Brevemente domenica


Domenica di sole e di mercatini natalizi. Dopo aver un po’ girovagato alla ricerca di qualche regalo, sono andata alla Feltrinelli e ho comprato il romanzo Dracula di Bram Stoker e il dvd del film La morte corre sul fiume, un noir del 1955 diretto da Charles Laughton.

Nonostante io abbia letto molti libri, ho stranamente trascurato Dracula, per cui adesso intendo rimediare. Ho già cominciato a leggerlo e, almeno all’inizio, mi pare che abbia un buon ritmo.
La morte corre sul fiume è diventato un cult per i cinefili. Quando uscì, il film fu un completo fallimento a livello commerciale, ma il suo notevole successo di critica lo ha reso un classico della cinematografia. Pertanto sono curiosissima di vederlo.

Intanto auguro un buon inizio di settimana a tutti. 🙂

Mentre la sera avanza

Da tempo desideravo vedere il film Mia cugina Rachele, tratto dal romanzo omonimo scritto da Daphne Du Maurier. Cercando su youtube, con grande gioia l’ho trovato intero e in lingua originale. Sono rimasta soddisfatta: ambientazione e atmosfera perfette e ottima recitazione. In settimana, sempre su youtube guarderò Jane Eyre nella versione del 1970.

Intanto, mentre la sera avanza per scivolare nella notte, e dopo una giornata dal clima quasi invernale, ho deciso di prepararmi una bella tazza di cioccolata calda. Si sa, il freddo è un’ottima scusa per abbandonarsi a questi piccolissimi piaceri. Se poi ci si aggiunge il silenzio di queste ore magiche, l’intermezzo di serenità è completo. Buon inizio di settimana a tutti. 🙂

Fra libri e cinema


In questi giorni sto leggendo Introduzione alla psicoanalisi di Sigmund Freud. Si sta rivelando uno studio interessante, anche grazie all’esposizione molto chiara dell’autore. Questa lettura è finalizzata a valutare le influenze della riflessione freudiana sulla cultura filosofica contemporanea. In tale prospettiva dovrò leggere anche L’interpretazione dei sogni, L’Io e l’Es, Il disagio della civiltà.

Ieri ho visto su Youtube il film Dr. Jekyll and Mr. Hyde nella versione del 1931, diretta da Rouben Mamoulian. Da tempo desideravo vederlo perché avevo letto critiche estremamente positive a riguardo. Ebbene, le aspettative non sono state deluse, anzi: splendida regia, per quei tempi molto innovativa, grande ritmo, atmosfera morbosa e assai sensuale, perciò davvero audace data l’epoca, e meravigliosa interpretazione di Fredric March nella parte di Jekyll/Hyde. Per un commento più articolato, però, aspetto di vederlo una seconda volta.

L’albero degli impiccati


Trama
Il dottor Frail (Gary Cooper) giunge in un accampamento di cercatori d’oro in Montana. Qui, mentre si dedica con passione alla sua professione di medico, salva Rune (Ben Piazza), un giovane ladro che sta per essere linciato, riducendolo però a una sorta di servo privo di diritti. Poi cura Elizabeth, una ragazza svizzera (Maria Schell) rimasta temporaneamente cieca in seguito a un grave incidente. La giovane s’innamora di lui, ma Frail, enigmatico e con un passato oscuro alle spalle, la respinge. Elizabeth decide così di dedicarsi alla ricerca dell’oro insieme a Rune. Quando il suo rozzo socio in affari (Karl Malden) tenta di violentarla, il dottor Frail interviene e rischia il linciaggio.

Commento
The Hanging Tree (1959), in italiano L’albero degli impiccati, è un film western diretto da Delmer Daves. Incentrato sull’indagine psicologica dei protagonisti, dei quali mette in rilievo le contraddizioni e i molti lati oscuri, è un western un po’ anomalo, che dà grande spazio alla descrizione fredda e realistica di un’umanità avida e priva di scrupoli, disposta a tutto per denaro.

Il dottor Frail nell’esercizio della sua professione è sempre molto generoso e attento. Ma è anche un individuo problematico, tormentato da un terribile ricordo e incline a manipolare le esistenze altrui. Un protagonista particolare, dunque, non il classico eroe buono, ma un uomo la cui ambiguità percorre tutta l’opera fino al termine.
Nella vicenda, poi, spicca senz’altro il personaggio del rozzo cercatore d’oro interpretato da un eccellente Karl Malden, che sa rendersi così odioso da non suscitare alcuna pietà neppure quando viene ucciso.

Il film, piuttosto lento, acquista un ritmo quasi vertiginoso solo verso il termine, quando Frail viene attaccato da una folla violenta ed esaltata composta dai peggiori individui dell’accampamento. Il finale è splendido e commovente perché, mostrando il contrasto tra la ferocia irrazionale e malvagia della folla e il generosissimo gesto di Elizabeth, disperata e disposta a qualsiasi cosa pur di salvare Frail, mette in luce nello stesso tempo il peggio e il meglio di cui gli esseri umani sono capaci.
Molto buona la recitazione degli attori.

Voto: 8

Segnalazione – Ombre rosse


In questo periodo, sta uscendo nelle edicole una collana di dvd intitolata I capolavori del cinema western. Da oggi è possibile acquistare Ombre rosse (1939), diretto da John Ford.
Un anno fa scrissi una dettagliata recensione di questo film, capolavoro assoluto del cinema di tutti i tempi. Approfittando dell’uscita odierna del dvd, che costa 9,90 €, lo segnalo volentieri a tutti gli amanti del buon cinema. In Ombre rosse si fondono armoniosamente epica e poesia, romanticismo e avventura, dando luogo a un esito che trascende il genere d’appartenenza.
Per la profondità e la pluralità di significati che lo caratterizzano, per la bravura del cast e per alcuni dettagli tecnici che erano all’avanguardia nel 1939, Ombre rosse può essere a buon diritto definito un’opera d’arte. Una menzione speciale merita poi il regista John Ford, unico, straordinario e insuperabile poeta del genere western.

La scala a chiocciola


TRAMA
New England, 1906. In una cittadina, qualcuno uccide giovani donne affette da handicap fisici.
Helen Caper (Dorothy McGuire) lavora come governante nella villa della famiglia Warren. Essendo muta fin dall’infanzia a causa di un trauma psicologico, è una potenziale vittima del serial killer. Nella villa risiedono la signora Warren (Ethel Barrymore), il figlio Steven (Gordon Oliver), il figliastro Albert (George Brent), la segretaria di quest’ultimo e una coppia di servitori. Helen accudisce la signora Warren, molto malata e costretta a letto.
Nell’arco di una serata con un forte temporale, nella villa si scatenano tensioni che culminano in un pericolo mortale per Helen. Ma questa volta l’assassino non riuscirà a farla franca.

COMMENTO
The Spiral Staircase, in italiano La scala a chiocciola (1946), è un famoso thriller diretto da Robert Siodmak. Si distingue per la bellissima fotografia, con un ottimo bianco e nero privo di sbavature, e per alcuni elementi che in seguito diventeranno tipici di questo genere: l’ambientazione in una villa isolata, la notte accompagnata da un forte temporale, la cantina desolata e buia dove avviene l’ennesimo delitto, la presenza in uno spazio ristretto di vari personaggi apparentemente ambigui, l’inquadratura insistente di un occhio dell’assassino.

L’identità del serial killer viene scoperta prima del termine del film, che però mantiene una buona tensione fino all’ultimo. Il mutismo di Helen, che le impedisce di gridare quando s’accorge di essere in pericolo, contribuisce poi a rendere ancora più claustrofobica l’atmosfera che pervade tutta l’opera. Da antologia la sequenza in cui l’assassino vede Helen riflessa nello specchio, immaginandola senza bocca.
L’interpretazione di Dorothy McGuire, nella sua struggente intensità, è eccellente.

Voto: 8,5

Ladyhawke


Non ho visto ciò che i miei occhi hanno visto, non credo ciò che la mia mente crede, mio Dio. Queste sono cose magiche, sono cose misteriose, di cui ti prego, Signore, non rendermi partecipe (Philippe Gaston).

TRAMA
Basso Medioevo. Un ladruncolo simpatico e irrimediabilmente bugiardo, Philippe Gaston detto il topo (Matthew Broderick), evade dalla prigione di Aguillon. Raggiunto dalle guardie del vescovo durante la fuga, Philippe è salvato da un misterioso cavaliere, Etienne Navarre (Rutger Hauer), che viaggia con un cavallo nero e un falco. In parte per riconoscenza, ma soprattutto perché non può fare altrimenti, Philippe diventa scudiero di Navarre e lo segue, scoprendo poi una storia inquietante. Il vescovo di Aguillon, un uomo corrotto e privo di scrupoli, si è innamorato d’Isabeau (Michelle Pfeiffer), la fidanzata di Navarre, ma, non tollerando il rifiuto da parte dalla ragazza, ha diviso la coppia attraverso un sortilegio: ogni giorno Isabeau si trasforma in falco – il falco con cui viaggia Navarre -, mentre tutte le notti, non appena Isabeau torna donna, Navarre si trasforma in lupo.

Dopo gravi incidenti, incontri inaspettati e l’elaborazione di una strategia per affrontare il vescovo, i due innamorati riusciranno a liberarsi della maledizione.

COMMENTO
Diretto da Richard Donner nel 1985, Ladyhawke è un fantasy girato quasi interamente in Italia, in località quali, ad esempio, il Parco Nazionale d’Abruzzo e le province di Parma e Piacenza.
Privo di sofisticati e pretenziosi effetti speciali, il film punta sulla bella fotografia, gli splendidi paesaggi autunnali e invernali e i dialoghi vivaci nei quali si mescolano dramma e leggerezza, romanticismo e comicità. Questa varietà di toni, peraltro collegati con sapienza nel corso di tutta l’opera, rende il film molto piacevole e tale da non annoiare lo spettatore. Philippe Gaston, infatti, con la sua tendenza a mentire e a esagerare anche nel riportare le notizie, e lo scalcinato monaco Pompeius che, senza volerlo, era stato la causa indiretta del malvagio sortilegio del vescovo, bilanciano, con la loro vena comica, il cupo dramma che avvolge la vicenda dei due protagonisti.

Continuamente sospeso tra dimensione onirica e dimensione fiabesca, Ladyhawke si segnala anche per il buon intreccio e l’originale colonna sonora, opera di uno dei membri degli Alan Parson Project, Andrew Powell.
Delicato, romantico, violento, avventuroso e tragico nello stesso tempo, è un piccolo gioiello da non dimenticare.
Voto: 9

Casa Howard


Trama
Inghilterra, primi del Novecento. Margaret (Emma Thompson) e Helen (Helena Bonham Carter) Schlegel, esponenti della media borghesia cólta e progressista, fanno amicizia con i ricchi e conservatori Wilcox. Helen s’innamora del giovane Paul Wilcox, che però non vuole impegnarsi in un fidanzamento. Dopo la rottura fra i due e la partenza di Helen per la Germania, Margaret entra in relazione con la madre di Paul, Ruth (Vanessa Redgrave). Le due diventano buone amiche ma Ruth s’ammala e muore, lasciando in eredità a Margaret il suo adorato cottage di campagna, Casa Howard. Per il marito Henry (Anthony Hopkins) e per i tre figli si tratta di un duro colpo. Considerando assurdo il gesto di Ruth, bruciano il foglio sul quale la donna aveva scritto le sue ultime volontà.

Intanto Helen e Margaret hanno conosciuto Leonard Bast, un povero impiegato molto amante della lettura, attraverso la quale cerca di rendere meno squallida la sua grigia esistenza. Consigliate da Henry Wilcox, con cui hanno rinnovato l’amicizia, le due donne invitano Leonard ad abbandonare la compagnia di assicurazioni per la quale lavora e a cercarsi un altro posto. Ma il suggerimento del signor Wilcox si rivela sbagliato e Leonard viene licenziato dal suo nuovo impiego. Nel frattempo, Margaret ha accettato la proposta di matrimonio di Henry e questo complica i suoi rapporti con la sorella. Alcuni eventi improvvisi causeranno una profonda crisi matrimoniale fra Margaret ed Henry, e Casa Howard tornerà inaspettatamente al centro delle vicende che coinvolgono la famiglia Wilcox e le Schlegel.

Commento
Howards End (1992), diretto da James Ivory, è tratto dal romanzo omonimo scritto da Edward Morgan Forster. Il film mette in scena uno scontro fra classi sociali, mentalità e abitudini diverse fra loro e perciò inconciliabili. Se è vero che sono le differenze a costituire la causa principale dell’attrazione fra le Schlegel e la famiglia Wilcox, è altrettanto vero però che esse, fin dall’inizio, sono un ostacolo che lascia presagire le inevitabili difficoltà che emergeranno nel corso della vicenda.
Le idee di Forster, sulle quali è costruito il film, sono chiare: posizione economica e formazione culturale influenzano irrimediabilmente l’esistenza esteriore e interiore degli individui; a ciò si aggiungono le contraddizioni e gli egoismi, propri di tutti gli esseri umani, a rendere i rapporti interpersonali perennemente fragili.

Nel film la ricostruzione ambientale è molto accurata, com’è tipico della regia di Ivory che si distingue per eleganza, classe e, a tratti, un eccesso di algido bon ton. Molto buona la recitazione degli attori.
Voto: 8

Passaggio in India

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Trama
Adela Quested (Judy Davis) parte dall’Inghilterra per recarsi in India, a Chandrapore. Adela viaggia insieme a Mrs. Moore (Peggy Ashcroft), l’anziana madre del suo fidanzato che in India lavora come magistrato civile.
Affascinate dall’India, le due donne si comportano in maniera molto diversa rispetto agli altri inglesi residenti a Chandrapore, che evitano di coltivare rapporti da pari a pari con gli indigeni. Mrs. Moore e Adela, infatti, stringono amicizia con un intelligente e sensibile medico del luogo, il dottor Aziz, che le invita a una gita alle grotte dei monti Marabar. Purtroppo, in quest’occasione capita però un fatto strano: Adela, che si reca da sola con Aziz a visitare alcune grotte, fugge via improvvisamente accusando il medico di tentata violenza.

Aziz viene messo in prigione nonostante si proclami innocente, mentre a Chandrapore i rapporti fra inglesi e indiani diventano sempre più tesi. Ma quando si arriva al processo avviene un colpo di scena: Adela ritira le accuse, accorgendosi di aver commesso un errore. Tuttavia, ormai nulla potrà più essere come prima.

Commento
Tratto da un noto romanzo di Edward Morgan Forster, A Passage to India (1985) è un film di David Lean.
Abbastanza fedele all’opera originale, a parte alcuni ovvi cambiamenti dovuti a necessità di sceneggiatura, il film si segnala per l‘ottima ricostruzione storica e ambientale dell’India sotto la dominazione britannica e per l’accurata caratterizzazione psicologica dei personaggi, di cui vengono messi sapientemente in luce qualità e difetti.
Da sottolineare la presenza di un bravissimo Alec Guiness nella parte dell’imperscrutabile bramino Godbole.

Proprio come il romanzo, il film pone l’accento sulle inevitabili difficoltà che nascono dall’incontro fra civiltà tanto diverse: la fredda razionalità degli inglesi si scontra con l’ingenuo sentimentalismo degli indiani, creando una barriera che è quasi impossibile infrangere, perché valori, mentalità e culture diverse costituiscono enormi ostacoli per la comprensione reciproca.
A tratti algido ma ben diretto, Passaggio in India è una buona trasposizione del bellissimo romanzo di Forster, di cui consiglio la lettura.
Voto: 8
passaggio

Follia omicida

epitaph
Correva l’anno 1987 e il regista Joseph Merhi partorì l’horror Follia omicidia, detto anche Epitaph, noto a tutti i cinefili come uno dei più brutti film mai realizzati, una vergogna di proporzioni incalcolabili. Prova ne sono le numerose recensioni che lo stroncano senza pietà.
Aggiungo che nel 1987 fu girato anche il mitico trash per eccellenza, Un lupo mannaro contro la camorra, di cui ho già riferito con coraggio su questo blog.

Anche nel caso di Follia omicida, vale quanto ho esposto in altri post dedicati alle super-ciofeche cinematografiche: mancando all’opera – e mi scuso con il termine “opera”- un filo logico degno di questo nome, la mia sintesi sarà per forza caotica.

Una graziosa famigliola, composta da padre remissivo, madre psicopatica e ninfomane, figlia immatura e nonna semi-catatonica, cambia casa trasferendosi in una bella villa isolata. Seguono alcune scene al limite della confusione totale, nonché dialoghi che probabilmente sono stati improvvisati in fase di recitazione. Tutto ciò ci fa comprendere che la prosecuzione della visione del film si configura come uno strazio difficilmente sopportabile.

Giunge alla villa un imbianchino e la madre, cioè la signora Fulton, fredda come il ghiaccio con il marito ma stranamente assatanata quando vede altri uomini, tenta un vigoroso abbordaggio. Sorge però un problema non indifferente: l’imbianchino è un caso anomalo di maschio in quanto, invece di cedere senza farsi scrupoli, protegge con commovente convinzione la propria virtù, provocando così la scomposta reazione della tenerissima donna, che lo sventra con almeno una decina di pugnalate.
Il bello è che il marito di costei, giunto a casa, seppellisce l’uomo in giardino come se niente fosse. 😮

Normalmente capita che una persona sventrata da numerose pugnalate, e poi sepolta per ore, tiri le cuoia definitivamente. In questo film no. L’imbianchino infatti, dopo il gentile trattamento ricevuto, si ripresenta bello e pimpante e uccide il marito della pazza. La donna però spara all’imbianchino che stavolta muore davvero.
Sì, lo so, in fondo è una bella cosa: due in meno. Sempre meglio che niente!

Intanto una psichiatra, cui il marito della pazza si era rivolto prima di morire, si finge una vicina di casa di costei per poter diventare sua amica. Da notare che la casa degli orrori è una villa isolata e quindi non si capisce come la psichiatra possa definirsi una “vicina”. Vabbè, non indaghiamo, tanto è inutile.
A questo punto l’esilissima e ridicola trama del film si dissolve completamente.

La figlia adolescente prende la solita cotta per un compagno di liceo, che l’affettuosa madre ovviamente detesta. Poi costei scopre che la psichiatra non è una vicina di casa, ma appunto solo una psichiatra, e decide di torturarla e ucciderla. La conduce in cantina, le lega un secchio intorno alla vita con dentro un topo affamato, e usa la fiamma ossidrica per scaldare il secchio e costringere il topo a farsi strada, per fuggire, nello stomaco della donna. 😥 Non ho guardato la scena, e del resto non guardo mai scene splatter o troppo violente perché non ne sopporto la visione: le detesto con tutte le mie forze. Però quanto ho descritto corrisponde a ciò che accade nella pellicola. Disgusto totale.

In seguito la pazza chiude la figlia in una stanza sporca, lasciandola priva di cibo e di acqua per vari giorni. Senza alcuna ragione plausibile, la nonna semi-catatonica comincia a girare per il giardino con un piccone in mano, e poi, mentre telefona alla polizia, resta uccisa dal piccone medesimo. 😕

Finalmente giunge sul posto l’innamorato della ragazzina. La madre, tanto per non farsi mancare niente e per non deludere le aspettative, tenta di sedurre persino lui, ma anche questo è un maschio anomalo, tipo Maria Goretti, e rifiuta di concedersi. Ovvio che la dignitosa e casta donna non tolleri lo sgarbo e reagisca tirandogli addosso un bel po’ di benzina e minacciando di dargli fuoco. Ma il giovane non si scoraggia e le assesta un bel pugno sul viso, facendola svenire e regalandoci un po’ di sadico piacere.
Dopo la fausta impresa si reca a liberare la ragazza che, nonostante il digiuno di giorni e giorni, è in ottima forma. 😮

I due piccioncini raggiungono così l’automobile, credendo di potersi mettere in salvo. Ma qui accade la follia pura: la madre, pur essendo ancora svenuta in casa, si trova anche sulla macchina. Si tratta forse di un caso di bilocazione o di pura pazzia da parte del regista? Non scrivo la risposta, è facile intuirla.
La psicopatica accende un cerino e, al colmo della bontà, dà fuoco al ragazzo che muore. Anche costui viene sepolto in quello che dovrebbe essere il giardino, ma che ormai si è trasformato in un cimitero. A questo punto, la ragazzina dà un bel colpo alla madre con la pala, uccidendola, la carica in macchina e se ne va.
Fine del film. 😐

Recitazione indegna, dialoghi puerili, regia pessima, trama assurda. La visione di questo film può tuttavia diventare, in un certo senso, consolatoria: ci fa infatti comprendere che, qualsiasi cosa brutta ciascuno di noi abbia fatto, c’è qualcuno che ha senz’altro operato peggio.
Inoltre, dopo aver visto questo film si possono rivalutare molte esperienze che siamo inclini a giudicare negative, tipo darsi una violenta martellata su una mano, perdere i risparmi in investimenti sbagliati e altro ancora. Sì, perché tutto ciò è niente rispetto allo strazio che produce assistere a Follia omicida.