A fine maggio

primavera14

A  fine  maggio, il  pensiero  dell’estate  diventa  inevitabile, quasi  istintivo. Ed  è   per  me   un  pensiero  attraversato  dalla  sfolgorante  bellezza  del  cielo  terso  e  del  sole  ininterrotto  sui  prati, in  collina  e  in  montagna,  in  un  tempo  molto  lontano. Il  tempo  di  un’altra  me  stessa, forse  persino  di  un’altra  persona, perché  l’esistenza  è  incessante  fluire, trasformazione  senza  posa.

L’estate  della  memoria  e  del  sogno  a  occhi  aperti  è  l’estate  della   leggerezza, delle  risate  costanti, del  disimpegno, dell’arrendersi  alla  vita  come  semplice  adesione  al  trascorrere  lento  dei  minuti, senza  pretendere  nient’altro  che  il  presente, senza  sapere  nulla, ignorando  ogni  complicazione. L’estate  che  non  c’è, l’estate  che  non  può  essere.

Ricordo  giorni  in  cui  i  campi  sembravano  senza   fine, e  l’orizzonte  aveva  l’invisibile  consistenza  di  una  speranza  fondata  sull’irrazionale. La  speranza  di  altri  campi, altri  cieli  sereni, altri  fiori. Più  che  una  realtà, l’estate  era  allora  una  fantasia, immaginaria  costruzione  di  una  mente  alla  ricerca  di  cose, persone  e  significati.

Adesso  sento   il  rumore  dei  tuoni: sta  per  arrivare  un  temporale, un  temporale  di  tarda  primavera. Si  avverte  un  senso  d’intimità, il  desiderio  di  chiudersi  in  una  stanza, di  tacere, di  ascoltare  l’arrivo  della  pioggia.  In  attesa  dell’estate  che  verrà.