Di saggezza e disincanto


Non si tratta soltanto di esaltare i propri pregi. Vi è una ragione molto più profonda, che cela una saggezza infinita: non si possono mostrare a chiunque le ferite dell’anima, l’inevitabile stanchezza dopo le notti insonni, il disincanto che pervade ogni pensiero.

(Nell’immagine il dipinto L’ultima occhiata, di Federico Zandomeneghi)

D’oro intenso e di giallo


La luce d’autunno è il riposo dopo l’ebbrezza d’estate, dopo il furore del sole, dopo le notti torride e gli eccessi e la follia del calore. La luce d’autunno è uno sguardo benevolo che sana ferite, che ispira poesie, che inventa strani accordi e imprevedibili magie.
Signora all’antica, elegante e discreta, la luce d’autunno invade strade e sentieri, ma sempre con garbo, per non disturbare. D’oro intenso e di giallo è il cammino d’autunno.

Passioni scatenate (II)


Come ho scritto in un altro post, non amo le telenovelas e ne ho viste soltanto due non interamente, più una decina di puntate di Cuore selvaggio. In queste ho notato il ripetersi di uno stereotipo: la presenza della donna-infermiera.
L’eroina, una fanciulla sospirante, avvolta in pizzi e trine, ingenua, lacrimante, onesta e impegnata a struggersi per amore, non fa altro che ricamare, prendere il tè e chiacchierare con altre femmine. Poi, a un certo punto della vicenda, il maschio della situazione viene gravemente ferito e lei olè!, d’improvviso si trasforma in un’esperta infermiera.

Ad esempio, in Amor real Manuel, il protagonista, viene condotto a casa pieno di sangue dopo che un disgraziato l’ha impallinato a dovere sperando che morisse. A questo punto che accade? Quella lagna della moglie Matilde, che piange in ogni puntata per i motivi più disparati, comincia a prendere catinelle colme d’acqua e panni bianchi e, prima dell’arrivo del macell…, ehm, del medico, opera con abilità sulla profonda ferita di Manuel improvvisandosi infermiera provetta. Naturalmente piange per tutto il tempo, ma in questo caso le sue eccessive lacrime hanno almeno un senso viste le condizioni del consorte.

Ora, se immagino me stessa al posto di Matilde – io però non piango per ventiquattro ore di fila tutti i giorni dell’anno –  temo che il povero Manuel morirebbe dissanguato perché, oltre a non essere infermiera, non saprei neppure improvvisarmi tale. Questa mia inettitudine, però, ha un lato positivo: farebbe terminare la telenovela in tempi assai ragionevoli, accorciandola di circa due terzi del totale. Il classico caso, dunque, in cui una mancanza o difetto si rivela invece un pregio.
Al di là di ciò, resta vivo l’importante quesito: fra i sogni segreti di molti maschi, aleggia forse la figura della donna-infermiera?