Due bei gatti

In un paese dell’appennino in provincia di Salerno, c’è un signore che si dedica con amore e costanza a sfamare numerosi gatti randagi. Alcuni ormai vivono nel suo giardino, altri si trovano a qualche chilometro di distanza, in aperta campagna. Ogni giorno, Antonio fa tutto quello che può per nutrirli e coccolarli.

Antonio ha un canale su youtube in cui mostra la sua vita con questi splendidi gatti. Ciò che distingue il suo canale da altri simili è l’estrema semplicità dei video e dei loro contenuti, e ciò probabilmente è il motivo fondamentale per cui Antonio ha molti appassionati followers: niente effetti speciali, nessuna “scenografia”, ma soltanto immagini ingenue e la dura, vera vita di gatti che cercano un po’ di riparo, di cibo e di affetto. Ormai siamo tutti affezionati a questi animali, un po’ come se fossero anche nostri.

E allora per chi, come me, adora i gatti, ecco un bel video rasserenante. Qui sono presenti il gatto Sirena e una bellissima micia bianca, da poco tempo ospite del giardino di Antonio. Sirena si chiama così perché, nei primi tempi in cui si era installato nel giardino di Antonio, era solito strillare come un dannato quando aveva fame. Ma strillava sul serio, eh, strillava come un’ambulanza. Adesso, a quanto pare, si è calmato, probabilmente perché si sente sicuro e sa di poter contare su pasti quotidiani e carezze.

Estate, marachelle e libertà

Era giugno, in Tuscia e al mare, e stavamo trascorrendo il mese in una bella villetta. Quell’anno eravamo in sette: io, mia madre, mio zio con la sua famiglia e i miei nonni. All’epoca – un’epoca non poi così remota – era normale  fare le vacanze in gruppi familiari allargati: ciò non era considerato né vergognoso né sinonimo d’immaturità.

Ricordo che, una sera, mentre tutti si trovavano a tavola assorbiti nelle loro chiacchiere, io e mio cugino, dopo esserci scambiati un’occhiata d’intesa, ci alzammo calmi e sereni e, con notevole disinvoltura e audace sprezzo del pericolo, trotterellammo serafici verso la porta di casa, che era aperta, e uscimmo tranquilli al buio per andarcene in spiaggia, cosa che, almeno in teoria, non avremmo dovuto fare.

In spiaggia, a quell’ora, non c’era nessuno. Restammo lì circa venti minuti, a giocare con la sabbia e ad ascoltare il rumore del mare. Poi rientrammo e ci accorgemmo che la nostra assenza non era stata notata. Così, ci sedemmo sul divano con i volti angelici e innocenti, ma intimamente soddisfatti di aver gabbato la nostra parentela.

Gabbare genitori e parenti era uno sport che amavamo molto, perché era un modo per renderci un po’ indipendenti e per provare qualche emozione – la gioia di farla franca con qualche minuscola marachella. Nella casa in appennino, dove trascorrevo il mese di agosto, io e mia cugina raggiungevamo la felicità suprema quando i nostri familiari, dopo pranzo, si sedevano in giardino intenti a chiacchierare e, le donne, a lavorare a maglia o all’uncinetto. Per me e per mia cugina era un sollazzo indescrivibile poter inforcare la Vespa a motore spento, e lanciarci in discesa oltrepassando il cancello senza che nessuno se ne accorgesse. Se ne accorgevano però al ritorno, quando il motore della Vespa era, per forza di cose, in piena funzione, e noi ci divertivamo come matte nel constatare quanto fosse facile eludere la sorveglianza degli adulti.

Certo, in se stessi sono episodi insignificanti, racconti da poco, che qualcuno definirebbe racconti di una piccola vita – sempre ammesso che ce ne sia una grande, di vita. Ma tralascio l’argomento per cristiana misericordia. Ciò che invece m’interessa, ossia il motivo per cui ho scritto questo post, è la malinconia che ogni tanto mi assale quando penso all’impossibilità di provare le medesime emozioni adesso, da adulta. Ormai, se voglio uscire di casa a qualsiasi ora, non ho bisogno di squagliarmela di nascosto provando un po’ di sana adrenalina nel farlo; ormai posso prendere la porta in qualsiasi momento e andare fuori, portando con me il solito fardello di pensieri.

Sembrano sciocchezze, ma, a pensarci bene, tali non sono. Qualche volta sarebbe bello tornare indietro almeno per un giorno, e rivivere quel magico senso di libertà e di onnipotenza destinato a non ripresentarsi mai più.

Quando non esistevano

Quando non esistevano gli smartphone e l’adsl, le comunicazioni erano più lente e perciò i rapporti interpersonali suscitavano alcune emozioni forse sconosciute agli adolescenti di oggi. Incontrarsi con amiche e amici, darsi appuntamenti, rendersi rintracciabili erano tutte operazioni che avvenivano senza l’eterna presenza di cellulari, whatsapp e simili. Esisteva un’intensa vita di relazione, declinata in forme differenti rispetto al presente.

Ad esempio, non c’era l’opportunità di scattare fotografie in ogni secondo della propria esistenza e di postarle, a qualsiasi ora del giorno e della notte, su Instagram o Faccialibro. E forse è quasi superfluo aggiungere che non si perdeva tempo a fotografare infinite immagini di cibi e bevande – pizzette, calici di vino, piattini di pesce e alimenti vari. Non si sprecavano i limitati scatti delle vecchie pellicole per cose di questo genere: le fotografie, infatti, erano oggetti un po’ preziosi, proprio perché non immediatamente fruibili, e guardarle in compagnia costituiva un piccolo avvenimento. Il dato interessante è che non stiamo parlando di molti anni fa.

Ecco, qualche volta è bello e fonte di calde emozioni non poter avere tutto e subito.

Il gatto e l’estate

Vive nel palazzo di fronte e, data la bella stagione, preferisce trascorrere molto tempo all’aria aperta. Ma il cortile del suo condominio è pieno di ghiaia e senza piante, poco piacevole durante le afose giornate estive; così, svelto e silenzioso, attraversa la strada e s’infila sotto il cancello del palazzo in cui vivo io: qui, infatti, c’è un giardino con cespugli e alberi che garantiscono ombra e riparo, e lo splendido gattone se ne approfitta per sdraiarsi accanto alle piante e riposarsi a sazietà.

Bello e grasso – il tipico felino viziato e sereno -, ha un carattere estremamente aperto, dolce e socievole: appena qualcuno gli si avvicina, si sdraia con le zampe all’insù e mostra la pancia per farsi accarezzare. A volte, poi, quando apriamo il portone, lui sguscia veloce nell’atrio e ci segue fino all’ascensore, mai abbastanza pago di coccole e complimenti. Capita anche di vederlo trotterellare rapido lungo la via per infilarsi nel parco qui accanto, e lanciarsi in chissà quali avventure.

Credo che, se potesse parlare, dichiarerebbe tutto il suo amore per questa stagione.

Libertà d’estate

Quando  trascorrevo  le  lunghe  vacanze  estive  in  appennino, uno  dei  miei  passatempi  favoriti  era  allontanarmi  da  casa  per  girovagare  da  un  paese  all’altro. Certo, non  era  così  semplice: a  dodici  o  tredici  anni  non  avevo  i  mezzi  per  scorrazzare  da  sola  e  a  sazietà  sulle  vette  montuose. Avevo  però  una  cugina  più  grande  di  me  di  quattro  anni  e  così, complice  la  sua  Vespa  fiammante, quando  i  nostri  genitori  dormivano  o  erano  distratti  filavamo  via  in  silenzio  per  dirigerci  da  qualche  parte.

A  guidare  la  Vespa  ero  io, che  non  avrei  potuto  perché  ero  appena  dodicenne. Mia  cugina, però, seduta  dietro  di  me, cambiava  le  marce  e  vigilava. Ripensandoci  ora, mi  accorgo  che  guidavo  davvero  bene, perfettamente  a  destra, senza  neppure  un  attimo  d’incertezza, senza  il  minimo  sbandamento  neppure  nelle  curve, che  erano  tante; guidavo  bene  perché  non  temevo  nulla  e  amavo  la  velocità, con  quel  misto  di  coraggio  e  incoscienza  che  spesso  caratterizza  l’estrema  giovinezza.

Non  erano  viaggi  lunghissimi, ma  neanche  troppo  brevi: in  genere  percorrevamo  dieci  o  dodici  chilometri, ma  a  volte  ci  spingevamo  anche  molto  oltre. Passare  da  un  paese  all’altro  ci  regalava  un’enorme, gratificante  sensazione  di  libertà, accentuata  dal  percorrere  rapidamente  le  strade  e  le  curve  sinuose  e  dal  vento  che  ci  sferzava  il  corpo  e  i  capelli. In  quei  momenti  irripetibili  amavamo  l’estate  di  un  amore  folle, con  un’intensità  che, a  distanza  di  tanto  tempo, stupisce  e  forse  commuove. L’amavamo  talmente  da  sentircela  addosso  o  persino  dentro  di  noi, come  se  ci  avesse  invase  e  non  volesse  andarsene  più.

A  volte, nelle  nostre  corse  passavamo  attraverso  piccole  frazioni, luoghi  nei  quali  al  massimo  c’erano  quattro  o  cinque  case, e  ci  divertivamo  moltissimo  a  domandarci  perché  certi  minuscoli  agglomerati  avessero  un  nome,  quasi  non  meritassero  una  simile  dignità. La  cosa  buffa  era  che  anche  noi  provenivamo  da  una  semplice  frazione, circondata  tutt’intorno  da  numerosi  casolari; ma  in  realtà  prendevamo  in  giro  anche  il  nostro  paesello, con  l’arguzia, l’ironia  e  l’assenza  di  freni  tipici  di  quell’età. Del  resto, il  nostro  imperativo  era  divertirci  e  ogni  piccolo  dettaglio, anche  il  più  insignificante, diventava  una  buona  scusa  per  trastullarci  senza  remore.

Durante  le  nostre  gite, non  ci  ponevamo  il  problema  della  lontananza  da  casa  e  dell’irraggiungibilità  dei  nostri  parenti. Non  avevamo  cellulari  né  smartphone, e  quindi  per  noi  era  normale  non  essere  sempre, costantemente  connesse  col  mondo  intero; per  noi  partire  significava  davvero  allontanarci, porre  una  distanza, interrompere  rapporti, anche  se  momentaneamente. In  caso  di  bisogno, avremmo  telefonato  a  casa  da  un  bar, perché  anche  nelle  frazioni  di  montagna  si  trovava  sempre  un  bar  con  tavolini, telefono, gelati  e  merce  varia  assortita. E  più  i  bar  apparivano  spartani  più  mi  divertivo, perché  la  semplicità, in  vacanza, concorreva  a  formare  e  a  nutrire  quel  meraviglioso  senso  di  libertà  di  cui  non  mi  sentivo  mai  sazia. Quella  libertà  che, ai  miei  occhi, era  l’autentica  essenza  della  stagione  estiva, se  non  addirittura  la  sua  stessa  ragion  d’essere.

 

(L’immagine  allegata  al  post  è  tratta  da: http://www.mondodelgusto.it/territori/4946/il-territorio)

I dieci anni del blog

diario

Esattamente  dieci  anni  fa, cioè  il  12  gennaio  del  2007,  iniziai  la  mia  avventura  con  questo  blog  scrivendo  un  brevissimo, scarno  post  di  presentazione. All’epoca  gestivo  anche  un  altro  spazio, un  blog  dedicato  all’attualità  politico-sociale  aperto  nell’agosto  del  2006; così, Oltre  il  cancello  doveva  essere, nelle  mie  intenzioni, un  piccolissimo  luogo  di  svago, un’isola  di  quiete  senza  alcuna  pretesa, le  pagine  cui  avrei  affidato  pensieri  lievi, a  volte  persino  frivoli, in  contrasto  con  la  serietà  del  mio  blog  principale.

Ma  nel  gennaio  del  2009  chiusi  definitivamente  il  blog  incentrato  sull’attualità  e  decisi  di  dedicarmi  soltanto  a  questo. Scelsi, cioè, lo  svago, il  disimpegno, la  quiete, la  fantasia, la  bellezza, la  serenità. In  un  certo  senso, scelsi  il  distacco  dal  mondo. E  non  me  ne  sono  pentita.

Come  ho  detto  altre  volte, questo  blog  ha  l’unico  scopo  di  intrattenere  i  lettori, regalando  un  po’  di  divertimento, alcune  emozioni, qualche  spunto  di  riflessione, belle  immagini, bei  colori. Ho  scritto  con  continuità  per  dieci, lunghi  anni; perciò, chi  legge  probabilmente  può  pensare  che  io  non  abbia  mai  attraversato  periodi  di  crisi, momenti  di  stanchezza  in  cui  avrei  voluto  chiudere  quest’esperienza. In  realtà, varie  volte  sono  stata  sul  punto  di  interrompere  tutto; ma  poi  non  l’ho  fatto  perché  sono  molto  affezionata  a  questa  mia  creatura,  e  alla  cura  con  cui  ho  cercato  di  trattarla  nonostante  il  poco  tempo  a  disposizione.

Adesso, riandando  con  la  mente  a  quel  lontano  gennaio  del  2007, ricordo  con  strana  precisione  i  sentimenti  che  provai  allora, mentre  mi  accingevo  a  cominciare  questo  percorso. Ricordo  la  gioia, l’entusiasmo, il  divertimento  con  cui  scrissi  i  primi  post, sentendomi  leggera  e  spensierata  mentre  affrontavo  argomenti  così  lievi, così  impalpabili, per  qualcuno  forse  inutili. Era  inverno, era  freddo, era  gennaio  e  io  mi  divertivo  moltissimo  a  scrivere  di  feste, di  neve  e  di  Holly  Hobbie  ignorando  come  sarebbe  andata  a  finire. Insomma, non  avrei  mai  pensato  che  dieci  anni  dopo  sarei  stata  qui  a  rievocare  quei  momenti. Ma  di  questo  devo  ringraziare  tutti  coloro  che  hanno  letto, in  silenzio  o  commentando, le  tante, tantissime  parole  che  ho  scritto  nel  corso  degli  anni. Se  sono  ancora  qui  è  anche  merito  di  tutti  i  singoli  lettori  che  mi  hanno  accompagnata  in  questo  lungo  cammino. 🙂

Oltre  il  cancello, allora, resta  aperto: questo  giardino  è  disponibile  ad  accogliere  chiunque  voglia  perdersi  fra  i  suoi  viali, i  suoi  prati, le  sue  siepi, i  suoi  angoli  bui  e  i  suoi  fiori. Mentre  le  stagioni  passano  una  dopo  l’altra.