Ottobre e le mie camere con vista

Oggi è una giornata autunnale meravigliosa, una giornata come soltanto ottobre sa regalare, uno sfolgorio di oro, di verde, di nocciola e di giallo, colori che ammantano di delicato splendore le vie più anonime, gli angoli più insignificanti e spenti. Ottobre dispensa bellezza, lenisce i dolori, riveste i nostri sogni di tinte luminose. Peccato però che il mio condominio, a causa dei lavori di ristrutturazione che ci sono piombati addosso, sia chiuso dalla prigione delle impalcature; la conseguenza è che io, in perfetto Fantozzi-style, devo accontentarmi di un panorama sconfortante. Dal balcone della cucina:

Dalla sala, che si affaccia sul parco:

E infine dal balcone della camera da letto, anch’esso affacciato sul parco:

Per concludere in letizia, lascio la magnifica vista del pavimento del balcone della cucina, un vero tripudio di ordine e di decoro: 😆

Fino al termine del prossimo marzo sarà così, volenti o nolenti. Comunque pare che saranno completamente ristrutturati anche i balconi. 😄

Ricordi a settembre

Settembre, come tutti i momenti di passaggio, stimola riflessioni, suscita ricordi, coglie di sorpresa con umori inattesi e bizzarre intuizioni. Dev’essere per questo che mi tornano in mente frammenti della mia infanzia, piccole, lucide tessere di un mosaico appannato dalla polvere del tempo.

Mi capita così, in queste giornate sospese fra l’estate e l’autunno, di ripensare alla mia carriera infantile di mini-tecnica esperta di televisioni. Ho già raccontato che, nel condominio della mia infanzia, il nostro punto di riferimento di fiducia, per tutto quanto riguardava il mondo degli apparecchi tv, era il tenore Giorgio, che, quando andava sul tetto a sistemare le antenne, si divertiva a cantare pezzi di opere liriche. E Giorgio veniva spesso nel nostro palazzo. Ma per alcuni piccolissimi problemi quotidiani, ebbene sì, c’ero io, una bimbetta delle scuole elementari. Non so come iniziò la mia fama di brava aggiustatrice; so soltanto che, un giorno, fui chiamata da una coppia di mezza età, marito e moglie che vivevano al quarto piano. Costoro avevano fatto un gran caos col telecomando, cancellando inavvertitamente vari canali, e così fui io a risolvere l’inghippo. In poco tempo la mia fama si estese e, nel palazzo, le richieste di aiuto aumentarono, tanto che diventai una specie di pronto soccorso televisivo, sempre presente nei momenti critici. E, siccome ero piccina, apprezzavo molto questa strana attività freelance, perché spezzava la routine di certe giornate e mi faceva sentire importante.

In se stesso è un fatto banale, quasi irrilevante, tale da non poter neppure assurgere a dignità di racconto su un blog. Ma ciò che mi spinge a scriverne è lo sfondo in cui ciò è avvenuto, l’atmosfera e l’ambiente che resero possibile questa storia all’apparenza insignificante. Nel condominio della mia infanzia, infatti, eravamo un po’ come una famiglia: c’erano spesso una solidarietà, una forma di cooperazione, un modo particolare di stare insieme che non ho mai più ritrovato in nessuna mia esperienza successiva. Erano altri tempi, certo, ed erano altri i valori a guidarci, almeno in quel contesto specifico e circoscritto. Sapevamo tutto gli uni degli altri e nessuno di noi tentava di porsi su un piedistallo; avevamo gusti semplici e non eravamo prigionieri del demone della competizione.

Quando ripenso a quelle persone, a certe giornate trascorse insieme, mi avvolge improvvisa una sensazione di calore; e provo tanta gratitudine e comprendo che queste sono le cose che contano, il poter pensare e ammettere e riconoscere che quella cosa preziosa c’è stata e che, dentro di me, si rinnova e continuerà a rinnovarsi nonostante tutto.

Ratataplan


Trama
Milano. Colombo (Maurizio Nichetti), un ingegnere neolaureato, si presenta a una prova d’ammissione per un posto di lavoro, ma, essendo il più creativo di tutti, è respinto. Per sopravvivere accetta allora di lavorare in un sudicio chiosco adibito a bar e, in seguito, in una scalcinatissima cooperativa teatrale.
Invaghito di una ragazza (Edy Angelillo) che vive nel suo condominio, ma troppo timido e goffo per proporle di uscire, costruisce un robot con le sue sembianze e, guidandolo da casa con un complesso marchingegno, lo invia in discoteca con la giovane. Purtroppo, però, il meccanismo a un certo punto s’inceppa e la serata non termina nel modo sperato.

Commento
Ratataplan (1979) è una commedia grottesca diretta da Maurizio Nichetti, che ne è anche il protagonista. Film girato con soli cento milioni di lire dell’epoca, si distingue per la completa assenza di dialoghi, a parte, in alcuni momenti, qualche voce distorta.
Nonostante sia sospesa fra ingenua poesia e momenti di pura comicità, l’opera è anche caratterizzata da pennellate di neorealismo che tratteggiano con acutezza l’esistenza degli emarginati nella grande città, in una quotidianità squallida e senza speranza. Il grande e povero condominio in cui vive Colombo è un microcosmo di perdenti d’ogni genere, che però non indugiano nel vittimismo ma tentano di sopravvivere e di divertirsi come possono.

Geniale la lunga gag in cui Colombo, aiutante nel chiosco, attraversa tutta Milano per portare un bicchiere d’acqua a un industriale paralitico che si è sentito male nel corso di una riunione d’affari. Durante il tragitto, il bicchiere d’acqua è accidentalmente contaminato più volte nei modi più impensati e così, quando il paralitico lo beve, riacquista l’uso delle gambe. Ma per Colombo, eterno destinato alla sconfitta, quell’involontario “miracolo” significa la perdita del posto di lavoro.

Decisamente comico l’episodio in cui il protagonista, insieme agli altri abitanti del condominio riuniti nella cooperativa teatrale, si reca in una fattoria alle porte di Milano per offrire un improbabile spettacolo ai contadini lì riuniti. Diffidenti e poi stanchi di fronte all’esibizione disastrosa di questi scalcinati artisti, i contadini finiscono per picchiarli e rincorrerli con i forconi.

Divertente, bizzarro, privo di volgarità e con qualche venatura di malinconia, il film, che fu un successo strepitoso al botteghino, merita di essere riscoperto dopo i troppi anni d’oblio. Nonostante qualche momento sottotono e un episodio, quello del robot, forse un po’ monotono, è infatti una commedia piacevole che offre anche qualche spunto di riflessione su temi sempre attuali. Basti pensare soltanto all’inizio del film, quando Colombo non ottiene il posto di lavoro perché ha l’imperdonabile colpa di essere il candidato più bravo.

Voto: 7,5.

Pensieri liberi e forse inutili


Mi è capitato spesso di vedere persone gonfie d’orgoglio per il fatto di svolgere, nel proprio condominio, la funzione di capo-scala. Nell’accenno di taluni a questa carica non onorifica, ho notato quasi sempre un atteggiamento inutilmente pomposo, un po’ come se dicessero : “Eh, sono il Presidente della Banca d’Italia!”.
Nelle città di provincia certi comportamenti sono frequenti. Il mio problema è però quello di non riuscire a dissimulare il fastidio che provo di fronte a tanta inutile spocchia. D’altra parte, un tempo si diceva che in Italia un sigaro e un titolo da cavaliere non si negano a nessuno.

Intanto sto leggendo e studiando i Saggi di Montaigne. C’entra qualcosa con la pomposità di certuni? No, ma oggi non desidero scrivere un post razionale e ben argomentato oppure poetico. Procedo per libere associazioni e anche per liberissime sciocchezze, perché l’eccessiva serietà può nuocere alla salute del corpo e dello spirito. D’altra parte anni fa studiai un saggio intitolato La salute di Montaigne.
Meglio che mi fermi qui, rischio troppe libere associazioni. Senza contare che sto anche pensando a un gran bell’uomo, che però non è Montaigne. Naturalmente la foto qui allegata non c’entra nulla con la pomposità, con Montaigne e con il bell’uomo al quale sto pensando.
Direi che questo è un post davvero ben riuscito. 😉