Ratataplan


Trama
Milano. Colombo (Maurizio Nichetti), un ingegnere neolaureato, si presenta a una prova d’ammissione per un posto di lavoro, ma, essendo il più creativo di tutti, è respinto. Per sopravvivere accetta allora di lavorare in un sudicio chiosco adibito a bar e, in seguito, in una scalcinatissima cooperativa teatrale.
Invaghito di una ragazza (Edy Angelillo) che vive nel suo condominio, ma troppo timido e goffo per proporle di uscire, costruisce un robot con le sue sembianze e, guidandolo da casa con un complesso marchingegno, lo invia in discoteca con la giovane. Purtroppo, però, il meccanismo a un certo punto s’inceppa e la serata non termina nel modo sperato.

Commento
Ratataplan (1979) è una commedia grottesca diretta da Maurizio Nichetti, che ne è anche il protagonista. Film girato con soli cento milioni di lire dell’epoca, si distingue per la completa assenza di dialoghi, a parte, in alcuni momenti, qualche voce distorta.
Nonostante sia sospesa fra ingenua poesia e momenti di pura comicità, l’opera è anche caratterizzata da pennellate di neorealismo che tratteggiano con acutezza l’esistenza degli emarginati nella grande città, in una quotidianità squallida e senza speranza. Il grande e povero condominio in cui vive Colombo è un microcosmo di perdenti d’ogni genere, che però non indugiano nel vittimismo ma tentano di sopravvivere e di divertirsi come possono.

Geniale la lunga gag in cui Colombo, aiutante nel chiosco, attraversa tutta Milano per portare un bicchiere d’acqua a un industriale paralitico che si è sentito male nel corso di una riunione d’affari. Durante il tragitto, il bicchiere d’acqua è accidentalmente contaminato più volte nei modi più impensati e così, quando il paralitico lo beve, riacquista l’uso delle gambe. Ma per Colombo, eterno destinato alla sconfitta, quell’involontario “miracolo” significa la perdita del posto di lavoro.

Decisamente comico l’episodio in cui il protagonista, insieme agli altri abitanti del condominio riuniti nella cooperativa teatrale, si reca in una fattoria alle porte di Milano per offrire un improbabile spettacolo ai contadini lì riuniti. Diffidenti e poi stanchi di fronte all’esibizione disastrosa di questi scalcinati artisti, i contadini finiscono per picchiarli e rincorrerli con i forconi.

Divertente, bizzarro, privo di volgarità e con qualche venatura di malinconia, il film, che fu un successo strepitoso al botteghino, merita di essere riscoperto dopo i troppi anni d’oblio. Nonostante qualche momento sottotono e un episodio, quello del robot, forse un po’ monotono, è infatti una commedia piacevole che offre anche qualche spunto di riflessione su temi sempre attuali. Basti pensare soltanto all’inizio del film, quando Colombo non ottiene il posto di lavoro perché ha l’imperdonabile colpa di essere il candidato più bravo.

Voto: 7,5.

Cluny Brown

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Londra, 1938. Cluny Brown (Jennifer Jones) è una giovane orfana, nipote di un idraulico. Recatasi al posto dello zio ad aggiustare un lavandino nella casa di un gentiluomo, conosce un maturo e attraente profugo polacco antinazista (Charles Boyer), il professor Belinski, filosofo e scrittore. Costretta poi dallo zio ad andare a lavorare come cameriera nella casa di campagna degli aristocratici Carmel, Cluny Brown incontra di nuovo il professor Belinski, qui in veste di squattrinato ospite.
Stabilitasi dai Carmel, Cluny, che non accetta la propria condizione sociale, inizia a frequentare il farmacista del villaggio, un ragazzo sciocco e così pieno di sé da rasentare il ridicolo. Persa in ingenui sogni di riscatto, Cluny non si rende conto dell’interesse che l’intelligente e astuto professor Belinski prova per lei. Naturalmente il lieto fine è assicurato.

Cluny Brown (1946), in italiano ribattezzata Fra le tue braccia, è una spassosissima e raffinata satira sul rigido classismo della società inglese. Nonostante il tono costantemente lieve e l’atmosfera quasi fiabesca, i messaggi del film sono amari. Quasi tutti i personaggi, infatti, sono colmi di preconcetti, poco intelligenti e ottusamente conformisti. I nobili che ospitano lo squattrinato professore sono sciocchi e profondamente ignoranti, tanto da non conoscere neppure Shakespeare e Hitler; la promessa sposa del loro figlio, poi, è attraente, simpatica ma vuota. I domestici sono così felicemente sottomessi, e persino orgogliosi della propria posizione subalterna, da scandalizzarsi perché il professor Belinski si abbassa a parlare con loro. Non fa eccezione il vanesio farmacista, rappresentante della media borghesia, così superbo da umiliare persino la donna con cui vorrebbe fidanzarsi.
Soltanto Cluny e il professor Belinski si distinguono, l’una perché non è disposta ad accettare passivamente un destino da eterna proletaria, l’altro perché è intelligente e colto.
Eppure il regista, il grande Ernst Lubitsch, non lesina alcune sottilissime critiche anche ai due protagonisti, mostrandone qualche limite: il professor Belinski si fa prestare denaro dalla famiglia che lo ospita con una certa disinvoltura, e in più, una volta sposato, impiega le sue brillanti doti per guadagnare molto denaro pubblicando libri di scarsa qualità; dal canto suo, Cluny Brown è disposta a farsi umiliare dal farmacista pur di tentare la scalata a livello sociale. Non a caso, quando finalmente riuscirà davvero ad abbandonare lo stato di proletaria, e non certo grazie al farmacista, sarà felice d’indossare ed esibire con ostentazione abiti elegantissimi. In fondo, tutti mirano al denaro.
Jennifer Jones è brava a dar vita a una ragazza ingenua e sognatrice, e il francese Charles Boyer si conferma, anche in questa pellicola, uno dei migliori attori della storia del cinema.
Voto: 8
Sotto alcune scene tratte dal film.
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