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Posts Tagged ‘freddo’

primavera29

Il  fastidio  che  ho  sempre  avvertito  nei  confronti  di  febbraio  deriva, almeno  in  parte, dall’evidente  allungarsi  del  giorno  accompagnato  però  dal  grigio  insignificante  e  opaco  dell’inverno. A  febbraio, infatti, quando  alle  17:30  del  pomeriggio  a  dominare  è  ancora  la  luce, i  brevi  pomeriggi  di  fine  autunno costituiscono  ancora  una  memoria  ricorrente, ed  è  impossibile  evitare  di  paragonarli  a  quelli  presenti: se  le  tante  ore  di  buio  del  tardo  autunno  sono  un  complemento  indispensabile  del  declino della  natura, l’attuale  dilatarsi  del  giorno, mentre  l’atmosfera  è  gelida  e  incolore, se  non  addirittura  cupa, rende  squallido  questo  strano  mese  invernale.

Tuttavia, negli  ultimi  due  giorni  febbraio  sta  mostrando  il  suo  volto  più  mite: il  sole  e  la  luce, deboli  ma  costanti, sembrano  un  presagio  di  primavera, tanto  che  ci  si  sente  pervasi  da  una  vitalità  che  il  gelo  invernale  aveva  smorzato  o  ridotto  al  silenzio. Ma  quanto  durerà? L’inverno  ha  davvero  deciso  di  comportarsi  con  dolcezza? Difficile  pensarlo. Probabilmente, ricomincerà  presto  a  esibire  i  suoi  tanti  malumori, fatti  di  pioggia, freddo, arroganza  e  indistinguibili  toni  scuri. Così, si  oscilla  fra  il  rimpianto  nei confronti  della complessa, sfuggente, raffinata  atmosfera  autunnale  e  il  desiderio  della  capricciosa  e  immatura  freschezza delle  tonalità  primaverili.

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neve

Ogni  anno, accade  sempre  la  stessa  cosa: la  settimana  che  precede  le  feste  natalizie  si  presenta  ricca  d’impegni, di  scadenze  da  rispettare, di  programmi  da  organizzare. Nella  maggior  parte  dei  casi, si  tratta  di  questioni  superflue  o, meglio, di  questioni  che  sarebbero  superflue  in  un’altra  parte  dell’anno, ma  che, in  questa,  assumono  una  rilevanza  straordinaria. C’è  sempre  un  regalo  in  più  da  acquistare, un  piccolo  dettaglio  da  non  dimenticare, una  spesa  che  non  può  essere  rimandata, un  nuovo  giro  di  commissioni  da  sbrigare. Le  feste  natalizie, insomma, sono  un  vero  e  proprio  lavoro, una  professione  il  cui  svolgimento  si  affina  col  trascorrere  degli  anni  e  con  l’esperienza. Se  poi  penso  al  freddo  assassino  di  questi  giorni, il  fatto  di  dover  compiere  uscite  supplementari  per  faccende  che  eviterei  con  gioia  non  mi  riconcilia  con  l’idea  di  queste  feste.

Però, volenti  o  nolenti, il  dovere  chiama  e  così, ieri  sera, ho  dovuto  trovare  il  coraggio  di  affrontare  nuovamente  questo  freddo  semi-polare  per  andare  ad  acquistare  un  altro  regalo. Giunta  in  Piazza  Grande,  quasi  correndo  a  causa  del  gelo, ho  visto  il  trenino  delle  feste  fermo  al  capolinea  e  in  procinto  di  rimettersi  in  marcia. Così, ho  comprato  al  volo  un  biglietto  e  sono  salita  sul  primo  vagone, soprattutto  perché  ho  visto  salire  un  umarell  col  suo  nipotino. Ebbene  sì, è  stata  la  presenza  dell’umarell  a  farmi  decidere  per  il  tour  del  centro  storico, perché  quando  un  umarell  sale  su  un  mezzo  pubblico  dotato  di  motore  si  può  star  certi  che, prima  o  poi, farà  qualche  commento  interessante.

Sul  trenino  eravamo  soltanto  in  cinque: io, l’umarell  col  suo  pimpante  nipotino  e  un  distinto  signore  quarantenne  col  suo  bambino. Siamo  partiti  da  Piazza  Grande  con  molto  fragore, ci  siamo  diretti  lungo  Corso  Duomo  e  poi  abbiamo  girato  per  entrare  in  Via  Emilia, il  tutto  accompagnati  dal  fischio  del  treno. L’umarell  rispondeva  alle  domande  del  suo  nipotino, gorgheggiando  con  entusiasmo  e  felice  perché  eravamo  così  in  pochi. Quando  il  trenino  ha  lasciato  Via  Emilia  per  dirigersi  lungo  Corso  Canal  Grande, l’umarell  ha  detto  qualcosa  a  proposito  delle  sospensioni  del  veicolo, ma  non  ho  capito  bene  cosa. In  seguito, una  volta  oltrepassata  l’Accademia  Militare, ha  fatto  quello  che  qualsiasi  vero  umarell  farebbe  in  simili  circostanze: si  è  lamentato  del  rumore  del  motore, a  suo  dire  difettoso. E  poi  ha  aggiunto, tutto  giulivo: “Ma  questo  treno  ha  molte  cose  che  non  vanno!”. Mentre  attraversavamo  Via  Cesare  Battisti, ha  continuato  entusiasta: “Se  andiamo  avanti  così, ci  tocca  spingerlo!”. E  il  signore  quarantenne, ridendo, gli  dava  ragione.

Abbandonata  Via  Cesare  Battisti, siamo  tornati  in  Via  Emilia, poi  in  Corso  Duomo  e  finalmente  al  capolinea  di  Piazza  Grande. Quando  l’umarell  ha  aperto  la  porta  per  far  scendere  suo  nipote, ha  detto  trionfante: “Qui  molte  cose  non  vanno!”. Una  volta  a  terra, è  andato  incontro  felice  al  macchinista  per  spiegargli  le  riparazioni  da  fare  al  simpatico  veicolo. Io  non  sono  rimasta  ad  ascoltare  a  causa  del  freddo, ma  immagino  che  gli  abbia  sciorinato  con  convinzione  una  lista  di  riparazioni  appropriate. Naturalmente  il  trenino  resterà  com’è, senza  alcuna  riparazione.

Questo  episodio  ha  richiamato  alla  mia  memoria  quei  pensionati  della  vecchia  azienda  modenese  dei  trasporti  che, negli  anni  Ottanta, erano  soliti  salire  sugli  autobus  e  mettersi  seduti  nei  sedili  dell’ultima  fila  per  ascoltare  il  funzionamento  dei  motori. Stavano  lì, concentrati  ad  ascoltare  con  estrema  attenzione  e  poi, dopo  un  attento  studio  del  caso, si  dirigevano  verso  l’autista  impegnato  a  guidare, per  informarlo  che  il  motore  stava  soffrendo, che  la  frizione  doveva  essere  spinta  in  un  altro  modo, che  i  freni  dovevano  essere  pigiati  in  un  momento  preciso  prima  del  semaforo  e  via  così,  con  una  lunga  serie  di  consigli  non  richiesti. In  genere, gli  autisti  lasciavano  correre  e  non  rispondevano, perché  i  pensionati  si  atteggiavano  a  professori  di  guida  ma  in  maniera  bonaria. Una  volta, però, un  umarell  più  aggressivo  del  solito, dopo  aver  spiegato  all’autista  che  stava  guidando  come  un  cane, gli  disse: “Ma  va’  a  zappare  la  terra  e  lascia  stare  gli  autobus!”.

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Ieri, nel  tardo  pomeriggio, ho  affrontato  la  prima, vera  giornata  di  shopping  natalizio. Il  freddo  era  intensissimo, anche  se, per  fortuna, le  luminarie  tipiche  di  questo  periodo  hanno  reso  meno  gravoso  il  compito  di  dover  fare  acquisti  in  un’atmosfera  altrimenti  spettrale. E  non  è  esagerato  chiamarla  così, perché  c’erano  ben  poche  persone  in  strada  e  poche  anche  nei  negozi. Semi-deserta  appariva  persino  Piazza  Grande, nonostante  il  grande  albero  di  Natale  splendente  e  il  solito  trenino  delle  feste  fermo  ad  aspettare  passeggeri  che  non  salivano.

trenino

Ed  ecco  qui  il  trenino  di  Natale, con  i  suoi  due  vagoni  rossi  fiammanti. Sta  partendo  dal  capolinea  di  Piazza  Grande  per  effettuare  il  suo  giro. Naturalmente  appena  potrò,  anch’io, nonostante  sia  adulta  e  vaccinata  e  quindi  non  più  in  età  da  simili  trastulli, salirò  sul  trenino  e  farò  il  tour  del  centro  storico, cioè  del  mio  quartiere. Ogni  tanto  è  bello  tornare  bambini  e  io, quando  se  ne  presenta  l’occasione, ne  approfitto  sempre.

Intanto,  buona  domenica  a  chi  passerà  su  questo  blog. 🙂

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L’inverno  è  arrivato  davvero, senza  incertezze: il  freddo, infatti, è  intenso, quasi  polare, anche  se  le  giornate  sono  luminose. E  allora  restiamo  in  tema:

freddo

Giuseppe  De  Nittis, Che  freddo! (1874).

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E  così, in  un’alternanza  di  giorni  luminosi  e  di  giorni  di  pioggia, novembre  sta  scivolando  via   per  dissolversi  nel  freddo  e  nella  nebbia  che  preludono  all’inverno. Nell’immaginario  dei  più, questo  mese  è  l’emblema  dello  squallore  e  della  tristezza, della  vita  che  si  sfalda  senza  celare  la  sua  agonia, incurante  dell’insensibilità  del  mondo, quasi  martire  dell’indifferenza  altrui.

In  realtà, novembre  è  anche  quiete, dolcezza, poesia. Quando  il  cielo  è  sereno  e  il  sole  riesce  a  splendere, si  avverte  un  calore  particolare, una  gioia  talmente  profonda  da  non  poter  essere  raccontata. È  il  momento  del  passato  e  del  presente  che  si  fondono  creando  nuovi, inaspettati  colori, è  il  momento  della  consapevolezza  che  si  trasforma  in  serenità, è  la  pace  che  niente  e  nessuno  può  scalfire.

La  verità  è  che  il  freddo  e  lo  squallore  esterno  possono  brillantemente  convivere  con  la  serenità  interiore.

lega

(La  visita, Silvestro  Lega, 1868)

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pioggia

La  serata  è  squallida: piove  a  dirotto, il  freddo  è  umido  e  intenso  e  ciò  che  maggiormente  si  desidera  è  starsene  in  casa, al  riparo  e  al  caldo. Ma  questo  è  il  lato  più  affascinante  dell’inverno: costringersi  a  un  rifugio, restarsene  sereni  dentro  una  stanza  illuminata, lasciarsi  cullare  dal  rumore  della  pioggia  e  riflettere.

Strano  mese, febbraio. Non  l’ho  mai  compreso  e  continuo  a  non  comprenderlo. Però  questa  atmosfera  invernale  non  mi  dispiace, questa  serata  buia  e  malinconica  è  una  compagnia  intelligente, un  monito, un  invito  a  pensare, un  dono  di  pace  e  un  sogno.

Scrivere  mentre  fuori  piove  è  una  forma  di  beatitudine  e  riuscire  a  farlo  è  un  privilegio. Invece  di  annoiarsi, di  imprecare  contro  il  maltempo, di  cercare  improbabili  e  inutili  compagnie, si  ringraziano  il  freddo  e  la  pioggia  perché  favoriscono  la  concentrazione  e  non  si  ha  bisogno  di  nulla  se  non  di  una  penna  o  di  una  tastiera. Così  si  è  felici, molto  più  felici  di  quanto  si  possa  esprimere  a  parole.

Talvolta  dilaterei  all’infinito  questi  momenti  preziosi  e  veri. Sempre  con  il  canto  della  pioggia  a  farmi  compagnia.

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Natale  è – o  dovrebbe  essere – calore. Così  io  lo  vedo, così  lo  desidero, così  lo  amo. Non  riesco  a  concepirlo  in  altro  modo. E  a  Natale, mentre  fuori  tutto  è  gelido  e  scuro, in  casa  ho  bisogno  del  rosso,  dell’oro  e  del  verde, un  abbraccio  appassionato  di  colori  che  danno  il  benvenuto  alla  stagione  fredda  senza  lasciarsene  intimorire. Certo, se  arrivasse  anche  la  neve, Natale  sarebbe  perfetto: guardare  i  fiocchi  bianchi  cadere  dal  cielo  mentre, in  casa, trionfano  la  luce  e  il  tepore, sarebbe  fantastico; ma  non  si  può  avere  tutto.

Per  me, Natale  significa  soprattutto  calma, pace, tranquillità. Significa  riscoprire  l’inestimabile  valore  del  tempo: mangiare  bene  e   senza  fretta, evitare  di  correre, riposarsi  un  po’, accogliere  l’inverno  immaginando  i  doni  che  ci  porterà. E  allora  auguri, auguri  a  tutti: che  siano  giorni  di  quiete  e  d’infinita  dolcezza.

 

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