Cena estiva

Si sa, d’estate la sera compare tardi, come se non volesse saperne di arrivare; così, si apparecchia per una cena all’aperto quando il giorno è ancora trionfante e sembra non dover finire. Questa è una bellezza tutta estiva, un dono, cenare in compagnia di alberi e di fiori, mentre la luce si stempera adagio nella notte – e lunghe conversazioni, e noi che non possiamo dormire.

Quando arriva

Quando arriva il venerdì tendiamo spesso a tirare un sospiro di sollievo, se non altro perché si può immaginare che il fine settimana porti con sé momenti di spensieratezza o anche soltanto il desiderio di sognare un po’. Il venerdì ci appare allora un giorno luminoso persino quando fuori piove, persino quando l’inverno urla tutto il suo rancore.

Mentre la settimana volge al termine, mentre cala il sipario qualcosa in noi rinasce – e guardare altrove, non tornare indietro mai.

L’abbraccio scuro di ottobre

Il pomeriggio è breve, ma d’oro puro come le foglie, le foglie brillanti – e l’azzurro cade dal cielo, persino la speranza.

Dev’esserci una svolta, incontrarsi per caso mentre il giorno si smarrisce, incontrarsi per caso mentre cala il buio di ottobre, l’abbraccio scuro di ottobre – tu che non parli, tu che non sai. Poi camminare insieme lungo il viale, tormentato dal vento, insicuro, come disfatto.

Le luci della sera addosso – quelle di tanti anni fa.

A giugno

È bello cominciare il lunedì con questo tempo incerto, con questa pioggia che desidera arrivare ma, per insondabili ragioni, d’improvviso si chiude in se stessa, come in attesa di non si sa cosa, lasciando il cielo disorientato e stanco. Così giugno scorre, i giorni passano e l’estate tarda a esplodere, cosa che mi rallegra e mi fa sperare. E poi queste giornate così lunghe, queste giornate che sembrano infinite, la luce che non vuole dissolversi – che colpo al cuore, e che sogni, e che fantasie.

A giugno bisognerebbe starsene in un bel giardino, dopo cena, quando la notte tarda ad abbracciarci.

Giovedì

Ogni giorno ha un suo tono particolare, una sfumatura che ne circoscrive il senso. Il giovedì è per me un giorno umbratile, ossia letteralmente ricco di ombre interiori. Un giorno che mi lascia perplessa, ma senza affaticarmi, un giorno che non mi rallegra ma neppure mi affanna.

E poi questo tempo incerto, questo vento che arriva inaspettato, questo cielo che non trova pace, mi rassicurano del fatto che l’estate, quella vera, quella che ti soffoca anche l’anima, non è ancora arrivata.

Buon giovedì.

Questo silenzio

C’è questo silenzio, intorno, e tutto immobile, tutto immobile tranne l’acqua – e il respiro lieve. C’è questo silenzio, e questo pomeriggio vuoto che non sa morire – la luce, il giorno interminabile, il tempo che verrà.

C’è questo silenzio, intorno, e l’inverno è arrivato e scomparso in fretta – debole, risentito, avaro. C’è questo silenzio, e la primavera come sfondo, la primavera che non so – si sfalderà d’improvviso e saremo travolti. C’è questo silenzio, intorno, e tu che passeggi e io che ti vedo – trasparente, muta, un velo.

C’è questo silenzio, e il non poter dire, e soltanto l’assenza.

E volersi fermare

I rami scuri degli alberi si agitano al vento, sotto il cielo irrequieto e confuso, come se il giorno avesse smarrito la sua strada – e il non sapere dove andare, e cosa fare, e cosa pensare.

Capitano giornate così, ripiegate su se stesse, il mondo fuori vigliacco e ininfluente – e volersi fermare e scegliere il silenzio.

La misericordia del sonno

Se si credesse negli angeli verrebbe da pensare che ci amino di più quando dormiamo, impossibilitati a danneggiarci l’un l’altro; ed è una benedizione che per qualche ora al giorno si sia troppo stanchi per continuare a essere scortesi. Le porte si chiudono, le luci si spengono, e anche la lingua più tagliente riposa, e tutti noi, brontoloni e gridati, felici e infelici, padroni e schiavi, giudici e colpevoli, torniamo bambini, stanchi e zittiti, e inermi, e perdonati. E capisci la misericordia del sonno, che per qualche ora ci restituisce alla nostra prima innocenza.

(Tratto da Un’estate da sola, di Elizabeth von Arnim)

La nebbia

Ieri, per la prima volta, la città è stata invasa da una nebbia molto fitta. Dopo giorni di sole, infatti, il tempo è bruscamente mutato e l’inverno ha rivelato uno dei suoi aspetti più malinconici.

Con l’autobus, alle sei della mattina, ho percorso un tratto di campagna fuori città, e sono rimasta colpita dalla densità della nebbia, che celava quasi completamente i campi scuri. Quando poi è arrivato il giorno, la nebbia non è scomparsa, ma ha continuato a ricoprire strade, case, persone, sfumando contorni e rendendo misterioso ciò che tale non è.

La nebbia autunnale è spesso differente. A volte, è soltanto un velo quasi trasparente, chiamato a impreziosire lo splendore dei colori caldi smorzandoli con grazia, persino con affetto – senza alcun furore. La nebbia autunnale ammorbidisce, accompagna, protegge; la nebbia invernale, invece, s’impone con forza e senza alcun riguardo – insensibile, indifferente, egocentrica.