Quel fatto strano

 

E poi sì, c’è quel fatto strano che non sai spiegarti, quei luoghi che non tolleri senza alcun motivo apparente. Io, ad esempio, fatico ad apprezzare il balcone della mia camera da letto. Eppure è grande e bello e si affaccia sul parco – gli alberi sotto che mutano al passaggio delle stagioni, gli alberi che sembrano quasi sfiorarmi con i loro rami.

Non dovrei lamentarmene, lo so, mi sento persino in colpa ad ammetterlo, ma quel povero, innocente balcone mi deprime. Ci ho provato, eh, ci ho provato eccome a trascorrerci qualche minuto, a guardare la strada sfumare in lontananza, ad ammirare il cielo quando sembra precipitarmi addosso; ma ho sempre avvertito uno scoramento, un senso di estraneità e di vicinanza fusi nel medesimo istante – estraneità a questo mondo, forse, come se fossi e non fossi. Come fermarsi a un confine, su un crinale incerto, o come se un sogno si fosse realizzato, ma poi si volesse fuggire, fuggire da quel sogno, fuggire da quell’inganno.

Poi magari capita che ti piaccia l’angolo insulso, o le fitte crepe su una strada vecchia, o un muro divelto, o la campagna squallida straziata dalla nebbia. Vallo a capire, cosa capita.

(Nell’immagine il dipinto Donna al balcone, di Henri Gaudier Brzeska)

L’autunno che verrà

Sembra che l’estate non voglia cedere e che abbia deciso di ostacolare il silenzioso, prudente arrivo della nuova stagione. Ma ciò non deve stupire: settembre è un confine, una dolce contraddizione – l’incontro stupefacente fra l’arroganza dell’estate e la raffinata discrezione dell’autunno.

Intanto, mentre attendiamo che i colori mutino davvero, a soccorrerci resta l’immaginazione. E allora io l’immagino così, l’autunno che verrà: davanti a una finestra, mentre le foglie abbandonano gli alberi senza fermarsi, senza alcun ripensamento – come fosse uno spettacolo per l’eternità.