Autunno, splendore e declino

Ciascuno ha il proprio autunno, quello che avverte dentro quando l’estate s’addormenta. L’autunno muta a seconda di chi se lo sente addosso, un abito viola che non si addice a tutti; l’autunno muta a seconda dei giorni, degli umori contingenti, dello sguardo che ci concedono gli altri passo dopo passo.

Allora l’autunno può essere sontuoso, da mille colori avvolto, come una tavola imbandita a festa – e broccati d’oro e porcellane dipinte a mano. Altre volte, l’autunno è l’appassire lento della vita, la luce sfinita che resiste a stento e la capacità di accettarla, quell’agonia, e quelle ombre tetre di saggezza infinita pervase.

Convivono, d’autunno, lo splendore e il declino, le gioie intense e le malinconie improvvise: è il mistero profondo dell’esistenza, capire che ci siamo e non dovremmo esserci, che l’equilibrio è instabile, che i rami prima o poi si spezzano.

Ciascuno ha il proprio autunno, l’autunno che muta di giorno in giorno. Ciascuno lo sogna di nascosto, agli angoli di strade vuote, soltanto da fantasmi popolate; ma non sa dirlo, no – non osa dirlo.

Un pensiero e un grazie

Sono giorni molto tristi, giorni di rabbia profonda. Gli incendi che hanno colpito e che continuano a colpire vaste aree del nostro Paese – e non solo – sono una ferita profonda, una catastrofe devastante. E la colpa è nostra, perché nella stragrande maggioranza dei casi sono roghi appiccati volontariamente dagli esseri umani, che si dimostrano ancora una volta i peggiori abitanti di questa povera Terra. Spesso, guardandomi intorno e vedendo le tante crudeltà di cui siamo responsabili, penso che se ci estinguessimo tutti in blocco il pianeta intero ne ricaverebbe un gran beneficio.

Ma poi mi sovviene un altro pensiero, e cioè che ogni tanto, su questa Terra martoriata, passano fugacemente anche persone di tutt’altro genere, persone che trascorrono la vita impegnandosi ad alleviare le sofferenze altrui, a testimoniare l’importanza e la necessità della pace, del rispetto, della tolleranza. E questo un po’ mi consola.

Grazie a Gino Strada, grazie di tutto.

Pioggia di luglio

La pioggia, e il suo canto sui tetti, e il suo crepitio frenetico sui vetri delle finestre stanche, è il passato che abbraccia il presente, il ritorno inatteso di altre strade e altri giorni, scomparsi, per sempre sfaldati oppure eterni – sarà il tempo a raccontarlo.

È che la pioggia estiva, e il cielo che d’un tratto si oscura, giustifica la nostra assenza, quell’esserci per forza, quel trovarsi dentro e fuori nello stesso istante, disorientati ma fermi.

È che la pioggia di luglio oltrepassa la tua essenza, e allora lo sai – diventa una certezza – che nulla conta se non quel sentire attraverso; e sono le gocce che cadono, e tu che non sai rispondere.

Il sabato

Finalmente sabato, dopo una settimana molto impegnativa, che mi ha impedito di aggiornare il blog. Provo molta simpatia per questa giornata: apprezzo il sabato perché è vivace, i negozi sono aperti e il centro storico si riempie di persone; nello stesso tempo, è un giorno che permette di assaporare il piacere della libertà.

Ma il sabato assume coloriture differenti a seconda delle stagioni. D’estate è spesso occasione per fuggire dalla città, alienante e ostile a causa del clima; ma così, il sabato perde quell’atmosfera luminosa e malinconica che sembra avvolgerlo durante l’autunno, quell’atmosfera che evoca pace e intimità, e che allude ad altri tempi – e sapori antichi, e noi che siamo fuori da questo mondo.

Adesso, a luglio, vincono il sole e l’impulso di fuggire, anche quando si resta immobili, come se non ci fosse un domani.

Sono giorni

Mentre il tempo passa, i colori di novembre si dispiegano in tutta la loro stupefacente bellezza: gli alberi sono vestiti di borgogna e di giallo, in contrasto con l’atmosfera spenta, sbiadita, evanescente che domina sulla città. Sono i giorni autunnali più intensi e misteriosi, questi; sono giorni che evocano profondità inconsuete e improvvisi abissi di solitudine. Ma sono anche i giorni dei ricordi, e degli scorci tranquilli, e della serenità che emerge orgogliosa dalle macerie; questi sono i giorni in cui finalmente chiudiamo innumerevoli porte, per trattenere soltanto l’essenziale.

Una finestra aperta

Marzo, tempo di primavera. È il mese di passaggio per eccellenza, insieme a settembre. Ma settembre è un lentissimo, sereno declino, avvolto da impercettibili chiaroscuri e velato da ombre improvvise. Settembre è un ritirarsi adagio, un pacato affievolirsi di ogni eccesso, un’attesa che sa di non essere vana.

Marzo, invece, ha l’irruenza sfrontata e ingenua della prima giovinezza. Inaffidabile e malizioso, marzo sorprende e sconvolge, irrita e diverte. Certe sue piogge inaspettate ricordano l’inverno – l’inverno tetro, quello pieno di rancore; però, quando i giorni diventano sereni, marzo è un compagno allegro, un amico entusiasta, una finestra aperta su un orizzonte luminoso.

E poi la sera

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Riflessi di giorni  lontani –  stralci  di  oro  e  di  azzurro. Il  pomeriggio  intona  un  canto  sommesso,  dissolvendosi  nell’oscurità  fredda  e  disfatta. Scompaiono  le  foglie, desolati  frammenti  sotto  la  pioggia  stanca – e  poi  la  sera  e  i  volti  deformi  celati  dietro  il  fragile  velo  dei  ricordi.

Chiacchiere d’inverno

Dal  titolo  del  post  si  comprende  facilmente  che  non  ho  intenzione  di  soffermarmi  su  argomenti  troppo  seri. Ma  non  sarò  neppure  frivola. Anzi, a  dire il  vero  non  so  come  sarò: desidero, infatti, scrivere  quello  che  capita, liberamente, mentre  digito  sulla  tastiera  in  questa  tarda  serata  d’inverno. Il  freddo  è   pienamente  invernale, almeno  qui, ma  il  paesaggio  conserva  ancora  toni  autunnali, caldi  e  affascinanti.

E  mentre  l’autunno  sta  per  congedarsi, è  piacevole  ricordarlo  e  celebrarlo, ringraziandolo  per  la  sua  immancabile  tenerezza:

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Le  giornate  autunnali  luminose  e  dorate  sono  uno  spettacolo  quasi  insuperabile. E  si  vorrebbe  che  non  avessero  fine, che  splendessero  un  giorno  dopo  l’altro. Ma  torneranno, fra  un  anno  saranno  ancora  con  noi.

Adesso  ci  attende  il  Natale. Ognuno  lo  vive  in  base  al  proprio  carattere, alla  forza  dell’abitudine, all’età  e  alle  situazioni  del  momento. Io  ho  già  preparato  i  miei  alberi  e  ho  addobbato  con  diligenza  tutto  ciò  che  dovevo  addobbare. Ma  mi  sto  annoiando  molto – l’ammetto – nel  pensare  al  Natale; lo  sto  vivendo  come  un  obbligo  o  un  fastidio, qualcosa  di  cui  farei  volentieri  a  meno. Insomma, non  mi  entusiasma. Ma  siccome  non  amo  lamentarmi  e  preferisco  invece, quando  posso, trovare  soluzioni  concrete  per  vivere  al  meglio  anche  ciò  che  detesto, ho  deciso  che  trascorrerò  le  feste  leggendo  e  scrivendo  molto, attività  che  mi  piacciono  e  che, nelle  giornate  dedicate  alle  liete  libagioni, potrò  fare  con  calma, senza  guardare  l’orologio.

E  poi  verranno  gli  ultimi  giorni  dell’anno, quelli  fra  Natale  e  San  Silvestro, quei  magnifici  giorni  sospesi, caratterizzati  da  un  silenzio  anomalo, quasi  solenne, giorni  in  cui  tutto  appare  sfumato, diluito, quasi  inconsistente – desideri, passioni, sentimenti, aspettative, ansie, gioie  e  tristezze. Sono  giorni  misteriosi  e  forse  tra  i  più  affascinanti  dell’anno. A  voi  piacciono?

 

 

 

Gioia d’inverno

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Sono  scivolata  con  soddisfazione  nell’atmosfera  invernale, abituandomi  alle  mattine  gelide  e  alla  necessità  di  ripararsi  il  più  possibile. Sono  giorni  intensi, questi, giorni  di  frenetiche  attività  e  d’infiniti  pensieri. Sono  i  giorni  della  devastante  bellezza  invernale, una  bellezza  che  inquieta  e   stordisce  ma, nel  contempo, regala  l’intensa  gioia  legata  alla  ricerca  dell’intimità, delle  stanze  chiuse, del  calore. Si  agisce, si  riflette, si  conosce, si  comprende, si  guarda  indietro  e  si  passa  anche  oltre. Soprattutto, si  attendono  altri  doni: i  doni  dell’inverno, talvolta  ammantati  di  splendore  puro  e  senza  screziature.

Magico ottobre

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Questa  è  una  giornata  d’ottobre  bellissima: c’è  il  sole, l’aria  è  fin  troppo  mite  e  tutto  sembra  avvolto  da  un’atmosfera  incantata. Nonostante  la  luminosità, infatti, si  avverte  un  senso  di  lento, lentissimo  declino,  tipico  della  stagione  autunnale. Il  pomeriggio  scorre  adagio, immerso  in  una  calma  raramente  interrotta  da  voci.

In  città, si  cominciano  a  vedere  i  colori   propri  di  ottobre: cespugli  rossastri  e  foglie  ingiallite, insieme  però  a  tanto  verde.  Ottobre  è  così, arcano  e  magico, con  sfumature  a  volte  inafferrabili. È  un  mese  che  evoca  sempre, in  me, il  pensiero  di  case  vecchie, dalle  mura  solide  e  molto  spesse,  case  che  sembrano  sottratte  all’inarrestabile  divenire  del  tempo, quasi  destinate  a  sopravvivere  sotto  qualsiasi  cielo  e  a  qualsiasi  condizione, come  isole  quiete  in  un  mondo  troppo  frenetico  e  mutevole. Case  mute  eppure  in  grado  di  comunicare, di  raccontare  storie, di  svelare  segreti.  Case  circondate  da  giardini  silenziosi  e  complici, talvolta  un  po’  cupi – come  nei  giorni  scuri  di  pioggia  e  di  inquietudine. Come  nei  pomeriggi  avvolti  dalla  malinconia  della  nebbia  autunnale  e  dei  ricordi.