Ricordi a gennaio

Sono state giornate fredde, queste, ma anche soleggiate. Da sabato, però, l’umore del cielo è cambiato, e l’inverno ha assunto i suoi toni consueti. Mi chiedo se verrà la neve.

Nel tardo pomeriggio, al buio e con i lampioni accesi, camminare nel parco significa entrare in se stessi, guardare il mondo da un’altra prospettiva, porsi domande, cercare risposte e, soprattutto, vedere ciò che la luce del giorno dissolve.

E infatti qualcosa è accaduto: per la prima volta, venerdì scorso, passando davanti alla casa della mia infanzia, ho visto me stessa nell’atto di uscirne durante una freddissima mattina di gennaio di tanti anni fa. Era la mattina in cui, con la mia famiglia, mi trasferii in centro storico. Ricordo che fui la prima a lasciare la casa e che, mentre mi allontanavo dal cancello, stava cominciando a nevicare.

Ecco, mi sono improvvisamente rivista proprio come allora – ho quasi sentito la me stessa di allora – mentre camminavo voltando le spalle a quella casa, senza provare alcun sentimento di tristezza.

Non so perché, ma sono contenta di aver vissuto nuovamente quella scena.

La famigliola felice e Ambrogio

Chi  di  noi  non  ricorda  la  famigerata  famigliola  del  Mulino  Bianco? Madre, padre  e  due  figli, ovviamente  un  maschio  e  una  femmina; casa-fattoria  immersa  in  una  campagna  meravigliosa, perennemente  primaverile (mai  che  ci  fosse, ad  esempio, un  acquazzone  con  forti  tuoni  o  un  po’  di  sana  melma  in  giardino), una  natura  così  rigogliosa  e  festante  da  suscitare  l’invidia  del  paradiso  terrestre. In  questa  atmosfera  proiettata  al  di  fuori  del  tempo, dello  spazio  e  della  realtà  tutta, la  famigliola  del  Mulino  Bianco  era, alle  sette  della  mattina, sorridente  e  felice  di  esistere, anche  perché  in  giardino, col  canto  degli  usignoli  e  i  profumi  celestiali  dei  fiori, l’attendeva  la  tavola della  colazione, apparecchiata  con  una  quantità  di  cibo  sufficiente  a  sfamare  dieci  famiglie  numerose  e  a  digiuno  da  giorni. E  lì, sotto  il  cielo  benigno, la  famigliola  si  strafogava  con  eleganza, ingoiando  con  disinvoltura  interi  sacchetti  di  biscotti  del  Mulino  Bianco, come  se  al  mondo  non  esistesse  gioia  più  intensa. E  i  bambini  inzuppavano  i  biscotti  nel  latte  senza  sporcare  la  tovaglia. Questo  genere  di  famiglia  idealizzata  ha  rappresentato  una  fonte  di  grande frustrazione  per  tutti  noi  poveri  mortali  che, alle  sette  della  mattina, se  tutto  va  bene  e  quando  siamo  di  buon  umore (leggasi: meno  tesi  del  solito), cerchiamo  di  non  sbranare  chi  ci  sta  vicino. A  parte  il  fatto  che  la  tavola  meravigliosamente  apparecchiata  nel  giardino  tutto  fiorito  e  perennemente  primaverile  non  osiamo  sognarcela  neppure  di  notte, possiamo  ritenerci  fortunati  se  abbiamo  il  tempo  per  fare  una  colazione  completa, che  ovviamente  non  contempla  i  quintali  di  dolciumi  presenti  sulla  tavola  della  famigliola  felice. E  neppure  tutti  quei  sorrisi  stampati  in  faccia. Non  a  caso, quando  si  vuole  indicare  con  un  po’  di  disprezzo  la  stucchevole  e  assurda  immagine  della  famiglia  perfetta, ormai  si  cita  direttamente  la  famiglia  del  Mulino  Bianco.

A  proposito  di  vivere  quotidiano, chi  non  vorrebbe  un  autista  come  Ambrogio? Negli  anni  Novanta, una  pubblicità  dei  Ferrero  Rocher  ci  mostrava  una  sorridente  e  borghesissima  signora  abbigliata  in  giallo, seduta  in  macchina  e, come  lei  stessa  affermava, con  un  certo  languorino  nel  pancino. Il  suo  raffinatissimo  autista-maggiordomo  di  nome  Ambrogio, sorridente  quanto  lei  e  felice  di  stare  al  mondo, per  non  lasciarla  in  preda  a  tale languore, faceva  uscire  da  un  vano  dell’auto  una  piccola  piramide  di  cioccolatini  Ferrero  Rocher, mandando  in  brodo  di  giuggiole  la  signora-di-giallo-vestita. Ecco, ogni  tanto, nell’esistenza  di  tutti  noi, ci  vorrebbe  un  individuo  come  Ambrogio, una  specie  di  fata  declinata  al  maschile  che  ti  soccorre  e  ti  coccola  nel  momento  del  bisogno. In  effetti, Ambrogio  mi  era  simpatico. A  parte  queste  chiacchiere, annuncio  con  gaudio  che  domani  mattina, a  colazione, mangerò  un  buon  muffin. Voi  direte: chi  se ne  frega! Mi  sembra  giusto. Perciò  sto  zitta  e  chiudo  qui. 😀 muffin

La scala a chiocciola


TRAMA
New England, 1906. In una cittadina, qualcuno uccide giovani donne affette da handicap fisici.
Helen Caper (Dorothy McGuire) lavora come governante nella villa della famiglia Warren. Essendo muta fin dall’infanzia a causa di un trauma psicologico, è una potenziale vittima del serial killer. Nella villa risiedono la signora Warren (Ethel Barrymore), il figlio Steven (Gordon Oliver), il figliastro Albert (George Brent), la segretaria di quest’ultimo e una coppia di servitori. Helen accudisce la signora Warren, molto malata e costretta a letto.
Nell’arco di una serata con un forte temporale, nella villa si scatenano tensioni che culminano in un pericolo mortale per Helen. Ma questa volta l’assassino non riuscirà a farla franca.

COMMENTO
The Spiral Staircase, in italiano La scala a chiocciola (1946), è un famoso thriller diretto da Robert Siodmak. Si distingue per la bellissima fotografia, con un ottimo bianco e nero privo di sbavature, e per alcuni elementi che in seguito diventeranno tipici di questo genere: l’ambientazione in una villa isolata, la notte accompagnata da un forte temporale, la cantina desolata e buia dove avviene l’ennesimo delitto, la presenza in uno spazio ristretto di vari personaggi apparentemente ambigui, l’inquadratura insistente di un occhio dell’assassino.

L’identità del serial killer viene scoperta prima del termine del film, che però mantiene una buona tensione fino all’ultimo. Il mutismo di Helen, che le impedisce di gridare quando s’accorge di essere in pericolo, contribuisce poi a rendere ancora più claustrofobica l’atmosfera che pervade tutta l’opera. Da antologia la sequenza in cui l’assassino vede Helen riflessa nello specchio, immaginandola senza bocca.
L’interpretazione di Dorothy McGuire, nella sua struggente intensità, è eccellente.

Voto: 8,5

Fughe estive

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Si sa che, da giovanissimi, spesso si tende a compiere certi atti in maniera disinvolta, un po’ perché istintivamente ci si ritiene immortali, un po’ perché vivacità di spirito e spensieratezza si fondono in un “unicum” senza uguali.
A dodici anni, quando trascorrevo le mie vacanze estive in montagna, avevo preso l’abitudine di guidare la Vespa di mia cugina. A onor del vero fu mia cugina, di quattro anni più anziana, che, con la scusa di volermi insegnare a guidare quel veicolo, trovò un modo per farmi scorrazzare in Vespa, nonostante i miei dodici anni, lungo le tortuose strade appenniniche: lei si sedeva dietro di me e cambiava le marce, mentre io, davanti, guidavo con disinvoltura e senza alcun timore il mezzo, affrontando con estrema sicurezza le curve e senza mai sbandare o finire a sinistra.

Devo ammettere che eravamo prudenti, perché non c’interessava correre come pazze o sfidare il codice della strada, anzi, rispettavamo tutte le regole: a noi importava soltanto allontanarci da casa, sentirci indipendenti, avere uno spazio tutto nostro, che non fosse invaso dagli adulti. Beata gioventù!
Naturalmente eravamo furbette, perché ogni volta che partivamo con la Vespa non avvertivamo nessuno, oppure i miei genitori non facevano in tempo a fermarci, in quanto se ne accorgevano troppo tardi, quando eravamo già sulla strada e correvamo via, felici di aver eluso il loro controllo. Però i miei genitori non si preoccupavano più di tanto di queste fughe, e non ho mai compreso perché, dal momento che per altri versi erano asfissianti e onnipresenti. 😀

La madre di mia cugina, invece, che abitava a circa 500 metri dalla casa in cui io risiedevo e dalla quale partivamo con la Vespa, si era accorta di quello che bolliva in pentola, e così, ogni volta che udiva da lontano il caratteristico rumore del mezzo, si appostava in agguato dietro alle persiane della sua cucina, e quando passavamo si sbracciava fingendo di minacciarci, mentre noi, nel vederla in preda all’agitazione, ridevamo soddisfatte e ci allontanavamo in fretta, ancora più felici di prima, perché avevamo gabbato in blocco tutti i nostri familiari.