Il pensiero politico altomedioevale (1)

All’origine  del  pensiero  politico  altomedioevale  si  colloca  il  passaggio  del  cristianesimo  da  culto  clandestino  a  religione  ufficiale  dell’Impero  romano. Tale   passaggio  è   sancito  dall’Editto  di  Tessalonica (380), emanato  dall’imperatore  Teodosio. Si  tratta  di  un  fatto  di  grande  rilievo perché, da  questo  momento,  la  Chiesa  inizia  ad  assumere  un  vero  e  proprio  ruolo  politico. Ciò  comporta  il  suo  progressivo  allontanamento  dallo  spirito  che  aveva  animato  le  prime  comunità  cristiane, uno  spirito  permeato  da  ideali  di  povertà  evangelica, uguaglianza  e  giustizia.

Sul  piano  della  riflessione  teorica, il  ruolo  istituzionale  assunto  dalla  Chiesa  implica  l’emergere  del  problema  centrale  del  pensiero  politico  altomedioevale, quello  relativo  al  rapporto  fra  i  poteri  temporale  e  spirituale.

Nei  150  anni  circa  che  seguono  la  morte  di  Teodosio, il  vescovo  di  Roma  consolida  la  propria  egemonia  sulla  cristianità,  soprattutto  perché  la  fine  dell’Impero  romano  d’Occidente  apre  un  vuoto di  potere  che  consente  alla  Chiesa  buoni  margini  di  manovra  politica. In  un  mondo  in  rovina, caratterizzato  dalla  perdita  delle  possibilità  materiali, dallo  sfacelo  delle  forme  del  vivere  civile  e  dall’impotenza  di  fronte  alle  invasioni  delle  popolazioni  barbariche, la  Chiesa  riesce  a  svolgere  una  funzione di  potere  “supplente”.

Con  il  crollo  definitivo  della  parte  occidentale  dell’Impero (476), la  più  grande  autorità  temporale  rimasta  sulla  scena – l’unica, cioè, a  configurarsi  come  ovvia  interlocutrice  della  Chiesa –  è  quella  dell’imperatore  di  Costantinopoli, che  si  erge  a  rappresentante  di  Dio  in  Terra  anche  a  proposito  delle  questioni  riguardanti  la  sfera  spirituale.  In  tale  situazione,   il  primo  a  porsi  esplicitamente  il  problema  del  tipo  di  rapporto  che  dovrebbe   sussistere  fra  i  due  poteri  è, sul  finire  del  V  secolo, Gelasio I (492-496).  Il  papa, a  scopo  soprattutto  difensivo, ossia  per  proteggersi  da  eventuali  ingerenze  dell’imperatore  bizantino,  elabora  la  teoria  del  dualismo  dei  poteri, secondo  cui  ciascuno  dei  due  poteri  è  autonomo  e  superiore  all’altro  nella  propria  sfera  di  competenza, mentre  è   sottomesso in  quella  che  non  gli  appartiene. Tuttavia, per  Gelasio  il  potere  spirituale  è  più  importante  di  quello  temporale  perché  gravato  da  una  responsabilità  maggiore, visto  che  i  sacerdoti  dovranno  rispondere, nell’aldilà, anche  dei  comportamenti  che  i  sovrani  hanno  tenuto  sulla  Terra.

Se  il  dualismo  dei  poteri   evoca, più  o  meno, l’ottimistico  scenario  di  due  autorità  distinte  che  riescono  a  convivere  in  maniera  pacifica,  senza  che  l’una  interferisca  nelle  decisioni  dell’altra,  nel  concreto  svolgimento  della  pratica   politica   le  cose  vanno  invece  diversamente. Infatti, a   mano  a  mano  che  procede  la  cristianizzazione  dei  nuovi  Regni  romano-barbarici,  sorti  dalle  macerie  dell’Impero  occidentale, i  due  poteri  tendono  sempre  più  a  confondersi  fino  a  giungere, col  tempo, all’assorbimento  del  diritto  dello  Stato  entro  quello  ecclesiastico.

Già  con  Gregorio  Magno (590-604)  si  assiste  a  una  decisa  rottura  del  precario  equilibrio  stabilito  dal  dualismo  gelasiano: nei  suoi  rapporti con  il  sovrano  d’Oriente  Gregorio  rispetta  la  distinzione  dei  poteri, mentre  nei  confronti  dei  nuovi  Regni  romano-barbarici  afferma  esplicitamente  la  supremazia  del  potere  spirituale, arrivando  a  sostenere  che  i  sovrani  temporali  hanno  il  compito  di  difendere  i  buoni, ossia  i  cristiani, dai   cattivi. In  altri  termini, i  sovrani  temporali  altro  non  sono, per  Gregorio  Magno, che  una  sorta  di  braccio  armato  della  Chiesa.

(continua)