Di nebbia, gelo e inverno

Ieri c’è stato un nebbione da film horror: camminando, non si vedeva nulla a un metro di distanza. E che dire del freddo? Gelo puro a tratti intollerabile. Però ha il suo fascino, anche se non mi aspetto che tutti condividano quest’opinione un po’ bizzarra. Certo è che, in simili condizioni climatiche, si apprezza la vita domestica e si apprezzano anche i pranzetti succulenti.

Se potessi scegliere, se avessi modo di sconvolgere le leggi della natura, esisterebbero soltanto due stagioni: autunno e primavera, una perfetta alternanza fra due diverse dolcezze. Ma, visto che non posso mutare l’inesorabile ordine delle cose, ammetto di apprezzare anche il freddo inverno, pungente e cattivello, ma con il grande merito di renderci attivi e di spingerci a mille riflessioni.

Intanto, buon proseguimento di settimana a tutti coloro che passeranno su questo blog.

Chiacchiere di fine novembre

Quando dicembre sta per arrivare, penso sempre al nuovo “vestito” del blog. Fra pochi giorni dovrò cambiare immagini, intestazione e sfondo, e ciò mi diverte: talvolta mi sento come una bimba intenta a colorare un album da disegno, mentre fuori piove o il cielo è troppo scuro per fare altro. Massì, in fondo questo blog è un modo per decorare certe giornate cupe o monotone o nonsisabenecosa.

Intanto ho già sbrigato con soddisfazione la faccenda dell’albero di Natale: è lì, finito, pronto, fisso, immobile a sostenere la sua parte. Del resto, ciascuno di noi ne recita una, di parte; e anche l’albero natalizio s’impegna nel suo ruolo, povero caro. A lui spetta il compito di ricordarci che stiamo per immergerci nelle feste più lunghe dell’anno, feste di cui magari c’interessa poco o che non suscitano in noi alcun entusiasmo, ma che dobbiamo accettare, sopportare, sforzarci di gradire. A pensarci bene, tutti questi colori, queste luci, i pacchetti decorati e il rosso, il verde, l’oro, l’argento ci aiutano ad accogliere l’inverno, ad abbracciarlo, a dargli il benvenuto. Ed è proprio il caso di darglielo, questo benvenuto, visto che oggi il freddo è assassino. Però ne sono contenta – del freddo, dico -, perché con queste temperature io cammino, cammino, cammino, mi muovo parecchio e chimifermapiù?

Che finisca novembre mi dispiace, che finisca l’autunno mi dispiace, però mi adatto o almeno ci provo. Tanto la vita è tutta una questione di adattamento.

Intanto buon fine settimana, buon freddo, buon tutto.

Autunno, fango e passeggiate

Ore 17:15. Il buio è già arrivato e il freddo è quello pungente, tipicamente invernale nonostante sia novembre. Non amo troppo la domenica, perché m’infonde sempre un persistente senso di malinconia; però preferisco le domeniche autunnali e invernali a quelle delle belle stagioni, perché, nei periodi freddi, si può gioire dell’intimità domestica: avere tempo per stare in casa e dedicarsi ai propri hobby, mentre fuori è freddo e l’oscurità avanza in fretta, è impagabile.

Del week-end amo il sabato perché, con i negozi tutti aperti e la necessità di svolgere varie commissioni, conserva la vivacità degli altri giorni della settimana, ma, a differenza di essi, offre l’occasione per fare cose nuove o diverse dal solito. Ieri mattina ho visitato, in centro storico, la piccola mostra dedicata ad alberi e oggetti di Natale. Nel primo pomeriggio, invece, ho fatto una lunga passeggiata nel quartiere in cui risiedo: l’atmosfera era troppo novembrina per lasciarsela scappare, e così ho zampettato allegramente lungo il viale, per poi tornare a casa attraverso una specie di sentiero-parchetto che unisce l’orrido Viale Don Minzoni a Via Riva del Garda. Tale sentiero-parchetto è per me una novità: durante la mia infanzia, infatti, non esisteva, perché in quella zona c’era un vivaio e altre cose sulle quali non ho mai voluto indagare. Poi sono stata assente da questo quartiere per moltissimi anni, tanto da averlo quasi cancellato dai miei ricordi; ma, dopo essere tornata qui inaspettatamente, ho scoperto che è stato fatto questo parchetto strano, e così ne approfitto quando voglio camminare e starmene da sola.

In definitiva, faccio il giro dell’oca: percorro Viale Buon Pastore fino all’incrocio con il detestabile Viale Don Minzoni; qui svolto a sinistra e, dopo pochi metri, giro ancora a sinistra lungo una stradina che porta al sentiero. Dapprima c’è un piccolo largo con due altalene e qualche panchina; poi il sentiero si restringe e prosegue in mezzo a una fila di case e casette ristrutturate. Il bello della faccenda è che sembra di trovarsi in campagna, e questa sensazione è accentuata durante l’autunno, quando il terreno è fangoso e le foglie cadono a sazietà. I passanti sono rari, soprattutto in questa stagione, e questo suscita l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Quando il sentiero sbuca in Via Riva del Garda, è ormai chiaro che non sono in un altro mondo, ma in questo. E allora svolto ancora a sinistra, percorro la strada e poi giro a destra entrando in Via Savani, dove inevitabilmente mi assalgono parecchi ricordi legati all’infanzia e alla prima adolescenza. Da lì prosegue il solito tour: Via Pagliani, il parco, Via Peretti e Via Matilde di Canossa. Si torna a casa, invariabilmente.

Ieri ho fatto questo giro dell’oca per poi rientrare alle 16:30. Due ore dopo mi sono accorta che non avevo comprato una cosa importante per il pranzo della domenica. Così, nonostante la pioggia a dirotto, il buio e il gelo, sono uscita in fretta e sono tornata in  centro storico al mercato di Via Albinelli. In soli 35 minuti ho fatto tutto: andata e ritorno a piedi sotto la pioggia battente. E devo ringraziare l’autunno per l’energia che m’infonde. D’estate, col sole a picco sulla zucca e l’afa che non consente di respirare, non riuscirei a fare tanto.

D’altra parte sono un’ottima camminatrice, e neppure il maltempo riesce a fermarmi. E a voi piace camminare? Vi piace fare giri particolari, soltanto “vostri”?

Per sempre ottobre

Ottobre, purtroppo, si dissolve oggi sotto il peso dell’autunno che avanza. Sta terminando il suo percorso dopo averci regalato trentuno giorni di poesia, quella poesia accessibile soltanto a chi ama oltrepassare la superficie delle cose.

In genere ottobre comincia in sordina: all’inizio è un prolungamento di settembre, luminoso come un’estate tardiva e stranamente benevola. Gli alberi sono ancora verdi, almeno in buona parte, ma è chiaro che qualcosa sta cambiando. Mentre i giorni trascorrono, si scoprono i primi tappeti di foglie sulle strade, che sembrano quasi comparsi dal nulla; poi, a mano a mano che il tempo passa, ottobre assume tutte le caratteristiche del primo, vero, magico autunno: dagli alberi, le foglie cominciano a cadere costantemente e i loro colori si fanno intensi, vividi, quasi volessero esibirsi per gli spettatori più attenti e capaci di gratitudine.  A dominare sono ormai il giallo vivo, il rosso vermiglio, il verde screziato di nocciola e i toni del marrone, che richiamano la terra e la vita e la concretezza.

Anche il clima comincia a cambiare: le mattine sono più fredde, mentre una nebbia impalpabile, evanescente, sembra voler addolcire anche il cammino più malinconico. È il momento in cui ottobre s’insinua, con rarissima delicatezza, nei recessi dei nostri pensieri, e ci invita ad abbandonare il chiasso, i discorsi inconsistenti, certe miserabili futilità. La sua incomparabile grandezza consiste nel fare tutto questo senza costringere, senza ferire: ottobre invita, suggerisce, accoglie, è solidale. E oggi, congedandosi, ci regala pioviggine e  freddo e umori incerti, per abituarci a tollerare nebbie più dense, fitte oscurità, aspri sentieri.

Giorni di marzo

Marzo ha rispettato il suo copione. Si è presentato sfavillante di luce e di azzurro, con mandorli e ciliegi in fiore; poi, d’improvviso, ci ha sorpresi con un vento impetuoso, crudele nella sua sfrontata prepotenza. E oggi, finalmente, un cielo grigio chiaro, sbiadito, insignificante acquerello, accompagna la pioggia che cade adagio – presenza muta e riservata -, mentre il freddo rimanda all’inverno o, forse, a certi giorni di ottobre stanchi e malinconici, ma premurosi, garbati, pieni di riguardo.

Intanto qualcuno passa in bicicletta, incurante del tempo; altri si affannano sulla strada, rassegnati, senza ombrello.

Gli alberi e l’inverno

 

Gli alberi sono ormai senza foglie, poveri tronchi  e rami scuri inermi, costretti a tollerare il freddo. Ma la nebbia del mattino, densa, li avvolge quasi a proteggerli. La nebbia che sfuma ogni contorno, che ammorbidisce e nasconde, che sembra dormire e poi destarsi. Comincia l’inverno, con il suo grigio profondo – e il fango sulle strade, e il labirinto dei ricordi.

E allora buon Natale e buon inverno.

Vento di ottobre

Il vento di ottobre, così repentino, è un presagio: è l’autunno con la sua mestizia, con i suoi muti dolori, con i suoi tanti tormenti.

Eppure la sua grazia resta intatta: è un’armonia silenziosa, una malinconia che non ferisce, un’affettuosa carezza – nonostante il freddo e le mattine opache e l’incertezza del domani.

La via più giusta

Spesso, su questo blog, ho parlato della magica atmosfera che invade gli ultimi giorni dell’anno, fra Natale e San Silvestro. Forse sono i giorni che preferisco e per tante ragioni. Prima di tutto, si avverte un silenzio particolare nelle strade, nei viali, persino nelle piazze: è la quiete che inevitabilmente segue alla festa e che, nello stesso tempo, preannuncia altre feste e altri riti. Poi c’è questo senso di sospensione che deriva dall’attesa del nuovo anno, un’aspettativa cui non ci si può sottrarre, un appuntamento ineludibile.

Ed è inverno, inverno freddissimo e scuro. Ma, lungo le vie cittadine, restano alcuni segni dell’autunno appena trascorso: certe foglie rosse tenaci, ancora abbracciate ai rami degli alberi, sono un’eredità della stagione precedente e, con la loro tranquilla presenza, spezzano quel confuso intreccio di antracite e marrone cupo che caratterizza la monotona tavolozza dei colori invernali. Del resto, in questo periodo è facile dimenticare il cupo volto dell’inverno, perché è un momento di bilanci, di riflessioni severe, di progetti, di ripensamenti. Così, si oscilla costantemente fra il desiderio di quiete e il desiderio di agire, muoversi in fretta, decidere.

Ma forse occorre altro. Forse occorre soltanto fermarsi, guardare fuori – con calma – oltre la pioggia e la nebbia, e cercare, al di là del vuoto apparente, la via più giusta.

Di freddo e dicembre

Sono giornate freddissime ma limpide, come capita spesso all’inizio di dicembre. Nel tardo pomeriggio, uscirò per andare alla ricerca di alcuni regali. Sarà buio, sarà già notte e il freddo accompagnerà la mia passeggiata. Preferirei un’altra compagnia, meno aggressiva e più docile, come le nebbie autunnali non troppo fitte, gli umori incerti di ottobre, le quiete malinconie dell’inizio di novembre: la dolcezza al posto dell’arroganza, la delicatezza al posto dell’invadenza.

Ma la stagione è un’altra e bisogna sopportarla. Si tratta di chiamare a raccolta tutta la propria forza interiore per sfidare il gelo e l’oscurità. In fondo, le feste giungono anche per questo.

Noi e l’autunno

L’autunno  è  vita, nonostante  tutto. L’autunno  è  vita  nonostante  il  lento  sfacelo  della  natura, nonostante  il  declino  rapido  del  giorno, nonostante  il  fitto  incupirsi  delle  ombre.

L’autunno  è  un  maestro:  insegna  a  chiudere  porte, a  circoscrivere  i  propri  pensieri, a  limitare  le  proprie  parole; l’autunno  insegna  il  valore  della  discrezione, il  rispetto  per  se  stessi, la  bellezza  dei  ricordi.

L’autunno  è  un  privilegio, perché  non  tutti  riescono  ad  afferrarne  le  meravigliose  trame; non  tutti  possono  avvertirne  i  tanti  discorsi  sussurrati  mentre  fuori  piove, mentre  il  vento  freddo  trascina  via  le  foglie, mentre  la  nebbia  del  mattino  addolcisce  ogni  pensiero.

L’autunno  è  mistero, perché  il  rosso, il  giallo  e  il  marrone  trionfano  assumendo  sfumature  indecifrabili – un  enigma  senza  soluzione,  che  non  pretende  di  essere  risolto  ma  soltanto  amato, accolto, rispettato.

L’autunno  siamo  noi  quando, dopo  infiniti  percorsi, restiamo  fermi  e  sereni  ad  ascoltare  il  maestoso  silenzio  che  avvolge  le  giornate –  e  poi  le  voci, le  tante  voci  di  chi  sembra  assente  e  invece  è  sempre  qui, tra  le  foglie  che  cadono  adagio, nell’atmosfera  rarefatta  delle  mattine  incolori, nelle  stanze  accarezzate  dalla  luce  malata  del  sole, un  sole  stanco  ma  comprensivo.