Todo modo

Todo modo para buscar la voluntad divina (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)

Trama

Sicilia. Un famoso pittore, per puro spirito d’avventura, decide di fermarsi presso un albergo gestito da un certo don Gaetano. L’albergo, a quanto pare, sorge là dove un tempo c’era un monastero. All’albergo stanno per arrivare ministri, deputati, vescovi e altri personaggi importanti per partecipare ad alcuni esercizi spirituali. Durante la recita di un rosario, l’ex senatore Michelozzi viene ucciso. Cominciano le indagini, molto difficili dato l’ambiente in cui è maturato il crimine, e la situazione si complica ulteriormente quando avviene un altro omicidio. In apparenza il mistero è irrisolvibile, ma l’astuto pittore forse comprende la verità, pur non rivelandola. O, meglio, rivelandola in maniera molto enigmatica.

 

Commento

Todo modo (1974) è un breve romanzo di Leonardo Sciascia, un romanzo in cui i delitti sono soprattutto un’occasione per far emergere il volto agghiacciante dei rapporti di potere, declinati secondo cerimoniali ipocriti fra persone che non affermano mai ciò che realmente pensano. Persone che nascondono, eludono, recitano con estrema disinvoltura pur di mantenere le proprie ragguardevoli posizioni sociali.

Don Gaetano è senz’altro il personaggio più stupefacente: coltissimo, freddo, razionale, cinico, ironico, è un abilissimo manipolatore, scaltro, narcisista, impietoso nei suoi giudizi taglienti. Anche il pittore, che narra le vicende in prima persona, sperimenta ben presto,  quasi all’inizio della storia, la ferocia di don Gaetano:

«Un pittore…Già, mi pare di riconoscerla…Aspetti, non mi dica il suo nome […]. Giulio Cesare Vanini, che è stato bruciato come eretico, riconosceva la grandezza di Dio contemplando una zolla; altri contemplando il firmamento. Io la riconosco dall’imbecille. Non c’è niente di più profondo, di più abissale, di più vertiginoso, di più inattingibile…Solo che non bisogna contemplare troppo…Ecco, ci sono arrivato: lei è…» e disse il mio nome.

Fra il pittore e don Gaetano si instaura una relazione singolare, a suo modo profonda, perché don Gaetano è a volte affascinato dal suo ospite, e con lui si lascia andare a lunghe conversazioni ricche di citazioni dotte. Il pittore, feroce anticlericale, lo provoca spesso, ma don Gaetano non si scompone mai. Al riguardo, è emblematico l’episodio in cui il pittore si mostra stupito del fatto che nell’albergo alloggino anche le amanti di alcuni dei convenuti agli esercizi spirituali; don Gaetano spiega allora il suo peculiare punto di vista:

«Ebbene: questi cinque disgraziati hanno mogli, figli, elettori, avversari, amici e nemici che li ricattano, amici e nemici che controllano i loro passi e i loro telefoni…Si sono fatta la loro amante, come d’uso. E per tutto un anno vagheggiano questa settimana, qui, degli esercizi: e finiscono col farli davvero…Mandano prima le loro donne, raccomandandomele, si capisce, ché non le accetterei senza le loro raccomandazioni, come persone dai nervi a pezzi, che cercano serenità e riposo alle loro vicissitudini familiari, alle loro sventure, in un ambiente confortevolmente religioso. Io faccio finta di non capire, di non sapere: e le accetto. Perché so bene che quel loro vagheggiamento di una settimana di amore si risolverà in una settimana d’inferno […]. Se lei va ad ascoltare dietro le loro porte (lo fanno tanti, in questo momento), li sentirà litigare: più che una qualsiasi coppia legittima, con più furore, con peggior crudeltà […] ».

Il pittore, di cui non viene mai fatto il nome, è anche uno scrittore di gialli e, quando Michelozzi è assassinato, comincia a riflettere sull’omicidio e a stimolare le indagini, guidate da un suo ex compagno di liceo, l’ottuso procuratore Scalambri. Sia Scalambri sia il commissario, se potessero, arresterebbero tutti, essendo consapevoli della fitta rete di affari loschi e criminali che forma la trama dei rapporti fra gli ospiti dell’albergo. È il commissario a dirlo, ottenendo l’approvazione del procuratore:

«Li arresterei tutti, don Gaetano compreso […].Tanto sono tutti nella condizione di quel tale che quando gli lessero la sentenza di condanna disse “per tanti che ne ho fatto mai mi avete incastrato, per questo che non ho fatto mi state condannando”»

Gli inquirenti, in sintesi, comprendono di non poter abbattere il muro di omertà su cui si reggono le precarie relazioni degli uomini di potere presenti nell’albergo.

I dialoghi del romanzo sono acuti, spesso destabilizzanti per la crudezza con cui rivelano le dinamiche che legano i vari personaggi della storia. Il ritmo della narrazione è rapido, quasi incalzante, e la suspense è creata con maestria. Lo stile è essenziale, a tratti molto asciutto ma forbito. 

 

Perché leggere questo romanzo

-perché svela in maniera sintetica, con sguardo rapido ma acutissimo, gli aspetti squallidi e crudeli degli intrecci di potere politico ed economico, in cui ovviamente anche la Chiesa è coinvolta.

-perché la trama è scorrevole e accattivante, ben costruita e tale da suscitare interesse sino alla fine.

-perché non è vero ciò che si dice spesso, e cioè che in questo romanzo il finale è vago. La soluzione forse c’è, nel senso che è possibile comprendere o ipotizzare chi siano gli assassini, ma bisogna leggere con estrema attenzione soprattutto le ultime pagine, soffermandosi sull’uso delle parole e sulla posizione della pistola. Si tratta quindi di un interessante esercizio di riflessione.

-perché è una lettura colta e, com’è tipico della narrazione di Sciascia, densa di riflessioni profonde e realistiche sul potere, sugli esseri umani, sulle relazioni interpersonali. C’è tutto un mondo, un mondo intero nei romanzi di Sciascia, e una saggezza che oltrepassa sempre le singole trame per assumere valore universale e atemporale.

Per fortuna, noi siamo in Italia

Dopo aver letto le parole di Boris Johnson, (ehm…) l’empatico, intelligente e sobrio primo ministro inglese, avrei voluto scrivere un post. Ma poi ho trovato una bellissima riflessione di Leonardo Cecchi, che condivido, e ho deciso di riportarla.

“Il 60% della popolazione dovrà contrarre il Covid19 per sviluppare l’immunità di gregge”. Sono le parole non di un matto. Non di un gerarca nazista. Ma di una delle massime autorità sanitarie del governo sovranista di Boris Johnson (N.B. si tratta di Sir Patrick Vallance).

La pratica è oscena: darwinianamente, si lascia che la gente venga contagiata. I deboli muoiono. I forti sopravvivono. A costo di centinaia di migliaia di vittime, si sviluppa così l’immunità di massa dal virus.

C’è da rabbrividire. Davvero, rabbrividire. Perché l’idea che i deboli debbano esser sacrificati per i forti, per il “gregge”, non è un qualcosa soltanto ripugnante: è la morte dell’uomo. È il regresso ad uno stato animale che vede ritornare con forza un cannibalismo verso i più fragili. E che distrugge, cancella, divora più di due millenni di sviluppo culturale e spirituale umano.

Guardiamo allora a questa barbarie, a questa mostruosità, e ragioniamo su una cosa: che noi siamo in Italia. Tante di quelle volte abbiamo detto o sentito dire di come all’estero le cose siano migliori. Ma, scusateci, stavolta no. Proprio no. Stavolta ci ricrediamo. Perché qui, con tutti i nostri limiti, ad un’aberrazione tale non arriveremo mai. Qui ci viene il vomito all’idea di sacrificare i più fragili per salvarci. Qui un consigliere sanitario con tali “idee” verrebbe buttato fuori a calci dall’esecutivo. E questo lo stiamo dimostrando anche adesso, proprio ora che state leggendo, con centinaia di migliaia di persone che stanno lottando come leoni per strappare alla morte il più fragile tra i nostri connazionali. Lo dimostrano le testimonianze di enorme solidarietà da parte di tutti, di medici e operatori sanitari che non dormono da giorni. E, sì, lo dimostra anche lo Stato, che non è ricco come quello dei nostri cugini europei. Che è più scalcagnato, meno moderno. Ma che nonostante questo non prenderebbe mai lontanamente in considerazione un’aberrazione simile. E si sta facendo in quattro per salvare tutti. Tutti.

Pensiamo allora a questo.
Pensiamo allora che, nonostante tutto, siamo un grande paese, una grande civiltà.

Pensiamoci. E ricordiamocelo a lungo. A lungo ricordiamoci che quando fuori dall’Italia si ragionava sul sacrificare i più deboli per salvare i forti, qui i forti facevano 12 ore di turno consecutive per salvare i deboli.

E torniamo, una volta tanto, ad essere orgogliosi del nostro Paese.