Di eccessi e Luna Park

La  prima  volta  che  ebbi  l’occasione  di  andare  al  Luna  Park  senza  mia  madre  fu  a  dodici  anni. Con  me  vennero  cinque  persone  fra  ragazzini  e  ragazzine:  tre  compagni  di  scuola  con  cui, alle  medie, ero  molto  affiatata, e  due  amichette  mie  vicine  di  casa. Da  brava  bambina, non  dissi  nulla  a  mia  madre  di  ciò  che  avrei  fatto  quel  pomeriggio,  per  evitare  di  vederla  ansiosa  e  piena  di  mille  paure:  non  desiderava, infatti, che  io  andassi  in  un  luogo  simile  senza  la  sua  presenza. Ma a  quell’età  scalpitavo  per  prendermi  qualche  piccola  libertà  e  non  avevo  alcuna  intenzione  di  perdere  la  possibilità  di  divertirmi  scatenandomi  senza  inibizioni  e  controlli. Così  mentii  sostenendo  con  disinvoltura  che  sarei  andata  al  parco  Tal  dei  Tali  con  alcuni  amici,  e  me  la  svignai  da  casa  con  moto  accelerato.  Era  una  bellissima  giornata  di  aprile, uno  splendore  di  primavera  dolcissima, ed  io  e  il  mio  gruppetto  eravamo  felici  come  lo  si  può  essere  quando  finalmente  si  pensa  solo  a  divertirsi, lasciandosi  alle  spalle  ogni  dovere.

Giunti  nel  luogo  tanto  agognato, cominciammo  a  fare  un  interessante  giro  di  ricognizione. Io, che  all’epoca  non  temevo  nulla, iniziai  subito  a  mettere  gli  occhi  su  tutte  le  giostre  più  ‘pericolose’  e  il  mio  sguardo  di  fuoco  cadde  presto  sull’Enterprise. Ne  ricordo  ancora  il  nome  perché  fu  un’esperienza  particolare: si  trattava  di  un’enorme  ruota  con  tante  navicelle  graziosamente  attaccate  e  tutte  penzolanti; dapprima  la  ruota  girava  su  stessa  lentamente  rimanendo  in  sicura  posizione  orizzontale, ma  poi   si  alzava  verticalmente  rispetto  al  suolo  e  i  soggetti  dentro  le  navicelle  giravano  beatamente  con  la  testa  all’ingiù. Attenzione, non  bisogna  confondere  questo  coso  con  la  Ruota  Panoramica, che  è  molto  più  tranquilla, sicura  e  monotona. Di  quest’ultima  non  ne  volli  sapere  perché, con  l’arroganza  dei  dodici  anni,  la  giudicai  adatta  a   gente  senza  sangue  nelle  vene  e  soprattutto  ai  pensionati. Mi  scuso  coi  pensionati, ovviamente, ma  purtroppo  a  quell’età  la  pensavo  così.

Siccome  su  ciascuna  delle   graziose  navicelle  c’era  posto  per  due, con  piglio  sicuro  e  voce  un  po’  prepotente – eh, che  ci  posso  fare? – chiesi  ai  cinque  del  mio  gruppo: “Chi  viene  con  me?”. Risultato: silenzio  di  tomba, sguardi  abbassati  e  tanta  incertezza. Le  due  ragazzine  non  ne  volevano  proprio  sapere, mentre  i  tre  maschietti  non  osavano  mostrare  la  propria  paura  e  prendevano  tempo, ma   si  capiva  che  avrebbero  preferito  andarsene  altrove. Fu  così  che  io  mi  rivolsi  a  Stefano, un  bravo  bambino  mio  compagno di  classe, e  tutta  giuliva  intimai: “Forza, vieni  con  me!”.  Il  poveretto  avrebbe  forse  potuto  rifiutare? Zitto  e  sottomesso   mi  seguì  prendendo  posto  dentro  il  coso  infernale, mentre  gli  altri   restarono  fermi  a  guardarci  incuriositi.

Una  volta  seduti  dentro  la  navicella, la  mia  gioia  infantile  non  ebbe  limiti. Appena  l’Enterprise  cominciò  a  girare, mi  sentii  entusiasta  e  piena  di  vita; quando  poi  si  alzò  in  verticale  aumentando  la  velocità, mi  sembrò  di  aver  toccato  il  cielo  con  un  dito:  vedere  il  mondo  tutto  capovolto  fu  un’esperienza  da  lasciarmi  senza  fiato.  Poi  il  giro  finì; ma,  a  una  come  me, tanto  amante  del  brivido,  poteva  forse  bastare  soltanto  un  giro? Certo  che  no.   E  così  ne  feci  un  altro  insieme  a  non  ricordo  chi.

Successivamente  fu  la  volta  delle  Montagne  Russe  e  subito  dopo  del  cosiddetto  Tokaido, una  specie  di  treno  scoperto  che  correva  forte  in  un  percorso  da  brivido   tipo  Montagne  Russe. In  questa  mia  frenetica  corsa  al  rischio, agevolata  dal   senso  di  eternità  che  sempre  accompagna  l’estrema  giovinezza, non  mancarono  divertimenti  più  tranquilli, tipo  la  visita  alla  cosiddetta  Casa  degli  Orrori, un’autentica  ciofeca: si  entrava  in  un  tunnel  buio  e, di  colpo, compariva  una  luce  a  mostrare  un  patetico  scheletro  di  gomma  e  un  mostriciattolo  di  cui  non  ricordo  le  sembianze. Quasi  inutile  aggiungere  che  uscii  dal  tunnel  disgustata  e  annoiata.

Di  quel  giorno  non  ricordo  altro, ma  i  fatti  che  ho  riportato  sono  ancora  vivi  nella  mia  mente  perché  rappresentarono  una  piccola  affermazione  di  libertà, fatta  attraverso  una  fuga  dall’universo  familiare  e  dalle  sue  restrizioni. Del  resto, il  processo  di  crescita  prevede  anche  queste  piccole  marachelle. E  per  finire, con  gioia  profonda  e  incomparabile  emozione  vi  mostro  l’indimenticabile   Enterprise:  🙂

Gioie infantili

luna  park

Piove, piove, piove. Non  vuole  saperne  di  smettere. Questa  atmosfera  cupa  e  priva  di  sfumature  è  abbastanza  opprimente, tanto  che  la  mia  mente  ballerina  ha  appena  afferrato  un’immagine  primaverile: una  primavera  di  tanti  anni  fa, col  cielo  azzurro, l’aria  tiepida  e  i  prati  in  fiore.

Ho  già  parlato  più  volte, su  questo  blog, della  signora  C., che  abitava  nel  condominio  in  cui  trascorsi  la  mia  discutibile  infanzia. Per chi  non  ricorda  la  signora  C., riscrivo  qualche  utile  dato: la  signora  C. era  maniaca  dell’ordine, tanto  che  in  casa  non  sedeva  neppure  in  salotto  per  non  rovinarlo, aveva  un  marito  sottomesso  e  mite  come  un  agnello   e  un  nipotino  molto  buono  e  simpatico  di  nome  Gianluca. Ebbene, in  un  bellissimo  giorno  d’aprile, uno  di  quei  giorni  in  cui  sembra  che  l’esistenza  sia  la  miglior  cosa  che  ci  possa  capitare  in  sorte, mia  madre  e  la  signora  C. decisero  di  condurre  me  e  Gianluca  ai  cosiddetti  baracconi, termine  modenese  usato  per  riferirsi  a  quel  Luna  Park  che, ogni  anno, compariva  e  compare   in  città  fra  aprile  e  la  festa  del  primo  maggio. A  quell’epoca, i  baracconi  arrivavano  all’ex  autodromo  della  città, ora  trasformato  in  Parco  Ferrari. Siccome  la  giornata  era  bella, mia  madre  e  la  signora  C. decisero  di  raggiungere  il  Luna  Park  a  piedi; così  facemmo  una  lunga  camminata, che  divertì  molto  me  e  Gianluca, piccoli, pieni  di  vita  ed  entusiasti  per  lo  splendore  della  primavera.

Come  ho  già  scritto, Gianluca  era  un  bambino  educato, privo  di  malizie  e  soprattutto  non  violento. All’arrivo  al  Luna  Park, però, anche  lui  cominciò  a  scatenarsi, com’è  giusto  che  sia,   manifestando  il  sanissimo  desiderio  di  salire  su  varie  tipologie  di  giostre. In  ciò  fu  calorosamente spalleggiato  da  me, che, quando  si  trattava  di  certi  divertimenti, non  mi  tiravo  indietro  e  non  sapevo  cosa  fosse  il  concetto  di  paura. Ricordo  che  c’era  una  giostra  con  tutte  macchine,  o  simil-macchine, attaccate  le  une  alle  altre,  che  giravano  velocissime  finché – sorpresa! –  si  alzava  un  bel  telone  e  copriva  le  sacre  teste  (e  pure  le  corna)  di  chi  vi  si  trovava  dentro. Io  e  Gianluca  insistemmo  per  salire  su  quella  diavoleria, mettendo  in  ansia  mia  madre  e  la  signora  C., che  non  conoscevano  quel  tipo  di  giostra  e  non  sapevano  cosa  aspettarsi.

Saliti  a  bordo  della  macchinina  e  partita  la  giostra  a  velocità  molto  sostenuta, io  e  Gianluca  cominciammo  a  sghignazzare  per  la  gioia. Quando, in  lontananza, cominciammo  a  sentire  la  voce  concitata  di  mia  madre,  ormai  in  ansia  vedendo  a  che  velocità  stavamo  girando, ridemmo  ancora  più  forte, con  le  bocche  tutte  spalancate, contenti  di  aver  turlupinato  le  nostre  accompagnatrici. Quando  poi   il  telone  ci  coprì  le  zucche, raggiungemmo  l’apoteosi  della  felicità, mettendoci  persino  a  urlare. Dopo  un  po’  il  telone  si  alzò, la  velocità  cominciò  a  diminuire  progressivamente  e   il  nostro  bel  giro  finì. Terminato  il  divertimento, ci  avvicinammo  alle  nostre  cortesi  accompagnatrici  sorbendoci  gli  inutili  rimproveri  di  mia  madre  e  le  lamentele  della  signora  C., che  iniziò  a  prendersela  col  nipote  per  non  so  più  che  motivo.

A  un  certo  punto, Gianluca, forse  ancora  eccitato  dall’ebbrezza  della  velocità  appena  sperimentata, chiese  a  sua  nonna,  con  aria  un  po’  arrogante, di  comprarle  un  certo  giornalino  a  fumetti. Apriti  cielo! La  signora  C., innervosita  da  tutto  quello  scatenarsi  d’infantili  passioni, attaccò  la  tiritera: eh  sì, perché  mi  avete  stancata, tu  e  i  tuoi  genitori! Non  fate  altro  che chiedermi  questo  e  quello, mi  fate  soltanto  spendere  soldi  e  bla, bla, bla. E  fu  così  che  il  timido, educato  e  gentile  Gianluca, evidentemente  esaltato  da  quel  pomeriggio  di  fuoco, ci  lasciò  letteralmente  di  stucco  perché  urlò  alla  nonna  una  colorita  espressione  in  dialetto  modenese,  che  preferisco  non  riportare  ma  che, grosso  modo, corrisponde  al  vaffa  italiano. Inutile  spiegare  la  reazione  della  povera  signora  C., gonfia  di  bile  dopo  essersi  sentita  appellare  in  quel  modo  non  proprio  elegante.

A  onor  del  vero, dopo  quell’episodio  Gianluca  tornò  a  essere  il  bambino  tranquillo  di  sempre  e, come  testimoniato  dalla  signora  C.  nonostante  il  vaffa, buono  come  suo  nonno. Io, poi, sperimentata  la  frenesia  della  velocità, non  mi  lasciai  mai  più  sfuggire  il  Luna  Park  primaverile  e  cominciai  a  frequentarlo  ogni  anno, arrivando  a   spingere  alcuni  miei  amici  maschi, timorosi  come  coniglietti, sulle  giostre  più  pericolose. Ma  di  questo  e  di  altro  ancora  parlerò  in  futuro. Perciò,  restate  sintonizzati  su  questo  canale. 😀