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Posts Tagged ‘giardino’

In  questi  giorni  di  festa  ho  evitato  di  scrivere  perché  mi  sono  sentita  molto  stanca. Ma  adesso  si  ricomincia: anno  nuovo, impegni, impegni, impegni  e  la  necessità  di  riprendere  il  solito  ritmo  anche  sul  blog.

Gennaio  col  sole  non  è  una  novità. Questo  mese  di  freddo  intenso, privo  di  mezze  misure  e  complicato, ci  dona  sempre  momenti  luminosi. Certo, si  tratta  di  una  luce  che  quasi  non  riesce  a  entrare  nelle  stanze, ma  è  normale  che  sia  così: è  la  luce  invernale, obliqua, severa, senza  dolcezze.

giardino

E  poi  un  giardino  d’inverno  sotto  la  neve: il  silenzio  irreale, l’attesa, lo  smarrimento, il  desiderio  di  correre  via, di  chiudersi  in  casa, di  dormire. Eppure,  c’è  tanta  allegria  a  gennaio  ora  che  sono  adulta. Se  durante  l’infanzia  lo  consideravo  un  mese  insopportabile, adesso  lo  trovo  persino  simpatico  perché  mi  regala  una  notevole  capacità  di  concentrazione.

Ore  23:17. Sono  chiusa  nella  mia  camera  e, mentre  scrivo, assaggio  un’ottima  cioccolata  in  tazza. Non  si  sente  alcun  rumore  provenire  dalla  strada, il  silenzio  è  totale. Questi  momenti  di  pace  assoluta  sono  una  benedizione  e  una  necessità, qualcosa  di  cui  è  impossibile  fare  a  meno. Buona  serata, buona  notte, ma  anche  buongiorno  a  chi  passerà  da  queste  parti  domani  mattina. 🙂

 

 

 

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Chi  di  noi  non  ricorda  la  famigerata  famigliola  del  Mulino  Bianco? Madre, padre  e  due  figli, ovviamente  un  maschio  e  una  femmina; casa-fattoria  immersa  in  una  campagna  meravigliosa, perennemente  primaverile (mai  che  ci  fosse, ad  esempio, un  acquazzone  con  forti  tuoni  o  un  po’  di  sana  melma  in  giardino), una  natura  così  rigogliosa  e  festante  da  suscitare  l’invidia  del  paradiso  terrestre. In  questa  atmosfera  proiettata  al  di  fuori  del  tempo, dello  spazio  e  della  realtà  tutta, la  famigliola  del  Mulino  Bianco  era, alle  sette  della  mattina, sorridente  e  felice  di  esistere, anche  perché  in  giardino, col  canto  degli  usignoli  e  i  profumi  celestiali  dei  fiori, l’attendeva  la  tavola della  colazione, apparecchiata  con  una  quantità  di  cibo  sufficiente  a  sfamare  dieci  famiglie  numerose  e  a  digiuno  da  giorni. E  lì, sotto  il  cielo  benigno, la  famigliola  si  strafogava  con  eleganza, ingoiando  con  disinvoltura  interi  sacchetti  di  biscotti  del  Mulino  Bianco, come  se  al  mondo  non  esistesse  gioia  più  intensa. E  i  bambini  inzuppavano  i  biscotti  nel  latte  senza  sporcare  la  tovaglia. Questo  genere  di  famiglia  idealizzata  ha  rappresentato  una  fonte  di  grande frustrazione  per  tutti  noi  poveri  mortali  che, alle  sette  della  mattina, se  tutto  va  bene  e  quando  siamo  di  buon  umore (leggasi: meno  tesi  del  solito), cerchiamo  di  non  sbranare  chi  ci  sta  vicino. A  parte  il  fatto  che  la  tavola  meravigliosamente  apparecchiata  nel  giardino  tutto  fiorito  e  perennemente  primaverile  non  osiamo  sognarcela  neppure  di  notte, possiamo  ritenerci  fortunati  se  abbiamo  il  tempo  per  fare  una  colazione  completa, che  ovviamente  non  contempla  i  quintali  di  dolciumi  presenti  sulla  tavola  della  famigliola  felice. E  neppure  tutti  quei  sorrisi  stampati  in  faccia. Non  a  caso, quando  si  vuole  indicare  con  un  po’  di  disprezzo  la  stucchevole  e  assurda  immagine  della  famiglia  perfetta, ormai  si  cita  direttamente  la  famiglia  del  Mulino  Bianco.

A  proposito  di  vivere  quotidiano, chi  non  vorrebbe  un  autista  come  Ambrogio? Negli  anni  Novanta, una  pubblicità  dei  Ferrero  Rocher  ci  mostrava  una  sorridente  e  borghesissima  signora  abbigliata  in  giallo, seduta  in  macchina  e, come  lei  stessa  affermava, con  un  certo  languorino  nel  pancino. Il  suo  raffinatissimo  autista-maggiordomo  di  nome  Ambrogio, sorridente  quanto  lei  e  felice  di  stare  al  mondo, per  non  lasciarla  in  preda  a  tale languore, faceva  uscire  da  un  vano  dell’auto  una  piccola  piramide  di  cioccolatini  Ferrero  Rocher, mandando  in  brodo  di  giuggiole  la  signora-di-giallo-vestita. Ecco, ogni  tanto, nell’esistenza  di  tutti  noi, ci  vorrebbe  un  individuo  come  Ambrogio, una  specie  di  fata  declinata  al  maschile  che  ti  soccorre  e  ti  coccola  nel  momento  del  bisogno. In  effetti, Ambrogio  mi  era  simpatico. A  parte  queste  chiacchiere, annuncio  con  gaudio  che  domani  mattina, a  colazione, mangerò  un  buon  muffin. Voi  direte: chi  se ne  frega! Mi  sembra  giusto. Perciò  sto  zitta  e  chiudo  qui. 😀 muffin

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Vorremmo che talvolta fosse davvero così. Vorremmo che il tempo fluisse con solenne lentezza, avvolgendo cose e persone per regalare loro soltanto pace. Senza cercare l’impossibile, senza desiderare un altro giardino e innumerevoli colline e infiniti fiori.
Senza guardare oltre, ma rispettando ciò che si ha.

(Nell’immagine il dipinto Un dopo pranzo, di Silvestro Lega)

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Febbraio, stravagante come non mai, ha deciso di donarci qualche giornata primaverile in anticipo sui tempi. Così, dopo l’affascinante gelo di giornate nevose e colme di silenzio, l’aria è d’improvviso diventata più mite e il sole, allegro e un po’ sfacciato, ha accompagnato questo sabato di fine inverno illuminandolo di bei pensieri.

Forse è troppo presto per immaginare i cieli di primavera, vivaci e irrequieti nel loro malizioso splendore, ma è difficile frenare la fantasia, immobilizzandola dentro i confini della razionalità, quando febbraio ha deciso di non rispettare in pieno il suo copione. E allora, senza sentirci in colpa, con l’immaginazione vaghiamo in un giardino fiorito, ascoltando il sussurro del vento e sorridendo ai colori della nuova stagione. Perché non è mai troppo presto per sorridere.

(Nell’immagine il dipinto Tra i fiori del giardino, di Silvestro Lega)

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Ieri questo blog ha compiuto cinque anni di vita. Non c’è nulla da celebrare, per carità; però, ripensando anche ai momenti nei quali avrei voluto chiudere quest’esperienza, l’idea di aver proseguito per così tanto tempo mi colpisce un po’.

Gli impegni della vita reale sono molti, a volte assai pesanti, e la stanchezza a tratti si fa sentire. Però sono talmente affezionata a questo spazio, nato per puro scopo di svago e senza alcuna particolare ambizione, da non avere la forza di “ucciderlo”.
Il fatto è che, fin dall’inizio, ho concepito questo blog come una sorta di giardino virtuale e, nel corso del tempo, tale immagine è rimasta viva e forte dentro di me. Come si fa, allora, a lasciar appassire un giardino? O, meglio, come potrei io lasciar appassire il mio giardino? Certo, si sa, nella vita tutto prima o poi termina; ma per adesso non riesco a vedere alcuna fine.

In un giardino possono trovarsi molte cose: angoli ombrosi e appartati nei quali sedersi e riflettere, prati inondati dal sole, fiori variamente colorati, sentieri lungo i quali correre a perdifiato e ridere e restare eternamente adolescenti.
Un giardino dovrebbe essere anche un luogo di riposo nel quale, di tanto in tanto, restare in silenzio a osservare. Con la consapevolezza che all’inverno seguirà sempre la primavera.

(Nell’immagine il dipinto In giardino, di Silvestro Lega)

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La nebbia del mattino cela sguardi segreti e pensieri che sfuggono al mondo. Nel giardino, la panchina vuota e le foglie morte e i rami spezzati. Novembre, felicità e tormento, cupo desiderio, rosso sotto la cenere.

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Durante l’infanzia, quando trascorrevo le vacanze in appennino, io e le mie cugine, disponendo di tempo libero illimitato, sfogavamo la nostra fervida fantasia inventandoci ogni tipo di gioco.
Essendo trascorso molto tempo da allora, non ricordo tutte le amenità che riuscimmo a partorire dalle nostre testoline; tuttavia, ho sempre in mente il periodo in cui, chissà perché, ci prese il ghiribizzo di giocare alle “bottegaie” (sì, usammo proprio questa parola per definire il nostro gioco). In paese c’erano soltanto due negozi di alimentari e noi, che ne preferivamo uno, ci mettemmo in testa d’imitarne i padroni: moglie, marito e figlio.

Ci munimmo di tavolo, opportunamente posto nel portico, di fogli di carta e di penna, e cominciammo a fingere di servire i clienti, scrivendo diligentemente i prezzi sui fogli – c’erano ancora le lire – e facendo le somme.
Forse il lato positivo di queste manovre fu che ci esercitammo in aritmetica.

Da bambina mi piaceva improvvisarmi commerciante. Fu sempre in montagna che una volta, nel giardino di casa, misi un tavolino e cominciai a vendere alla parentela riviste e giornali vecchi, dato che mia nonna aveva una riserva di Gente, Oggi, Stop e affini da far invidia a un’edicola cittadina. Ovviamente li vendevo a prezzi dimezzati, pretendendo persino che li comprassero. Inutile dire che quasi nessuno cacciò mezza lira, però un po’ mi divertii.

Qualche anno dopo, sempre in montagna fondai un giornalino. Si chiamava In redazione, era tutto scritto rigorosamente a mano e trattava argomenti tipicamente femminili. Ogni volta che il settimanale “usciva”, mia cugina, inforcando la bicicletta, girava per tutto il giardino strillandone il nome, per fargli pubblicità. Ovviamente era un gioco ed entrambe ridevamo della nostra iniziativa, ma ricordo ancora le facce stralunate di qualche (ottuso) parente di fronte a tanto ardire.

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