbe l’idea di cambiarsi nome, firmandosi Eddy Endolf. Noi capiamo la sua scelta, viste le altissime probabilità di una lapidazione pubblica.
Con profondo sconforto, chiudiamo rivelando che Andolfi, per creare tale delirio, usufruì di un finanziamento pubblico.

Dulcis in fundo ecco Aborym, lo yeti-orsacchiotto padre di Andolfi nel film.
aborym