A settembre

Settembre. Si avverte un’ansia, la frenesia interiore di cogliere le tracce della fine, dello sfacelo dell’estate, della sua rovina lenta, della sua sconfitta – e sono tracce lievi, tracce evanescenti, fantasmi provenienti da chissà dove.

S’immagina il futuro, ciò che sarà, le prime piogge malinconiche, le foglie stanche sulle strade silenziose, le nebbie ad abbracciare i ricordi. S’immagina e si aspetta, con fiducia, con pazienza, perché è un dono del cielo questo ritrarsi, questo spegnersi giorno dopo giorno, l’autunno con le sue contraddizioni e la sua vita calma – l’aver compreso tutto, e chiudere porte e finestre, e chiamare ogni cosa con il suo vero nome.

Vento di fine estate

C’è questo vento, questo vento feroce che stordisce, che costringe a chiudere le finestre – una prigione, un enigma, tanta stanchezza. Ma è vento di fine estate, e ieri anche la pioggia, e il cielo d’inchiostro, e l’aria fredda nella sera precipitata addosso d’improvviso, come a voler chiudere una giornata senza senso – e chiuderla in fretta, cacciarla in un abisso scuro.

C’è questo vento, e questa sadica soddisfazione nello scorgere l’estate ormai atterrita, e l’arroganza destinata al fallimento – l’estate piegata, il suo ritrarsi a poco a poco. Resisterà ancora, tenace, per poi svanire fra le braccia di settembre.

Cene all’aperto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo che, quand’ero ragazzina, nelle bellissime serate di agosto mi capitava spesso di mangiare all’aperto. Avevamo un giardino grande nella casa in appennino, e così, in poco tempo, riuscivamo ad apparecchiare un tavolo sotto le stelle. Avveniva tutto in famiglia e perciò in maniera semplice, senza cerimonie.

Per me, che trascorrevo le vacanze vivendo il più possibile in giardino, e che consideravo la casa alla stregua di un albergo da cui allontanarmi prima possibile, cenare all’aperto, mentre il cielo si oscurava avvinto dalla sera, era una gioia indescrivibile, ed era un preludio per successive delizie: mi sentivo libera e pronta per altri divertimenti, pronta per una notte di danze sotto la luna e di chiacchiere spensierate – quante parole ho consumato in quei giorni lontani, io che adesso resto muta per ore intere. Era l’incontenibile energia della prima giovinezza, una vitalità che travolgeva ogni cosa, prepotente, inarrestabile, quasi folle.

Era un altro agosto, era un altro tempo, ero un’altra persona.

Buon Ferragosto

Posso dire che non mi è mai importato quasi nulla di Ferragosto? Lo so, sono impopolare. Da ragazzina mi sembrava una festa inutile, visto che ad agosto ero già in vacanza da tempo, e perciò la ricorrenza del 15 mi sembrava superflua e un po’ ridicola. Da adulta, le cose non sono cambiate: se ad agosto sono in vacanza, questa festa mi è indifferente; se, invece, mi trovo in città, mi è indifferente allo stesso modo.

Quest’anno, però, sono contenta del fatto che la ricorrenza cada di sabato e quindi si possa parlare, un po’ pomposamente, del week-end di Ferragosto. Sarà che abbiamo vissuto la quarantena da Covid-19, sarà che ci siamo sentiti tutti un po’ in prigione, sarà quel che sarà, ma quest’anno il povero, inutile Ferragosto mi è quasi simpatico. Adoro il silenzio del mio quartiere, adoro la calma con cui le tante persone che si trovano in città stanno affrontando questo fine settimana. E, soprattutto, sono contenta di poter rimandare al prossimo lunedì ogni incombenza, compresi i pensieri meno felici.

E allora buon Ferragosto a chiunque passerà su questo blog.

L’estate che non ci appartiene

 

 

 

 

 

 

 

 

Un signore cammina adagio sulla strada, quasi trascinato dal suo bel cane. Un altro siede immobile sul suo balcone, come se niente avesse senso. Una donna si affanna con le borse della spesa, sfinita, lo sguardo assente, come se rifiutasse tutto, come se fosse altrove – per dimenticare. E poi le automobili, troppe per il mese di agosto.

È l’estate della maturità, l’estate vissuta con distacco e fastidio, l’amarezza per una stagione che non ci appartiene più. È il sentirsi estranei a questo flusso e, nello stesso tempo, l’esservi incatenati, avvinti – come a soffocare sotto il cielo indifferente.

Allora si attende la pioggia, il cielo scuro – aprire le finestre e respirare, aprire le finestre e sentire che qualcosa sta mutando, l’estate che si sfalda adagio, orgogliosa ma sconfitta.

Luglio e il divenire

L’esistenza si snoda come una somma di problemi da risolvere o aggirare, come un percorso a ostacoli costanti. Qualche volta arriva anche il riposo, l’attimo di quiete e, con esso, l’illusione che il flusso inarrestabile, il mutamento perpetuo intrinseco al procedere nel mondo, si sia dissolto – per nostra fortuna, incomparabile fortuna.

Ma non è così, non è mai così. E, in un mese estremo come luglio, capita di essere felici nel pensare che la vita sia un divenire costante, e che questo movimento sia destinato a proseguire, sebbene ora sia un procedere come di nascosto, come se si dovesse attraversare un passaggio stretto, di quelli che ti fanno mancare il fiato.

A luglio, col sole rovente – a luglio inospitale.

Il sabato

Finalmente sabato, dopo una settimana molto impegnativa, che mi ha impedito di aggiornare il blog. Provo molta simpatia per questa giornata: apprezzo il sabato perché è vivace, i negozi sono aperti e il centro storico si riempie di persone; nello stesso tempo, è un giorno che permette di assaporare il piacere della libertà.

Ma il sabato assume coloriture differenti a seconda delle stagioni. D’estate è spesso occasione per fuggire dalla città, alienante e ostile a causa del clima; ma così, il sabato perde quell’atmosfera luminosa e malinconica che sembra avvolgerlo durante l’autunno, quell’atmosfera che evoca pace e intimità, e che allude ad altri tempi – e sapori antichi, e noi che siamo fuori da questo mondo.

Adesso, a luglio, vincono il sole e l’impulso di fuggire, anche quando si resta immobili, come se non ci fosse un domani.

Il senso dell’estate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa, quella per la quale da adolescente adoravo l’estate, era la lunghezza delle giornate, che in vacanza non volevano terminare. A volte mi scoprivo a guardare l’orologio stupefatta e quasi incantata, perché il tempo sembrava serenamente addormentato, forse persino dissolto e destinato a non tornare più. Certo, era una percezione soggettiva; però la ricordo come fosse una magia, quasi che il tempo rallentasse per ragioni inafferrabili – un mistero, un enigma insolubile connesso all’estate.

In questo tempo dilatato e rarefatto, ero spesso travolta dal dèmone della velocità. Sembra una contraddizione, lo so; eppure aveva un senso, un senso del tutto personale: correre in Vespa sulle strade di montagna, affrontare le curve senza alcun timore, sentire il vento sulla faccia e sui capelli, tutto questo era la vita che scorreva impetuosa nel sangue, che chiedeva di essere ascoltata, che reclamava attenzione; ed era anche la libertà – una sensazione profonda, persino fisica, una sensazione di libertà assoluta.

Del resto, che senso ha l’estate se non si possono sciogliere le proprie catene?