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Posts Tagged ‘feste’

Questi  ultimi  giorni  del  2016  sono  freddi  ma  estremamente  luminosi: qui  il  sole  ha  dominato  nonostante  la  stagione, determinando  così  un’atmosfera  diversa  da  quella  che  mi  attendevo  e  che  è  tipica  di  questo  periodo. In  genere, le  giornate  che  separano  il  Natale  dall’inizio  del  nuovo  anno  sono  grigie  se  non  estremamente  cupe, oltre  che  silenziose – quel  silenzio  che  segna  il  riposo  prima  di  nuove  feste  e  nuovi  eccessi. E  silenzio  e  oscurità, mentre  l’anno  si  sta  dissolvendo, hanno  il  merito  di  contribuire  a  creare  un’atmosfera  particolare, quasi  uno  stato  di  sospensione  che  non  ha  eguali  in  altri  momenti  e  in  altre  stagioni.

Ma  questo  sole  insistente – questa  luce  fredda  ma  costante – non  parla  di  sospensione, di  magica  attesa, di  misteriosa  ambiguità  durante  l’inevitabile  passaggio. Il  sole, che  tutto  illumina  e  rallegra, spoglia  le  strade, gli  oggetti  e  le  persone  di  quel  velo  che  rende  arcano  e  attraente  persino  ciò  che  attraente  non  è. E  allora  quella  vertigine  dell’anima  che  sempre  avverto  mentre  l’anno  fugge  via, adesso  è  assente.

Intanto, però, vorrei  augurare  Buon  Anno  a  tutti  coloro  che  faranno  una  passeggiata  su  questo  blog. Ciò  che  auguro, al  di  sopra  di  ogni  cosa, è  che  ciascuno  possa  trovare  la  propria  strada  se  l’ha  smarrita  o  ritiene  di  non  averla  ancora  incontrata. Trovare  la  propria  strada  significa  anche  comprendere  bene, in  profondità, ciò  che  si  desidera  veramente  e  ciò  di  cui  bisogna  liberarsi. I  passaggi, infatti, a  volte  richiedono  coraggio  e  tagli  netti: non  basta  imboccare  un  sentiero  e  percorrerlo  sperando  di  raggiungere  una  meta; a  volte,  occorre  liberarsi  da  fardelli  inutili  e opprimenti  per  poter  procedere  meglio  nel  proprio  cammino.

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E  poi  sì, che  il  nuovo  anno  sia  scintillante, pieno  di  sorprese, di  bei  pensieri, di  ottimismo  e  di  capacità  di  andare  avanti. 🙂

 

 

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Natale  sta  arrivando, ormai  è  qui. E  allora  Auguri: che  possa  essere  un  momento  di  serenità,  di  armonia  e  di  pace; che  possa  essere  un  intervallo  tranquillo  chiamato  a  inondare  di  luce, calore  e  speranza  la  rigida  stagione  invernale.

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Ogni  anno, accade  sempre  la  stessa  cosa: la  settimana  che  precede  le  feste  natalizie  si  presenta  ricca  d’impegni, di  scadenze  da  rispettare, di  programmi  da  organizzare. Nella  maggior  parte  dei  casi, si  tratta  di  questioni  superflue  o, meglio, di  questioni  che  sarebbero  superflue  in  un’altra  parte  dell’anno, ma  che, in  questa,  assumono  una  rilevanza  straordinaria. C’è  sempre  un  regalo  in  più  da  acquistare, un  piccolo  dettaglio  da  non  dimenticare, una  spesa  che  non  può  essere  rimandata, un  nuovo  giro  di  commissioni  da  sbrigare. Le  feste  natalizie, insomma, sono  un  vero  e  proprio  lavoro, una  professione  il  cui  svolgimento  si  affina  col  trascorrere  degli  anni  e  con  l’esperienza. Se  poi  penso  al  freddo  assassino  di  questi  giorni, il  fatto  di  dover  compiere  uscite  supplementari  per  faccende  che  eviterei  con  gioia  non  mi  riconcilia  con  l’idea  di  queste  feste.

Però, volenti  o  nolenti, il  dovere  chiama  e  così, ieri  sera, ho  dovuto  trovare  il  coraggio  di  affrontare  nuovamente  questo  freddo  semi-polare  per  andare  ad  acquistare  un  altro  regalo. Giunta  in  Piazza  Grande,  quasi  correndo  a  causa  del  gelo, ho  visto  il  trenino  delle  feste  fermo  al  capolinea  e  in  procinto  di  rimettersi  in  marcia. Così, ho  comprato  al  volo  un  biglietto  e  sono  salita  sul  primo  vagone, soprattutto  perché  ho  visto  salire  un  umarell  col  suo  nipotino. Ebbene  sì, è  stata  la  presenza  dell’umarell  a  farmi  decidere  per  il  tour  del  centro  storico, perché  quando  un  umarell  sale  su  un  mezzo  pubblico  dotato  di  motore  si  può  star  certi  che, prima  o  poi, farà  qualche  commento  interessante.

Sul  trenino  eravamo  soltanto  in  cinque: io, l’umarell  col  suo  pimpante  nipotino  e  un  distinto  signore  quarantenne  col  suo  bambino. Siamo  partiti  da  Piazza  Grande  con  molto  fragore, ci  siamo  diretti  lungo  Corso  Duomo  e  poi  abbiamo  girato  per  entrare  in  Via  Emilia, il  tutto  accompagnati  dal  fischio  del  treno. L’umarell  rispondeva  alle  domande  del  suo  nipotino, gorgheggiando  con  entusiasmo  e  felice  perché  eravamo  così  in  pochi. Quando  il  trenino  ha  lasciato  Via  Emilia  per  dirigersi  lungo  Corso  Canal  Grande, l’umarell  ha  detto  qualcosa  a  proposito  delle  sospensioni  del  veicolo, ma  non  ho  capito  bene  cosa. In  seguito, una  volta  oltrepassata  l’Accademia  Militare, ha  fatto  quello  che  qualsiasi  vero  umarell  farebbe  in  simili  circostanze: si  è  lamentato  del  rumore  del  motore, a  suo  dire  difettoso. E  poi  ha  aggiunto, tutto  giulivo: “Ma  questo  treno  ha  molte  cose  che  non  vanno!”. Mentre  attraversavamo  Via  Cesare  Battisti, ha  continuato  entusiasta: “Se  andiamo  avanti  così, ci  tocca  spingerlo!”. E  il  signore  quarantenne, ridendo, gli  dava  ragione.

Abbandonata  Via  Cesare  Battisti, siamo  tornati  in  Via  Emilia, poi  in  Corso  Duomo  e  finalmente  al  capolinea  di  Piazza  Grande. Quando  l’umarell  ha  aperto  la  porta  per  far  scendere  suo  nipote, ha  detto  trionfante: “Qui  molte  cose  non  vanno!”. Una  volta  a  terra, è  andato  incontro  felice  al  macchinista  per  spiegargli  le  riparazioni  da  fare  al  simpatico  veicolo. Io  non  sono  rimasta  ad  ascoltare  a  causa  del  freddo, ma  immagino  che  gli  abbia  sciorinato  con  convinzione  una  lista  di  riparazioni  appropriate. Naturalmente  il  trenino  resterà  com’è, senza  alcuna  riparazione.

Questo  episodio  ha  richiamato  alla  mia  memoria  quei  pensionati  della  vecchia  azienda  modenese  dei  trasporti  che, negli  anni  Ottanta, erano  soliti  salire  sugli  autobus  e  mettersi  seduti  nei  sedili  dell’ultima  fila  per  ascoltare  il  funzionamento  dei  motori. Stavano  lì, concentrati  ad  ascoltare  con  estrema  attenzione  e  poi, dopo  un  attento  studio  del  caso, si  dirigevano  verso  l’autista  impegnato  a  guidare, per  informarlo  che  il  motore  stava  soffrendo, che  la  frizione  doveva  essere  spinta  in  un  altro  modo, che  i  freni  dovevano  essere  pigiati  in  un  momento  preciso  prima  del  semaforo  e  via  così,  con  una  lunga  serie  di  consigli  non  richiesti. In  genere, gli  autisti  lasciavano  correre  e  non  rispondevano, perché  i  pensionati  si  atteggiavano  a  professori  di  guida  ma  in  maniera  bonaria. Una  volta, però, un  umarell  più  aggressivo  del  solito, dopo  aver  spiegato  all’autista  che  stava  guidando  come  un  cane, gli  disse: “Ma  va’  a  zappare  la  terra  e  lascia  stare  gli  autobus!”.

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Ieri, nel  tardo  pomeriggio, ho  affrontato  la  prima, vera  giornata  di  shopping  natalizio. Il  freddo  era  intensissimo, anche  se, per  fortuna, le  luminarie  tipiche  di  questo  periodo  hanno  reso  meno  gravoso  il  compito  di  dover  fare  acquisti  in  un’atmosfera  altrimenti  spettrale. E  non  è  esagerato  chiamarla  così, perché  c’erano  ben  poche  persone  in  strada  e  poche  anche  nei  negozi. Semi-deserta  appariva  persino  Piazza  Grande, nonostante  il  grande  albero  di  Natale  splendente  e  il  solito  trenino  delle  feste  fermo  ad  aspettare  passeggeri  che  non  salivano.

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Ed  ecco  qui  il  trenino  di  Natale, con  i  suoi  due  vagoni  rossi  fiammanti. Sta  partendo  dal  capolinea  di  Piazza  Grande  per  effettuare  il  suo  giro. Naturalmente  appena  potrò,  anch’io, nonostante  sia  adulta  e  vaccinata  e  quindi  non  più  in  età  da  simili  trastulli, salirò  sul  trenino  e  farò  il  tour  del  centro  storico, cioè  del  mio  quartiere. Ogni  tanto  è  bello  tornare  bambini  e  io, quando  se  ne  presenta  l’occasione, ne  approfitto  sempre.

Intanto,  buona  domenica  a  chi  passerà  su  questo  blog. 🙂

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Ho  appena  terminato  di  fare  l’albero  di  Natale – quello  grande –  e  di  disporre  in  casa  altri  vari addobbi. Mi  manca  ancora  l’albero  più  piccolo, ma  rimando  quest’incombenza  all’otto  dicembre.

Eh  sì, siamo  arrivati  a  dicembre, al  primo  mese  d’inverno. Il  freddo  è  pungente, ma  l’atmosfera  è  ancora  autunnale: è  l’autunno  che  sta  morendo  adagio  e  che, mentre  si  congeda, dispiega  ancora  i  suoi  tanti  doni. Come  sempre, è  stato  troppo  breve; come  sempre, ci  sembra  di  non  averlo  vissuto  in  pieno, di  aver  perso  qualcosa  mentre  le  giornate  fuggivano  via  una  dietro  l’altra, sempre  più  diafane  e  malate, sempre  più  stanche  e  pensose.

Il  passaggio  al  Natale – perché  dicembre  non  è  altro  che  una  lunga, estenuante  preparazione  al  Natale – è  un  po’  faticoso, almeno  per  me, perché  è  un  trapasso  dalla  calma, elegante  sobrietà  dell’autunno  agli  eccessi  di  un  periodo  festivo  che  sembra  non  dover  terminare  mai. Ho  sempre  pensato  che  sia  opportuno  difendersi  da  tutto  questo  trambusto, ossia  viverlo  nel  miglior  modo  possibile  senza  però  caderne  vittime, senza  lasciarsene  travolgere.

Ma  intanto  cominciamo  ad  abituarci  all’inverno.

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Gennaio: l’inverno  puro. Se  a  dicembre, almeno  all’inizio, spesso  è  possibile  cogliere  ancora  alcune  tracce  dell’autunno  morente  in  certi  colori  caldi  che  permangono  su  alberi  e  cespugli,  a  gennaio  trionfa  l’inverno, con  i  suoi  toni  freddi  e  cupi. Scompare  quel  groviglio  di  sfumature  che  soltanto  l’autunno  sa  regalare  e, al  suo  posto, subentrano  il  nero, il  grigio  scuro, talvolta  il  bianco  accecante  e  gelido.

Oggi  la  giornata  è  stata  freddissima, umida  e  squallida. E  siccome  di  squallore  dovremo  ancora  affrontarne  parecchio, conviene  abituarsi  in  fretta  alla  nuova  atmosfera, priva  delle  innumerevoli  sfumature  che  l’autunno  dispiega  sempre  con  commovente  generosità:

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E  mentre  rimpiango  la  raffinata  bellezza  e  il  timido, elegante  splendore  dell’autunno, cerco  d’immaginare  cosa  mi  porterà  l’inverno, a  parte  il  gelo  e  l’oscurità.

Domani, con  l’Epifania, terminerà  tutto  questo  trambusto  natalizio. Ho  deciso  di  concludere  la  tiritera  festaiola  nel  migliore  dei  modi: preparerò, infatti, un  buon  brodo  di  cappone  con  i  tortellini  e  aprirò  un  panettone  artigianale  che  ora  se  ne  sta  immobile,  buono  buono,  nella  sua  bella  scatola  fiorita  su  un  tavolo  del  soggiorno. In  questo  modo, cercherò  di  esorcizzare  il  pensiero  del  tempo  che  mi  occorrerà  per  far  sparire, nei  prossimi  giorni, alberi  addobbati, presepi  e  ninnoli  vari.

All’inizio  di  un  nuovo  anno, guardo  sempre  il  calendario  per  vedere  quando cadranno  le  varie  feste, religiose  e  non. Ho  visto  che  nel  2016  la  Pasqua  verrà  presto, alla  fine  di  marzo, e  ne  sono  contenta. Mi  ricordo  che, da  bambina  e  da  adolescente, la  Pasqua  mi  donava  un’emozione  particolare  perché  significava  l’arrivo  della  primavera, del  cielo  azzurro, delle  prime  giornate  tiepide  dopo  l’inverno  e  della  possibilità  di  uscire  più  spesso. Adesso, invece, la  Pasqua  mi  lascia  quasi  indifferente. A  dirla  tutta, sono  parecchie  le  cose  che  ormai  mi  lasciano  quasi  indifferente, a  testimonianza  del  fatto  che  gli  anni  non  sono  trascorsi  invano  e  hanno  prodotto  alcuni  effetti  irreversibili.

E  voi  come  vivete  la  conclusione  di  queste  feste? Vi  dispiace  che  siano  giunte  al  termine?

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Natale  è – o  dovrebbe  essere – calore. Così  io  lo  vedo, così  lo  desidero, così  lo  amo. Non  riesco  a  concepirlo  in  altro  modo. E  a  Natale, mentre  fuori  tutto  è  gelido  e  scuro, in  casa  ho  bisogno  del  rosso,  dell’oro  e  del  verde, un  abbraccio  appassionato  di  colori  che  danno  il  benvenuto  alla  stagione  fredda  senza  lasciarsene  intimorire. Certo, se  arrivasse  anche  la  neve, Natale  sarebbe  perfetto: guardare  i  fiocchi  bianchi  cadere  dal  cielo  mentre, in  casa, trionfano  la  luce  e  il  tepore, sarebbe  fantastico; ma  non  si  può  avere  tutto.

Per  me, Natale  significa  soprattutto  calma, pace, tranquillità. Significa  riscoprire  l’inestimabile  valore  del  tempo: mangiare  bene  e   senza  fretta, evitare  di  correre, riposarsi  un  po’, accogliere  l’inverno  immaginando  i  doni  che  ci  porterà. E  allora  auguri, auguri  a  tutti: che  siano  giorni  di  quiete  e  d’infinita  dolcezza.

 

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