Divieti

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Ricordo  che  la  mia  compagna  di  banco, al  ginnasio, aveva  un  ragazzo  un  po’  più  grande  di  lei, che  già  frequentava  l’università. Era  un  ottimo  ragazzo  e  fra  loro  c’era  un  rapporto  molto  tranquillo, da  innamoratini di  Peynet; eppure il  padre  della  mia  amica, geloso  e  impaurito  da  questa  relazione,  ogni  tanto  la  minacciava  di  inviarla  a  studiare  in  collegio  in  montagna, dalle  suore  di  Palagano, ridente  stazione  appenninica  in  provincia  di  Modena. Il  bello  è  che  arrivò  a  minacciarla  persino  quando  aveva  compiuto  diciotto  anni  ed  era  quindi  maggiorenne. Mio  padre, invece, con  la  scusa  che  all’epoca  soffrivo  di  una  forte  forma  di  bronchite  asmatica  che  sembrava  non  voler  guarire, ogni  tanto  mi  parlava  della  possibilità  di  inviarmi  a  studiare  in  un  collegio  di  suore  in  Liguria, dove  il  clima  mi  avrebbe   senz’altro  risanata. In  realtà, non  era  il  problema  della  bronchite  a  stimolargli  questo  pensiero, ma  il  fatto  che  avevo  ormai  quindici  anni  e uscivo  spesso  con  alcuni  coetanei, amici  con  i  quali  andavo  a  ballare  o  fare  innocenti  passeggiate.

Un’altra  mia  compagna  di  classe, ottima  ragazza  seria, posata  e  studiosissima – pure  troppo – aveva  una  madre  che  assomigliava  a  un  maresciallo  dei  carabinieri: le  stava  sempre  addosso  e  la  limitava  in  ogni  modo. Ad  esempio, non  le  permetteva  di  uscire  durante  la  settimana  perché  voleva  che  studiasse  tutto  il  pomeriggio  senza  interruzioni,  e  le  lasciava  la  possibilità  dell’ora  d’aria  soltanto  durante  il  week-end, scegliendo  però  fra  sabato  e  domenica. Se, ad  esempio,  la  mia  amica  usciva  di  sabato, doveva  poi  starsene  chiusa  in  casa  tutta  la  domenica, ovviamente  a  studiare. Io, per  fortuna, non  mi  sono  mai  trovata  in  simili  situazioni  perché, da  questo  punto  di  vista, i  miei  genitori  erano  di  larghe  vedute.

Questa  ragazza – cosa  a  mio  parere  sconvolgente –  non  poteva  frequentare  nessun  parco  della  città. Mi  capitò  più  volte  di  chiederle  di  venire  con  me  e  altre  ragazze  al  parco  di  Viale  Amendola: a  primavera, dopo  i  lunghi  mesi  autunnali  e  invernali  trascorsi  chiusi  nelle  aule  scolastiche, era  naturale  cercare  sfogo  in  mezzo  a  qualche  prato. Ma  no, niente  da  fare, perché  sua  madre  sosteneva  che  nei  parchi  ci  fossero  i  maniaci. Ora, posso  assicurare  che  i  parchi  di  questa  città  non  solo  non  erano  pieni  di  maniaci – giuro  che  non  ne  ho  mai  visto  uno – ma  addirittura  erano  i  luoghi  più  sicuri  perché  frequentati  da  frotte  di  vispi  umarells  e  rezdore, che, amanti  della  socializzazione  e  della  vita  di  gruppo, si  insediavano  sempre  proprio  all’entrata  e  al  centro  dei  parchi, per  cui  nessuno  poteva  sfuggire  al  loro  sguardo  e  al  loro  interesse. Non  c’era  verso  di  poter  raggirare  un  umarell  o  una  rezdora, sempre  all’erta  e  sempre  vigili, nonché  disponibili  a  intervenire,  in  caso  di  necessità,  senza  neppure  essere  invitati  a  farlo. Adesso  le  cose  sono  cambiate, ma  allora, in  questa  città,  era  davvero  così. Pertanto  le  fissazioni  della  madre  della  mia  amica  erano  prive  di  senso; più  che  altro, erano scuse  per  controllare  incessantemente  la  figlia  impedendole  qualsiasi  sano  e  normale  svago.

E  voi  a  che  tipo  di  divieti  siete  stati/e  sottoposti/e?

Era d’estate


A una certa età si è dotati d’una vitalità straordinaria. Quando avevo nove o dieci anni, ad esempio, e trascorrevo buona parte della stagione estiva in montagna, non sapevo cosa significasse la parola “riposo”. Pur di stare tutto il giorno fuori casa, in giardino e non solo, pranzavo in fretta e furia, scalpitante e con gli occhi rivolti alla porta in attesa d’uscire quanto prima. Il caldo del primo pomeriggio non solo non mi spaventava, ma mi era addirittura gradito, era un amico al quale non avrei saputo rinunciare.

Verso i dodici anni, mi divertivano le piccole fughe organizzate con mia cugina mentre i nostri genitori dormivano oppure erano così impegnati a conversare fra loro da non fare caso alle nostre trame. Mia cugina, che aveva quattro anni più di me, aveva escogitato un piccolo sistema per allontanarci in vespa senza che nessuno se ne accorgesse: siccome per arrivare sulla strada dovevamo percorrere, da casa, una discesa, riuscivamo a farla in vespa silenziosamente, senza accendere il motore; poi, una volta giunte in strada, mia cugina metteva in moto. A quel punto qualche nostro parente, richiamato dal rumore, s’affacciava svelto a una finestra e ci vedeva correre via. Ma ormai era troppo tardi per tentare di fermarci.

Queste piccole fughe erano innocue, addirittura ingenue: o ci fermavamo al fiume, a pochissimi chilometri da casa, per parlare sedute sui sassi guardando scorrere l’acqua, oppure raggiungevamo qualche altro paese, tanto per regalarci l’illusione d’essere andate chissà dove. Era bello correre al vento, sentire il sole sopra le nostre teste e avvertire un’indescrivibile sensazione di libertà. Ma era soprattutto bello avvertire l’enigmatica lentezza del tempo: quei pomeriggi, infatti, sembravano interminabili, lunghissimi, quasi non dovessero finire mai.

C’è un’età in cui i pomeriggi d’estate sembrano dover durare all’infinito.

Fughe estive

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Si sa che, da giovanissimi, spesso si tende a compiere certi atti in maniera disinvolta, un po’ perché istintivamente ci si ritiene immortali, un po’ perché vivacità di spirito e spensieratezza si fondono in un “unicum” senza uguali.
A dodici anni, quando trascorrevo le mie vacanze estive in montagna, avevo preso l’abitudine di guidare la Vespa di mia cugina. A onor del vero fu mia cugina, di quattro anni più anziana, che, con la scusa di volermi insegnare a guidare quel veicolo, trovò un modo per farmi scorrazzare in Vespa, nonostante i miei dodici anni, lungo le tortuose strade appenniniche: lei si sedeva dietro di me e cambiava le marce, mentre io, davanti, guidavo con disinvoltura e senza alcun timore il mezzo, affrontando con estrema sicurezza le curve e senza mai sbandare o finire a sinistra.

Devo ammettere che eravamo prudenti, perché non c’interessava correre come pazze o sfidare il codice della strada, anzi, rispettavamo tutte le regole: a noi importava soltanto allontanarci da casa, sentirci indipendenti, avere uno spazio tutto nostro, che non fosse invaso dagli adulti. Beata gioventù!
Naturalmente eravamo furbette, perché ogni volta che partivamo con la Vespa non avvertivamo nessuno, oppure i miei genitori non facevano in tempo a fermarci, in quanto se ne accorgevano troppo tardi, quando eravamo già sulla strada e correvamo via, felici di aver eluso il loro controllo. Però i miei genitori non si preoccupavano più di tanto di queste fughe, e non ho mai compreso perché, dal momento che per altri versi erano asfissianti e onnipresenti. 😀

La madre di mia cugina, invece, che abitava a circa 500 metri dalla casa in cui io risiedevo e dalla quale partivamo con la Vespa, si era accorta di quello che bolliva in pentola, e così, ogni volta che udiva da lontano il caratteristico rumore del mezzo, si appostava in agguato dietro alle persiane della sua cucina, e quando passavamo si sbracciava fingendo di minacciarci, mentre noi, nel vederla in preda all’agitazione, ridevamo soddisfatte e ci allontanavamo in fretta, ancora più felici di prima, perché avevamo gabbato in blocco tutti i nostri familiari.