Passeggiata nella nebbia

Questa mattina mi sono svegliata con la nebbia, una fitta coltre grigia distesa sul piccolo mondo che circonda la mia casa – e quel frammento che è la mia vita. Il parco sotto casa mia si è trasformato in uno spazio di pura desolazione, con i rami degli alberi affranti e inermi di fronte all’asprezza di gennaio:

Ma questa severità, questa tetraggine che non consente distrazioni o imperdonabili leggerezze, ha in sé la dignità del silenzio e il vigore di chi non si arrende mai, qualsiasi cosa accada. Via Solieri, non lontana da casa mia, sembrava oggi racchiusa in un’altra dimensione o forse persa in sogni inafferrabili e vaghi:

E poi il viale, viale Buon Pastore, che dà il suo nome al quartiere e che d’inverno assume un aspetto cupo e minaccioso. Qui è all’incrocio con via Peretti:

Io proseguo verso il parco vicino al residence I Portici, dove da ragazzina trascorrevo parecchio tempo durante i mesi estivi. Il parco non è bellissimo, ma ha il pregio di essere un’oasi di verde vicino a casa. Stamattina, con la nebbia, appariva quasi inquietante:

E questo è il viale fuori dal parco:

Proseguendo e oltrepassando il residence I Portici, si arriva all’incrocio con via Riva del Garda e via Sassi; andando dritto si raggiunge un altro parchetto, ricavato dal vecchio vivaio. Questo è viale Buon Pastore all’altezza del parchetto:

E questo è il parchetto:

Non è bellissimo neppure durante la primavera, ma ha il pregio di nascondere una gradevole sorpresa – gradevole per me, per la mia fantasia sempre pronta a cogliere strane sfumature o bizzarre connessioni. La sorpresa è un lungo sentiero, seminascosto dietro ad alcune ville, cui si accede dal parco; il sentiero collega viale Don Minzoni – un orrore di traffico a ogni ora del giorno – e la già citata via Riva del Garda. Percorrendolo si ha l’impressione di trovarsi in campagna; solo che qui siamo in città e a dieci minuti dal centro storico. Proviamo a entrare in questo piccolo angolo:

Pochissimi colori freddi e una poltiglia fangosa sul nostro cammino: questa è l’essenza dell’inverno e il suo insegnamento. Comprenderla e amarla è un privilegio.

Adesso l’inverno

Adesso sì, adesso l’inverno si è impadronito della città. Il piccolo parco sotto casa è un lungo sentiero di fango e rami secchi; restano soltanto le foglie sull’erba a evocare il delicato splendore dell’autunno ormai fuggito.

L’inverno non sa essere cortese e detesta gli ornamenti. Non sceglie mai le parole giuste, quelle adeguate alle circostanze, egoista e insensibile senza rimorsi – gli occhi gelidi, il niente dentro; ma talvolta regala il sole e il cielo azzurro, nonostante i brividi del freddo e i pomeriggi troppo affranti, che stentano a tenerci compagnia.

La sera arriva in fretta, prepotente e forse piena di rancore; ma le luci natalizie, dalle finestre e dai balconi, sono quasi una speranza, un debole conforto – e noi, temerari, che sappiamo resistere.

Divagazioni su fango e pozzanghere

Ieri pomeriggio ho fatto il mio giretto dell’oca, quello che ho già descritto qualche post fa. Non avviene a caso, ovviamente, perché nulla si fa per caso. Quel percorso ha per me un significato particolare e molto intimo, ma non intendo seccare chi legge spiegandone ragioni e sfumature. Preferisco invece soffermarmi su una cosa poco affascinante e molto concreta come il fango.

Dopo la neve di venerdì, nel sentiero-parchetto solitario che unisce l’orrido Viale don Minzoni a Via Riva del Garda, si sono formate piccole pozze d’acqua e poi, tutt’intorno, foglie ridotte a viscida poltiglia e fango, tanto fango, morbido, scuro, traditore. Così la mia passeggiata ha assunto i contorni di una minuscola avventura, forse un po’ fantozziana, visto l’alto rischio di scivolare su quel putridume assortito. Mi è andata bene, l’ammetto: non sono scivolata, ma sono tornata a casa sana e salva nonostante il pericolo.

Non è bello, infatti, scivolare sul fango e magari crollare di colpo dentro a una pozzanghera nera, inzaccherarsi in maniera pietosa e annaspare in modo patetico pur di riuscire a rimettersi in piedi per poi tornare a casa; e tornare a casa sperando che nessuno c’incontri, sperando che nessuno ci colga nella nostra miseria di esseri umani con gli abiti inzaccherati, vergognosamente sconfitti dalla melma in un angolo remoto di una città di provincia.

Se ci si pensa bene, basta un po’ di fango per nullificarci: uno spruzzo di fango e voilà, scompare la dignità dei vestiti ben stirati, del giaccone pulito in tinta con i pantaloni, della sciarpa elegante e ben annodata – il nodo giusto, mi raccomando, proprio quello adatto all’occasione. Perché sì, è proprio vero, l’abito fa sempre il monaco, che lo si voglia oppure no. Dunque, si stia attenti al fango e alle pozzanghere e alla melma sparsa per ogni dove.

Però si potrebbe anche tentare un esperimento, così, per vedere qualche reazione o per divertirsi un po’. Si potrebbe cercare una pozzanghera adatta, una bella pozzanghera marrone, profonda, piena di detriti limacciosi, e crollarci dentro apposta, con voluttà squisita, per poi rivoltarsi e rivoltarsi e rivoltarsi ancora fino a uscirne immondi; e dopo, con scioltezza e adeguato portamento, entrare in un bel bar come se niente fosse, con serafica calma, avvicinarsi al bancone e chiedere un buon caffè.

Novembre

La pioviggine è talmente sottile da sembrare inconsistente, quasi fosse una percezione errata o un sogno o persino un fantasma; ed è l’essenza stessa di novembre, la sua meraviglia. E poi i colori: il giallo-ocra che sfuma nel nocciola intenso, la tenace persistenza del verde, il borgogna declinato in tutte le sue sfumature – rosso rosa pallido vivace stanco. Il fango marrone e grigio, i rari passanti in bicicletta, lo sfacelo delle foglie morte sui marciapiedi, le villette immerse nel silenzio, anni e anni di cancelli, di recinti, di strade sconnesse, di assenze.

Novembre è la sintesi, ieri e oggi in un abbraccio eterno, ciò che è stato e che continua a essere – e quelle curve, quelle svolte improvvise, quel restare appesi al niente.

L’autunno a novembre

Le dolci ambiguità di ottobre, un mese sempre in bilico fra dorato splendore e toni di grigio sfumato, a novembre scompaiono, per lasciare spazio alla dimensione più introversa dell’autunno, fatta di nebbie, di mattine tetre, di pioggia e di fango, ma anche di sprazzi di sole e d’inconsueta mitezza.

Novembre non può celare disagi, oscurità improvvise, lo sfacelo delle foglie e degli alberi, la tristezza dell’imbrunire. Novembre richiede uno sforzo, la capacità di guardarsi dentro, la disposizione a scoprire i colori anche sotto un cielo offuscato dalle lacrime. E i colori sono quelli delle foglie: il giallo intenso che illumina i pomeriggi più lugubri, il verde screziato di marrone e di rosso a comporre capolavori di ardimento.

Canto d’inverno

febbraio

L’inverno  vero – quello  che  entra  dentro – è  un  torpore  che  assale  d’improvviso,  una  fuga  in  se  stessi, un  fremere  impauriti  quando  il  silenzio  è  spezzato  da  un  sussurro  o  un  sospiro  o  un’opaca  memoria.

L’inverno  vero – quello  che  non  accetta  compromessi – è  una  tempesta  di  grigi  più  o  meno  profondi, un  intreccio  di  fango  e  di  pioggia, un  vagare  senza  meta  da  una  stanza  all’altra, un’enigmatica  sensazione  di  calma  e  di  tristezza, di  gioia  e  di  sgomento.

L’inverno  vero  è  una  porta  chiusa, un  fuoco  caldo, un  incedere  lento, un’ossessione.

E penso a novembre

autunno 5

Quando  penso  a  novembre, la  prima  cosa  che  mi  viene  in  mente  è  la  nebbia, leggera, discreta, un  velo  quasi  impalpabile  che  addolcisce  spigoli  e  linee  troppo  dure. E  poi  penso  ai  giorni  di  sole  e  a  quelli  di  pioggia, perché   a  novembre  non  manca  mai  nulla: l’aria  fredda,  il  costante, commovente  sfacelo  di  alberi  e  foglie, la  delicata  luminosità  di  certe  mattine  prive  d’inquietudine, lo  sfinimento  di  alcune   giornate  piovose  e  tetre, che  però favoriscono  riflessioni  e  sogni  pacati.

Se  ottobre  è  un  insieme  di  ambigue  screziature  che  chiedono  sommessamente  di  essere  comprese, novembre  è  un  amico  maturo  che  parla  col  cuore  ma  non  cela  il  dolore, che  mostra  oscurità  e   squallore  senza  inventare  pietose  bugie. Novembre  è  l’autunno  ormai  maturo, che  ha  perso  ogni  illusione   ma  che  non  rinuncia  all’esistenza. E  nelle  giornate  più  cupe, quando  sembra  che  non  vi  sia  nulla  oltre  una  triste  confusione  di  pioggia  e  di  fango, mormora  parole  sagge  a  chiunque  voglia  ascoltarle.

Fango sotto la neve


È un gran privilegio riuscire a vedere oltre, riuscire a scorgere l’inganno celato dietro parole apparentemente concilianti, e il desiderio di attaccare nascosto dal finto velluto di toni tranquilli e sottomessi.
L’avversario ha il torto di ritenersi molto scaltro, tanto da non rendersi conto che a fronteggiarlo è una donna che sa leggere bene nelle fitte pieghe dei suoi pensieri contorti, del suo continuo attribuire agli altri le sue paure, le sue invidie patologiche, i suoi molti complessi, i suoi mostri interiori. Non si è neppure accorto di aver lasciato troppi indizi, piccolissime tracce che non ha saputo nascondere a causa del furore irrazionale da cui era agitato. Ma sono tracce che rivelano molto del suo reale stato interiore e dei suoi piani.

Il sentiero appare bello, un incanto di bianco che sembra invitare a una lenta passeggiata. Ma sotto nasconde fango limaccioso, e sopra alcune orme fanno capire che non è intatto.

Mattina d’ottobre


I rumori sono attutiti. Si cammina senza sapere dove si sta andando, come sospesi nella nebbia leggera. I passi sono svelti in questa fuga dal grigio dell’asfalto indifferente, mentre il pensiero corre là dove le foglie morte coprono i prati, per proteggerli e accarezzarli quando il freddo non prova alcuna pietà.
È una mattina di fango, di pensieri neri e marroni, di rovi e di spine. Ma le colline restano mute.