Tracce di stagioni

Ottobre merita di essere colto nella sua bellezza senza indugi. Ogni giorno, infatti, l’autunno avanza, si trasforma, muta le sue innumerevoli sfumature, che rischiano di passare inosservate se non si ha la prontezza di afferrarle. Due scatti lungo via Vedriani ci raccontano l’anima di ottobre, quella serena e dolce che si vorrebbe prolungare all’infinito:

Poi arrivano i confronti, senza i quali nessuna stagione può essere compresa nelle sue pieghe più sottili, nelle sue screziature. Ecco allora un parco in viale Buon Pastore, lo stesso identico scorcio catturato nelle diverse stagioni a partire dall’inverno. Sono quattro storie differenti, quattro modi di essere nel mondo, quattro stati d’animo in apparenza incompatibili fra loro. Ma, osservandoli insieme, se ne rintraccia il senso profondo, la loro unità, la loro rilevanza fuori e dentro di noi:

Quello che è stato

L’effetto è strano, dopo lunghi giorni d’inferno estivo: il cielo pervaso da toni grigi, la pioggia quasi trasparente e l’aria fresca sembrano un prodigio o una grazia. Non si sa se sia primavera oppure autunno, o magari entrambe le stagioni fuse in un abbraccio per regalarci alcune ore di tregua.

Ma io ora rammento l’autunno, quello che è stato, lunghi anni di colori intensi e piogge maestose – su di noi, da qualche parte esistono ancora, da qualche parte aspettano.

Dietro quella porta nulla si è concluso; ma la chiave, occorre trovare la chiave – e ci riusciremo. Dopo sarà tutto come allora, anche l’autunno, i pomeriggi nebbiosi, l’attesa del tramonto – e camminare lungo il corridoio, e incontrarci, e sapere che non avrà fine.

Il bello dell’estate, nonostante tutto

Affacciarsi e trovare sotto casa il verde rigoglioso degli alberi, durante l’estate, è una delizia per gli occhi e per lo spirito. Ma in primavera e d’autunno lo spettacolo diventa poesia.

Quando la sera si distende adagio sulla città, sembra che anche gli alberi, come gli esseri umani, si apprestino al riposo, a un sonno ristoratore.

Le sere d’estate riconducono sempre al passato, a spazi di libertà e divertimento ormai perduti. Però, nonostante lo scorrere degli anni, guardare le stelle nel cielo scuro conserva intatto il suo fascino, come se nulla fosse cambiato dal tempo in cui quelle stelle un valore l’avevano ancora, almeno per qualcuno di noi.

Ed è piacevole, per me, osservare i passanti dall’alto, cercare d’indovinarne le intenzioni, persone in bicicletta e a piedi, gente che vuole svagarsi, passeggiare, uscire da casa quando il sole è scomparso e finalmente si può respirare. E tutto avviene secondo lo stile dell’estate, quel camminare lento quasi senza meta, quel gusto un po’ anarchico di muoversi a caso o all’ultimo momento, per il puro piacere di farlo. E gli scoppi di risa, i ragazzi che si fermano agli angoli delle strade, il cinema estivo all’aperto, musica e canzoni in lontananza – tutto invita a non preoccuparsi, a lasciare andare. Il bello dell’estate, nonostante tutto.

Intanto, alle 19 e 34, il sole è ancora rovente, ma il cielo giallo merita di essere immortalato:

E poi il cielo cambia e i colori, alle 20 e 35, sono una meraviglia:

Vacanze e mutamenti

Questo è un post particolare, frutto di fantasia. Immagino me stessa in vacanza in due momenti storici diversi, il 2021 e il 1987. I gesti e i pensieri non possono essere gli stessi, perché troppe cose sono mutate, intorno a noi e dentro di noi.

Montagna, 2021, vacanze estive. Sono seduta a un bar, è mattina, mi rilasso. Mentre aspetto il dolce e il caffè, invio il buongiorno a una ventina di contatti su Whatsapp. Ho scaricato un’immagine da Google, una di quelle col giorno della settimana già stampato, così auguro a tutti buon lunedì senza nessuno sforzo, senza dover neppure aggiungere un pensiero. Qualche minuto ed è fatto.

Arrivano il dolce e il caffè, comincio a mangiare e ricevo un messaggio su Uozzappa. Guardo e vedo un buon lunedì con un’immaginetta ripresa da Google – facciamo tutti così. Chiudo subito, l’ho appena guardata, non mi soffermo mai più di qualche secondo. Poi, mentre mangio, nuovi squilli che segnalano altri buongiorno. Non li guardo neppure, rimando tutto a un altro momento. Vado su Google, cerco le news, leggo i titoli, tento di capire cosa m’interessa, ma le notizie sono troppe, si accavallano, si rincorrono senza posa. Per fortuna sono in grado di distinguere tra vere notizie e patetici articoli acchiappa clic, ma talvolta questa bulimia di articoletti e post di ogni genere mi fa girare la testa, quasi come se mi trovassi in mezzo a un chiasso infernale. Mi stanco presto e chiudo Google. Finita la colazione m’incammino per una passeggiata. Pochi passi, squilla il telefono, stavolta rispondo. Due o tre parole per confermare il mio ritorno a casa a mezzogiorno circa. Continuo a camminare, mi arrivano altri messaggi, foto di amici e parenti in vacanza, abbronzature, arie felici. So tutto quello che fanno, brevi messaggi m’informano di ogni cosa. Intanto cammino, il paesaggio è meraviglioso e posso sbizzarrirmi a fotografare gli angoli che preferisco, senza limiti di nessun tipo. Al massimo scarterò le foto peggiori. Poi arriva l’ora di tornare a casa. Non ho portato la macchina, ma poco importa: sui bus si viaggia bene, sono silenziosi, puliti e c’è persino l’aria condizionata.

Montagna, 1987, vacanze estive. Sono seduta a un bar, ad alcuni chilometri da casa. Aspetto il dolce e il caffè e, nel frattempo, sfoglio alcune riviste che ho comprato all’edicola qui vicino. Mi piace il profumo della carta dei giornali ancora nuovi, tanto che spesso avvicino le pagine al volto per poterlo sentire meglio. Il mio rapporto con la lettura e la scrittura, infatti, è fisico, intensamente carnale: devo toccarle, le pagine, devo sentirle con il tatto e l’olfatto, sono oggetti concreti preziosi. Non finiranno subito nella spazzatura, alcune riviste si salveranno, le rileggerò, poi forse ne darò una o due a qualche parente. Facciamo sempre così, ce le scambiamo, è un’abitudine.

A un certo punto mi alzo e vado a passeggiare. Mi vengono in mente le amiche lontane, qualcuna al mare, qualche altra in montagna; ci rivedremo fra un mese circa e parleremo delle vacanze, racconteremo qualche sciocchezza, ci lamenteremo della noia di certe giornate. Poi ricominceremo con i nostri svaghi, gli incontri della domenica pomeriggio, le vasche in centro storico. Ma intanto sono qui, sto bene, il tempo scorre a rallentatore, le vacanze sembrano infinite, e questa lontananza da tutto e da tutti, questa lunga pausa, non può che farmi bene.

Adesso mi piacerebbe scattare qualche foto, e allora devo scegliere con cura, devo concentrarmi sui panorami più belli, perché non voglio usare più di un rullino. Le cartoline, invece, le acquisterò la prossima settimana con calma, quando tornerò a comprare altre riviste. Dopo un’ora di vagabondaggio e di pensieri lenti, vado alla fermata della corriera. Per fortuna il viaggio è breve, perché l’odore di benzina, sul mezzo, è molto fastidioso. Ma il percorso sarà piacevole, mi sentirò in compagnia, perché in corriera nessuno si preoccupa di parlare a voce bassa e c’è sempre qualche estraneo che mi rivolge la parola.

Sera di agosto

Ieri il sole è tramontato alle 20 e 36 e, in circa mezz’ora, l’ombra scura della notte è calata su di noi, come un abbraccio silenzioso dopo la giornata afosa. Di agosto amo questo, la luce che comincia a indebolirsi adagio e a cedere minuti preziosi alla sera, ormai più forte e appagata – la furia di luglio si è spenta.

(La torre bianca in lontananza, nell’ultima foto, è la Ghirlandina, in centro storico)

Scuro ad agosto

Viale Muratori questa mattina. L’ombra lieve dell’autunno è comparsa furtiva, un’ora di pioggia e il vento a passeggio lungo le strade a rammentarci ciò che sarà. Un’ora di respiro e l’acqua sulla pelle, le gocce frenetiche sugli alberi e l’ombrello aperto, quasi un sogno. Poi l’estate è tornata fiera e audace, perché agosto è soltanto suo. Ma quell’intermezzo, quel rapido passaggio, che emozione.

Largo Aldo Moro, centro storico.

Estate, cielo e mutamento

Forse è un bene che oggi il cielo sia distratto, l’azzurro scomparso sotto il peso di un colore indefinito. L’estate ha deciso di riposarsi un poco, dormire qualche ora per tornare a splendere radiosa.

Forse è un bene, dicevo, perché s’intravede la possibilità del mutamento. Dell’estate, infatti, molti amano le certezze, quello sfolgorio quotidiano di luce indomita e il brillare degli alberi al sole, giorno dopo giorno, come a proseguire in eterno. Così, il cielo riluttante e sbiadito di un pomeriggio di luglio qualsiasi ci racconta che persino l’estate, prima o poi, sarà costretta a oltrepassare l’orizzonte.

Sere di luglio

Me le ricordo tutte, quelle sere estive, le sere trascorse a parlare e a dire troppo, ciò che non si doveva; e poi il vento sui capelli e il non voler dormire – la notte, promessa di vita eterna. Me le ricordo tutte le sere sotto le stelle e le canzoni senza fine e i nostri scherzi – e il giorno dopo, e ricominciare.

Me le ricordo tutte, io, quelle sere, e so che torneranno, perché non è finita.

Ore 21:30

ore 21:50

Cena estiva

Si sa, d’estate la sera compare tardi, come se non volesse saperne di arrivare; così, si apparecchia per una cena all’aperto quando il giorno è ancora trionfante e sembra non dover finire. Questa è una bellezza tutta estiva, un dono, cenare in compagnia di alberi e di fiori, mentre la luce si stempera adagio nella notte – e lunghe conversazioni, e noi che non possiamo dormire.