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Posts Tagged ‘divertimento’

diario

Esattamente  dieci  anni  fa, cioè  il  12  gennaio  del  2007,  iniziai  la  mia  avventura  con  questo  blog  scrivendo  un  brevissimo, scarno  post  di  presentazione. All’epoca  gestivo  anche  un  altro  spazio, un  blog  dedicato  all’attualità  politico-sociale  aperto  nell’agosto  del  2006; così, Oltre  il  cancello  doveva  essere, nelle  mie  intenzioni, un  piccolissimo  luogo  di  svago, un’isola  di  quiete  senza  alcuna  pretesa, le  pagine  cui  avrei  affidato  pensieri  lievi, a  volte  persino  frivoli, in  contrasto  con  la  serietà  del  mio  blog  principale.

Ma  nel  gennaio  del  2009  chiusi  definitivamente  il  blog  incentrato  sull’attualità  e  decisi  di  dedicarmi  soltanto  a  questo. Scelsi, cioè, lo  svago, il  disimpegno, la  quiete, la  fantasia, la  bellezza, la  serenità. In  un  certo  senso, scelsi  il  distacco  dal  mondo. E  non  me  ne  sono  pentita.

Come  ho  detto  altre  volte, questo  blog  ha  l’unico  scopo  di  intrattenere  i  lettori, regalando  un  po’  di  divertimento, alcune  emozioni, qualche  spunto  di  riflessione, belle  immagini, bei  colori. Ho  scritto  con  continuità  per  dieci, lunghi  anni; perciò, chi  legge  probabilmente  può  pensare  che  io  non  abbia  mai  attraversato  periodi  di  crisi, momenti  di  stanchezza  in  cui  avrei  voluto  chiudere  quest’esperienza. In  realtà, varie  volte  sono  stata  sul  punto  di  interrompere  tutto; ma  poi  non  l’ho  fatto  perché  sono  molto  affezionata  a  questa  mia  creatura,  e  alla  cura  con  cui  ho  cercato  di  trattarla  nonostante  il  poco  tempo  a  disposizione.

Adesso, riandando  con  la  mente  a  quel  lontano  gennaio  del  2007, ricordo  con  strana  precisione  i  sentimenti  che  provai  allora, mentre  mi  accingevo  a  cominciare  questo  percorso. Ricordo  la  gioia, l’entusiasmo, il  divertimento  con  cui  scrissi  i  primi  post, sentendomi  leggera  e  spensierata  mentre  affrontavo  argomenti  così  lievi, così  impalpabili, per  qualcuno  forse  inutili. Era  inverno, era  freddo, era  gennaio  e  io  mi  divertivo  moltissimo  a  scrivere  di  feste, di  neve  e  di  Holly  Hobbie  ignorando  come  sarebbe  andata  a  finire. Insomma, non  avrei  mai  pensato  che  dieci  anni  dopo  sarei  stata  qui  a  rievocare  quei  momenti. Ma  di  questo  devo  ringraziare  tutti  coloro  che  hanno  letto, in  silenzio  o  commentando, le  tante, tantissime  parole  che  ho  scritto  nel  corso  degli  anni. Se  sono  ancora  qui  è  anche  merito  di  tutti  i  singoli  lettori  che  mi  hanno  accompagnata  in  questo  lungo  cammino. 🙂

Oltre  il  cancello, allora, resta  aperto: questo  giardino  è  disponibile  ad  accogliere  chiunque  voglia  perdersi  fra  i  suoi  viali, i  suoi  prati, le  sue  siepi, i  suoi  angoli  bui  e  i  suoi  fiori. Mentre  le  stagioni  passano  una  dopo  l’altra.

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libri

Con  l’avvicinarsi  dell’estate, mi  tornano  in  mente  le  vacanze  trascorse  da  adolescente, quando  la  stagione  calda  era  amatissima  perché  significava  uscire  tutti  i  giorni, incontrare  amiche  e  amici, abbandonare  a  lungo  la  città. Durante  quelle  estati  che  sembravano  colme  di  promesse, lessi  molto, moltissimo. In  genere, a  partire  da  maggio  compilavo  liste  di  libri – classici  della  letteratura – per  poterli  leggere  con  calma  una  volta  terminato  l’anno  scolastico. E  sono  felice  di  averlo  fatto, perché  ora  non  ho  più  tutto  quel  tempo  a  disposizione.

Ecco  che, allora, se  dovessi  dare  un  consiglio  alle  persone  più  giovani, le  inviterei  senz’altro  ad  approfittare  dell’estate  per  leggere, leggere, leggere. Leggere  anche  quei  libri  che  sono  definiti  mattoni, quelli  che  spesso  non  si  ha  neppure  voglia  di  nominare. Non  ha  importanza  se  poi  non  si  riesce  a  finirli  e  si  decide  di  interromperne  la  lettura: tutti  noi, almeno  una  volta, abbiamo  abbandonato  un  libro  giudicandolo  insopportabile  e  ciò  non  è  una  colpa. Quello  che  conta  è   cominciare  e  provare. Io, ad  esempio, non  ho  mai  finito  di  leggere  la  Coscienza  di  Zeno, opera  di  Italo  Svevo. Ho  tentato  per  tre  volte  di  dispormi  quietamente  alla  sua  lettura, ma  niente  da  fare, dopo  circa  50  pagine  ho  sempre  abbandonato. E  non  me  ne  vergogno: evidentemente  io  e  Svevo  non  andiamo  molto  d’accordo. Di  Svevo  ho  preferito  Senilità.

Un  altro  libro  che  mi  fece  soffrire  fu  La  Certosa  di  Parma  di  Stendhal. Lo  lessi  a  quindici  anni, impiegai  soltanto  due  giorni  per  finirlo  tutto, ma  ammetto  che  obbligai  me  stessa  a  non  abbandonare  quelle  pagine. Nello  stesso  periodo, lessi  Resurrezione  di  Tolstoj  e  lo  completai  senza  sforzo  e  con  piacere, pur  essendo  un  romanzo  considerato  pesante. Tutto  questo  per  dire  che  ciascuno  ha  i  propri  gusti  e  le  proprie  idiosincrasie.

Leggere  bei  libri  permette  di  ampliare  i  propri  orizzonti  mentali, di  conoscere  mondi, personaggi, credenze, sentimenti  e  valori  diversi  dai  propri. In  altre  parole, significa  arricchire  enormemente  la  propria  esperienza  anche  sul  piano  emotivo. E  consente  di  imparare  a  scrivere  e  a  pensare. Perciò  gli  studenti  dovrebbero  leggere  approfittando  dell’estate  e  del  fatto  che, a  una  certa  età, le  giornate  sembrano  lunghissime, come  se  non  volessero  finire  mai, soprattutto  quando  le  notti  sono  brevi  e  le  ore  di  luce  appaiono  interminabili.

Naturalmente, da  giovanissimi  bisogna  anche  divertirsi, soprattutto  durante  l’estate. Non  è  sprecato  il  tempo  che  si  trascorre  con  amiche  e  amici  a  chiacchierare  e  a  inventarsi  qualsiasi  cosa  pur  di  sentirsi  spensierati  e  allegri. Anzi, è  indispensabile  farlo. Però  ci  si  può  divertire, si  può  scherzare, si  può  giocare, si  può sognare  e, nello  stesso  tempo, si  può  trovare  il  tempo  per  leggere  buoni  libri.

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Tanti, tantissimi  auguri  a  tutti: buona  fine, buon  principio, buon  divertimento. 🙂

anno

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latino

Ieri  è  stata  una  giornata  grigia  che  più  grigia  non  si  può, color  antracite, scurissima  e  disperata. L’ingresso  dell’inverno, insomma, con  tutte  le  sue  caratteristiche  più  dure. Così, per  cercare  di  adattarsi  alla  stagione, conviene  divertirsi  un  po’  e  sorridere.

Liceo  classico, primo  anno, compito  in  classe  di  latino. Il  mio  amico  Andrea, al  termine  del  compito, volle  controllare  con  me  la  sua  traduzione. C’era, in  quella  versione, una  frase  facilissima che  chiunque  avrebbe  saputo  tradurre  senza  dizionario; tuttavia, nonostante  ciò, il  mio  amico  si  scatenò  in  una  traduzione  creativa  che  non  ho  più  dimenticato. La  frase  era  questa: Pompeius  hastam  iecit. Traduzione  corretta: Pompeo  scagliò  la  lancia.

Come  ho  detto, la  frase  era  di  una  semplicità  estrema – soggetto, verbo  e  complemento  oggetto. Ma  il  mio  amico, tutto  giulivo  nonché  disinvolto,  se  ne  uscì  con  questa  traduzione: a  Pompeo  l’asta  gli  si  avvinghiava  intorno. Impossibile  descrivere  la  mia  reazione  dopo  aver  sentito  questo  capolavoro: so  solo  che  quasi  mi  piegai  in  due  dalle  risate, mentre  Andrea, per  nulla  sconvolto  dall’errore  commesso, rise  a  crepapelle  insieme  a  me. Beata  gioventù!

E  voi  avete  ricordi  di  scuola  particolarmente  buffi?

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Da  giorni  avrei  voluto  scrivere  un  post  ma  ho  rimandato  perché, essendo  in  vacanza,  sono  entrata  in  modalità  bambocciona  e  mi  sono  lasciata  trascinare  da  questo  stato di  grazia,  indispensabile  per  ritrovare  le  energie  giuste  utili  ad  affrontare  la  quotidianità. Trovandomi  dunque  in   questa   graziosa  condizione, non  posso  scrivere  un  post  serio: non  riesco, non  mi  viene, non  mi  va. Pertanto  anche  il  post  probabilmente  risulterà  bamboccione.  E  caotico.

Quando  avevo  circa  dieci  o  dodici  anni  e  mi  trovavo  in  vacanza  in  montagna, capitò  più  volte  che  io  e   mia  cugina, che aveva  quattro  anni  più  di  me,  ci  divertissimo  a  fare  le  cretine. Come? Semplice: all’epoca, mia  nonna  leggeva  i  famosi  cataloghi  Postal  Market  e  Cia, che  vendevano  per  corrispondenza  abiti  e  altri  gingilli  strani. Mia  nonna  non  acquistava  nulla  ma  era  abbonata  e  le  piaceva  sfogliarlo. Ebbene, io  e  quella  volpe  di  mia  cugina  prendemmo  l’abitudine  di  sottrarre  quei  cataloghi  a  mia  nonna  per  sfogliarli  da  sole  in  una  casetta  che  avevamo  in  giardino. Niente  di  strano, direte  voi: che  c’è  di  male? Nulla, è  vero. Però  il  nostro  scopo  era  quello  di  ridere  a  crepapelle  e  niente  ci  divertiva  di  più  delle  immagini   degli  abiti  e  degli  accessori  maschili, perché  ciò  ci  consentiva  di  guardare  i  modelli, bei  ragazzi  con  corpi  statuari,  comicamente  impegnati  a  indossare  cose   imbarazzanti  tipo  le  famose  pancere  del  dottor  Gibaud – orrore! –  o  altre  diavolerie  simili. Vedere  un  bellone  sorridente  con  addosso  l’orrida  pancerina  o  le  ginocchiere  di  lana   non  era  un  fatto  che  ci  potesse  lasciare  indifferenti. Inoltre, a  colpire  erano  anche  le  foto  di  singole  parti  dei  corpi, come  nel  caso  dei  calzini – eh  sì, quei  cataloghi  vendevano  pure  i  calzini – per  cui  si  vedeva  solo  la  gamba  del  povero  modello  dal  ginocchio  in  giù,  col  calzino  marrone  o  verde  addosso  e  il  piedino  arcuato  in  posa. Era  soprattutto  il  piede  in  primo  piano  a  farci  ridere  assai.

In  quei  cataloghi  c’erano  poi  anche  oggetti  stranissimi, come, ad  esempio, il  phon  a  cui  si  attaccava  un  inquietante  tubo  di  plastica  a  sua  volta  connesso  a  una  cuffia: la  cuffia  stava  sulla  testa  della  povera  modella, tutta  bella  e  intenta  a  mostrare  la  presunta  praticità  dell’asciugatura  dei  capelli  attraverso  quel  tubo  di  plastica.  Per  non  parlare  poi  di  certi  bizzarri  grembiuli, che  io  non  avrei  indossato  neppure  sotto  tortura, e  di  un  piccolissimo  telaio  del  quale  si  diceva  fosse  adatto  addirittura  per   fare  cappotti  da  adulti, quando  invece  sembrava  al  massimo  adatto  a  fare  un  risicato  vestitino  alla  Barbie. Insomma,  quando  avevamo  un  attacco di  cretinite  acuta, quei  cataloghi  ci  fornivano  abbondanza  di  materia  su  cui  sfogarci.

All’epoca, io  avevo  anche  l’insana  mania  della  velocità. Fin  da  quando  avevo  imparato  ad  andare  in  bicicletta, infatti, avevo  manifestato  un  temperamento  un  po’  strano: a  differenza  delle  mie  amichette,  che  guidavano  la  bicicletta  con  garbo  e  a  velocità  moderata, io  mi  scatenavo  come  una  furia  pedalando  da  vera  ossessa  e  sudando  senza  remore. Amavo  giocare  con  le  bambole, confezionare  loro  vestitini, mettere  in  fila  i  miei  orsacchiotti  di  peluche  e  fare  tante  altre  cose  in  genere  considerate  tipiche  di  noi  femmine; ma  quando  salivo  su  qualsiasi  tipo  di  veicolo  mi  trasformavo  di  colpo  in  un  maschio  mezzo  teppista: volevo  correre, correre, correre  velocemente, senza  sosta, e  provare  anche  a  fare  manovre  strane.

Ricordo  che, una  volta, mentre  ero  impegnata  in  cortile  a  correre  come  una  furia  con  la  mia  bicicletta  intorno  a  tutto  il  condominio, mi  venne  la  brillante  idea  di  fare  le  curve  inclinando  il  mezzo. Insomma, mi  ero  stancata  di  fare  le  curve  senza  provare  l’ebbrezza  di  qualche  pericolo,  e  inclinare  la  bicicletta  il  più  possibile, rischiando  così  di  cadere  al  suolo,  mi  sembrò  il  culmine  della  felicità. E  siccome  non  caddi,  continuai  a  lungo  questo  esercizio spaventando  a  morte  la  signora  C.  che, scesa  in  cortile, diventò  paonazza  quando  mi  vide  così  forsennata. Ricordo  ancora  le  sue  urla: “Mamma  mia! Che  curve  fai! Fermati, fermati!”.

Tutto  questo  spiega, almeno  in  parte, cosa  accadde  quando, a  diciotto  anni, diedi  l’esame  di  guida. Per  l’esame  di  teoria  non  ebbi  alcun  problema, ma  quello  di  guida  pratica  fu – come  dire – un  po’  particolare. A  giocarmi  il  brutto  scherzo  fu  anche  un  pochino  d’ansia; poca, in verità, però  ammetto  di  essere  stata  leggermente  emozionata. E  visto  che  all’emozione  si  sommò  l’impossibilità  di  governare  il  mio  insano  istinto, successe  il  fattaccio. Salita  sulla  vettura  con  l’esaminatrice  nel  sedile  posteriore  e  il  mio  istruttore  accanto, cominciai  a  guidare  alla  media  dei  70  chilometri  orari. Il  problema  è  che  non  me  ne  accorsi  e, a  un  certo  punto, mi  si  spense  il  motore. Risultato: fui  bocciata.

Quando  l’esaminatrice  se  ne  andò, il  mio  istruttore  di  guida, costernato, mi  disse: “Guarda  che  non  sei  sulla  pista  di  Fiorano”. E  io: “Lo  so, qui  siamo  al  villaggio  Giardino. Ma  ero  emozionata”. E  lui  di  rimando: “Sì, ma  ti  rendi  conto  che  viaggiavi  alla  media  dei  70? Io  ho  più  volte  tentato  di  frenare  senza  farmi  vedere  da  quella”. E  io: “Ah! Ecco  perché  mi  sembrava  che  la  macchina  faticasse  un  po’! E  acceleravo”.  😀

 

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Karlsaue Estate 027

E  così  luglio, il  mese  estivo  sempre  rovente  e  senza  pietà, si  accinge  a  terminare  il  suo  percorso  con  una  brusca  e  strana  svolta  autunnale. La  pioggia  di  queste  ore, infatti, non  ha  nulla  a  che  vedere, almeno  qui, con  le  tipiche  piogge  della  stagione  estiva, intense  ma  brevi; questa  è  una  pioggia  persistente   accompagnata  da  un  notevole  calo  termico. Basta  poi  aprire  le  finestre  per  avvertire  un  vento  freddo  che  ricorda  quello  delle  ultime  giornate  di  settembre, quando  l’autunno  richiama  l’attenzione  su  di  sé  annunciando  la  fine  della  vecchia  stagione.

Eppure  è  estate  e  ci  aspetta  agosto, il  mese  delle  vacanze-a-tutti-i-costi, della  finta  o  vera  spensieratezza, dei  tramonti  che  si  tingono  di  festa  e  di  allegria, delle  lunghe  giornate  in  riva  al  mare  o  sui  prati  in  montagna. Ma  non  pochi  trascorreranno  agosto  in  città, per  i  più  svariati  motivi; e  allora  ci  si  chiede  cosa  rappresenti  agosto  per  chi  deve  restare  a  casa.  Se  il  clima  è  abbastanza  mite, senza  la  cappa  del  caldo  infernale, rimanere  in  una  città  per  metà  vuota  e  con  il  traffico  automobilistico  ridotto  può  essere  una  bella  esperienza: il  caos  è  assente, le  strade  sono  più  pulite  e  spesso  si   avverte  la  magia  del  silenzio.  La  verità  è  che  ci  si  può  sentire  in  vacanza  anche  restando  in  città, perché  essere  in  vacanza  è  soprattutto  uno  stato  d’animo.

Non  si  tratta  di  un  semplice  modo  di  dire  o  di  un  espediente  autoconsolatorio: è  davvero  così.  Ricordo  di  aver  trascorso  alcune   pessime  vacanze  in  montagna  perché  ero  tormentata  da  pensieri  e  preoccupazioni  che   non  mi  abbandonavano  per  il  solo  fatto  di  non  trovarmi  in  città; ricordo  addirittura  l’agosto  del  2000 – non  lo  dimenticherò  mai – in  cui  trascorsi  l’intera  vacanza  sui  monti  afflitta  dall’insonnia. Perciò  so  con  certezza  che  le  vacanze  sono  soprattutto  uno  stato  dell’anima.  E  allora  ben  venga  anche  agosto  in  città, se  l’anima  o  l’interiorità – la  si  chiami  come  si  vuole – è  ben  disposta.

 

(Post  ispirato  alla  conversazione, avuta  questa  mattina, con  una  mia  vicina  di  casa  un  po’  malinconica  perché  costretta  a  restare  in  città   durante  il  mese  di  agosto)

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snoopy

Durante  l’adolescenza   ero  tranquilla  e  non  avevo  quelli  che, in  genere, sono  definiti  grilli  per  la  testa. Non  ero  scalmanata, non  m’interessava  fare  chissà  che  esperienze  – non  le  avevo  proprio  in  mente –  e  per  molti  versi  vivevo  nel  mondo  dei  sogni, senza  avvertire  alcuna  necessità  di  svegliarmi.  Tuttavia  avevo  una  smania, sola, unica  ma  prepotente: a  quindici  anni, mi  misi  in  testa  che  era  giunto  il  momento  di  fare  il  mio  ingresso  in  una  discoteca.  Qualcuno  potrà  giustamente  pensare: e  allora? Quale  sarebbe  il  problema? Il  problema  era  mio  padre, che  non  ne  voleva  proprio  sapere. Ma  aveva  torto, aveva  torto  marcio: le  discoteche  non  sono  terribili  luoghi  di  perdizione  e  poi, come  sempre, tutto  dipende  da  noi, da  ciò  che  siamo, dal  carattere  che  abbiamo, dalle  nostre  predisposizioni   e   dall’educazione  che  abbiamo  ricevuto. Io  sapevo  bene  che  non  avevo  alcun  desiderio  strano  se  non  quello  di  andare  in  un  luogo  affollato  in  cui  era  possibile  ballare.

E  fu  così  che  decisi  di  andare  in  discoteca  senza  dirlo  a  mio  padre.  Farlo  era  facile, facilissimo, perché  non  avevo  alcuna  intenzione  di  andarci  di  sera:  a  parte  il  fatto  che  uscire  di  sera  mi  era  vietato, a  me  comunque  non  interessava. Sarò  stata  strana, ma  non  ho  mai  avvertito  il  desiderio  di  uscire  di  sera  in  città – solo  in  montagna  mi  piaceva  farlo –  per  cui  il  divieto  non  mi  pesava. No, in  discoteca  volevo  andarci  di  domenica  pomeriggio. Anche  allora  frequentare  la  discoteca  di  domenica  pomeriggio  era  considerato, da  molti  giovanissimi, una  cosa  infantile  e  ridicola: per  certuni, essere  alla  moda  ed  emancipati   significava  andare  in  discoteca  soltanto  di  sera.  Ma  a  me  non  interessava  atteggiarmi  a  ragazza  finto-emancipata, e  poi, nell’ambiente  da  me  frequentato –  liceo  classico, famiglie  un  po’  tradizionaliste, spesso  religiose  e, come  si  suol  dire, a  volte  all’antica –  fra  le  ragazze  andare  in  discoteca  di  domenica  pomeriggio  non  era  ridicolo  ma  normale.

All’epoca, in  questa  città  il  battesimo  dei  ragazzini  avveniva  allo  Snoopy, nel  senso  che  era  la  prima  discoteca  nella  quale  si  entrava. Non  so  come  sia  ora, ma  a  quel  tempo  era  un  locale  non  molto  grande  e  sotto  terra: per  entrare  si  scendevano  alcune  scale, immergendosi  in  un’atmosfera  un  po’  ovattata  e  irreale. Ricordo  ancora  l’emozione  che  provai   quando, con  alcuni  amici, organizzammo  la  nostra  piccola  spedizione  allo  Snoopy. Del  gruppo  facevano  parte  Andrea, il  ragazzino  di  cui  ho  già  parlato  in  un  altro  post, una  nostra  compagna  di  ginnasio  di  nome  Isabella – anche  lei  piena  di  divieti  e  coi  genitori  sempre  addosso – e  altre  tre  ragazze  che  però  ora  non  ricordo  più. Una  doveva  forse  essere  una  mia  vicina  di  casa,  che  conoscevo  fin  dall’infanzia  e  che, in  teoria, era  la  mia  migliore  amica (per  fortuna  ormai  da  anni  ridotta  al   ruolo  di  ex  amica). Io  raccontai  a  mio  padre  che  sarei  andata  a  fare  la  vasca  in  centro  e  poi  forse  in  sala  da  tè. Tanto  sapevo  che  all’ora  di  cena  sarei  stata  a  casa.

Ricordo  che, dopo  esserci  dati  appuntamento  davanti  a  casa  di  Isabella, col  mio  gruppetto  partimmo   rigorosamente  a  piedi  per  il  mitico  Snoopy. Io  ero  felicissima  perché  il  mio  sogno  si  stava  avverando: per  la  prima  volta  nella  mia  vita  avrei  visto  una  discoteca.  Ma  appena  entrai  allo  Snoopy, non  provai  un’emozione  particolare  perché  mi  sembrò  di  essere  a  casa, mi  sembrò  di  entrare  in  un  posto  conosciuto  da  sempre. Mi  sentii  contenta, certo, quasi  entusiasta, ma  senza  trepidazioni. E  tutto  filò  liscio, ovviamente: non  era  un  tremendo  luogo  di  perdizione  e  non  vidi  nessuno  fare  cose  strane.

Io, che,  come  ho  scritto  sopra,  vivevo  felicemente  nel  mondo  dei  sogni  e  lì  avevo  intenzione  di   restare,  trascorsi  la  mia  prima  domenica  in  discoteca  a  scherzare  con  le  amiche  e  in  particolare  con  Andrea, che  amava  ascoltarmi  perché  si  sbellicava  per  le  storielle  che  raccontavo  e  le  tante  battute  che  inventavo. Naturalmente  ballai, sì, ma  mi  divertii  anche  a  starmene  seduta  a  chiacchierare  e  osservare  tutto  quello  che  vedevo  intorno  a  me.  Mi  è  sempre  piaciuto  studiare   il  mondo  e  i  suoi  abitanti  e  lì, in  un  ambiente  tanto  circoscritto, si  poteva  osservare  e  studiare  a   sazietà.

Fu  un  giorno  semplice  e  bellissimo. Semplice  perché  non  feci  nulla  di  bizzarro, bellissimo  perché  realizzai  il  mio  piccolo sogno. E,   da  quel  momento, trascorsi  molte  domeniche  allo  Snoopy  fino  all’età  di  diciassette  anni, quando  fu  il  momento  opportuno  per   spiccare  il  volo  verso  una  discoteca  in  cui, la  domenica  pomeriggio, andavano  ragazzi  un  po’  più  grandi: si  chiamava  Charlie, era  in  via  Riccoboni  e  adesso  non  esiste  più.

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