Memorie filosofiche

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Ultimo  anno  al  liceo  classico: l’anno  fatidico, quello  della  maturità. Ricordo  che  cominciò  in maniera  diversa  rispetto  agli  anni  precedenti  perché  i  professori, tutti   concentrati  a  voler  terminare  i  loro  programmi  in  tempo  a  causa  dell’esame, erano  particolarmente  nervosi  e  spesso  in  ridicola  lotta  fra  loro. Ad  esempio, il  docente  di  latino  e  greco, pur  di  portare  avanti  il  programma  senza  interruzioni, aveva  preso  la  discutibile  abitudine  d’interrogarci  sempre  fuori  orario  chiamandoci  durante  le  lezioni  del  professore  di  filosofia, il  quale  si  arrabbiava  per  la  transumanza  di  allievi  che  dovevano  uscire  a  quello  scopo. C’è  da  dire  che  fra  i  due  docenti  esisteva  un  conflitto  di  natura  ideologica: il  professore  di  latino  e  greco  era  un  cattolico  integralista  mentre  il  professore  di  filosofia  era  ateo  dichiarato, cosa  che, nel  nostro  bigotto  liceo  di  provincia, suscitava  parecchio  scandalo; non  era  quindi  raro  vedere  i  due  professori, in sala  insegnanti, lanciarsi  antipatiche  frecciatine. Detto  questo, si  comprende  come  il  professore  cattolicissimo  fosse  felice  di  creare  scompiglio  quando  in  classe  c’era  il  filosofo  ateo.

La  professoressa  di  chimica  e  biologia, poi,  si  divertiva  a  farci  fare  sempre  i  compiti  in  classe  negli  stessi  giorni  in  cui  avevamo  la  versione  di  latino, e  quella  di  matematica  e  fisica  faceva  altrettanto. Non  dimenticherò  mai  quel  martedì  in  cui  fummo  costretti  ad  affrontare  tre  compiti  tutti  insieme:  oltre  alla  versione  di  latino, un  compito  di  chimica  organica  con  trenta  domande  a  cui  rispondere  in  un’ora  di  tempo, e,  dulcis  in  fundo, un  grazioso  compito  di  fisica  all’ultima  ora. A  nulla  valsero  le  nostre  proteste  per  far  spostare  di  qualche  giorno  almeno  la  prova  di  chimica: ci  fu  risposto  che, per  studiare, avevamo  anche  la  notte. Credo  che  questi  dettagli  possano  far  comprendere  perché  quell’anno  l’atmosfera,  in  aula,  fosse  sempre  tesa.

Chi  era  interrogato  fuori  orario  doveva  per  forza  portare  con  sé  un  testimone,  e  io, chissà  perché, ero  molto  richiesta  dai  miei  compagni  come  prezioso  testimone  d’interrogazioni. Pertanto, durante  quel  disgraziato  anno  ebbi  la  ventura  di  fare  molto  moto, uscendo  spesso  dalla  classe  per  sorbirmi  immani  filippiche  di  letteratura  latina  e  greca.  A  volte, però,  mi  seccava  dover  saltare  certe  lezioni  per  vestire  i  panni  della  testimone, e  così  il  mio  nervosismo  aumentava  di  giorno  in  giorno.

Una  mattina  d’inverno, durante  l’ora  di  filosofia, la  mia  tensione  salì  alle  stelle. In  realtà  era  una  tensione  generale  di  tutta  la  classe, chiaramente  avvertibile  quasi  come  se  una  densa  cappa  di  nebbia  si  fosse  formata  nell’aula.  Il  nostro  professore  di  filosofia  era  un  soggetto  difficilmente  inquadrabile. Era  un  uomo calmo, fondamentalmente  buono, però  a  volte  esibiva  un  sarcasmo  molto  fastidioso  e  faceva  affermazioni  strampalate. Non  si  sapeva  mai  cosa  realmente  pensasse. Io  con  lui  avevo  un  rapporto  anomalo: il  mio  profitto  era  ottimo,  però  il  professore  spesso  mi  fissava  in  maniera  strana, a  lungo, intensamente – non  lo  faceva  mai  con  altri-  e  una  volta  mi  disse  una  cosa  che  non  gli  perdonai  più. Queste  le  sue  esatte  parole: “Lei  è  molto  brava, ma  io  non  la  capisco“.

Come  ho  scritto  sopra, non  lo  perdonai. Quelle  parole  mi  diedero  un  fastidio  immenso  perché  le  percepii  come  una  violazione  della  mia  persona  e  della  mia  interiorità. E  fu  così  che,  quel  giorno  d’inverno  in  cui  tutti  eravamo  tesi  come  corde  di  violino, io, sia  pure  involontariamente, trovai  il  modo  di  vendicarmi. Durante  la  lezione,  dato  che  non  desideravo  ascoltarlo, mi  misi  a  trafficare  con  un  foglio  scambiandolo  con  alcune  amiche  che  sedevano  in  prima  fila. Si  trattava  del  classico  caso  di  scambio  di  posta  in  classe: siccome  ero  in  terza  fila, le  fanciulle  della  seconda  facevano  da  tramite  fra  me  e  le  mie  amiche  della  prima. Nonostante  cercassi  di  operare  con  la  massima  prudenza  e  discrezione, nonché  con  volto  imperturbabile  stile  monaco  zen, il  professore, che  come  al  solito  aveva  gli  occhi  belli  puntati  su  di  me  come  se  fossi  l’unica  allieva  in  classe, si  accorse  che  avevo  questo  foglio  ripiegato  in  mano  e  subito  mi  chiese: “Ma  cosa  sta  facendo?”. A  quel  punto  mi  salì  il  sangue  al  cervello  e, nell’arco  di  un  secondo  scarso, pensai : ma  come? Sono  sempre  attenta, sempre  impegnata, silenziosa, non  infastidisco  nessuno, mi  faccio  gli  affari  miei, vado  bene  nella  tua  materia, e  per  una  misera  volta  in  cui  mi  distraggo  un  attimo, solo  un  attimo  maledetto, tu  mi  punti  immediatamente?  Non  è  giusto, considerando  che  qui  è  pieno  di  gente  che  non  apre  mai  un  libro  e  viene  lasciata  libera  di  farlo.  

Come  ho  detto, si  trattò  di  pensieri  elaborati  in  un  secondo  scarso. Infatti, senza  la  minima  timidezza, ma  anzi  con  piglio  sicuro  e  sfacciato, gli  risposi  serafica: “Stiamo  facendo  la  classifica  dei  filosofi  più  belli”. Dopo  un  attimo  di  costernato  silenzio, in  classe  scoppiò  un  vero  e  proprio  boato:  tutti  si  misero  a  ridere  a  crepapelle, increduli  e  divertiti; ricordo  ancora  che  un  mio  caro  amico  era  letteralmente  piegato  in  due  sotto  al  banco  a  causa  dello  shock,  e  non  riusciva  a  riprendersi. La  verità  è  che  nessuno  si  aspettava  da  parte  mia  un’uscita  del  genere  fatta  con  tanta  sprezzante  sicurezza. Il  professore, poveretto,  rimase  basito, immobile  come  una  statua. Forse  all’inizio  non  volle  nemmeno  credere  alle  parole  che  aveva  sentito. Notando  la  sua  incapacità  di  reazione, io  decisi  d’infierire  e  continuai: “A  dire  il  vero  sono  quasi  tutti  brutti, però  abbiamo  scelto  Schiller  perché  ci  è  sembrato  un  po’  più  prestante  nell’insieme”.

Non  ricordo  in  che  modo  il  professore  riuscì  a  ripristinare  la  calma  nell’aula. Ricordo  però con  precisione  che  non  osò  dirmi  mezza  parola. Niente  rimproveri  e  niente  ripicche, perché  alla  fine  del  quadrimestre  in  pagella  mi  ritrovai  il  solito  nove.

Detto  ciò  e  vista  la  lunghezza  del  post, aggiungo  solo  che, in  alto,  potete  ovviamente  ammirare  Schiller. 😀