La casa vuota

Ho già raccontato che, quasi ogni sera, faccio una breve passeggiata verso la via in cui trascorsi l’infanzia e la prima adolescenza. Ho cominciato questo “rito” durante l’autunno per poter camminare con l’oscurità.

L’oscurità vela, nasconde, protegge; e l’oscurità delle stagioni fredde è anche la certezza di non incontrare persone sul proprio cammino, o di incontrarne pochissime, silenziose e inclini a raggiungere in fretta le proprie case, inclini a dileguarsi nel buio, come fantasmi giunti da chissà dove. Così, quel tratto di strada resta quasi interamente mio, e posso pensare, ritrovare, capire. Capire quale sia l’incantesimo che mi sta tenendo prigioniera.

Quando me ne andai da questo quartiere, non vi tornai quasi più. Forse tre o quattro volte al massimo, sempre in fretta e senza provare alcuna commozione. Certo, lo avvertivo come un luogo a me familiare; però lo consideravo una parentesi che non si sarebbe mai più riaperta. Ero giovanissima, guardavo al futuro e volevo chiudere alcune porte. Ma forse la chiusi troppo in fretta, quella porta; forse ci fu qualcosa di sbagliato in quel voltare le spalle così deciso, come se per me cominciasse un’epoca del tutto nuova. Come se bastasse lasciare una casa per modificare un’esistenza.

Adesso che mi trovo di nuovo qui, nel mio vecchio quartiere, avverto tutta la forza del passato che ha chiesto di tornare, imponendosi. Ecco perché esco nell’oscurità e compio quel cammino: perché voglio restare sola con i miei pensieri, ma anche perché ciò che sta accadendo è un mistero, perché non mi è ancora tutto chiaro, perché sono sicura che ci sia altro da scoprire.

In primavera e durante l’estate ho evitato queste passeggiate. Ricordo che sono passata una o due volte davanti alla mia vecchia casa, ma senza entrare nel cortile. Non ero ancora pronta per farlo, e poi tutta quella luce – la luce della bella stagione – era in contrasto con il mio stato d’animo del momento.

Ma, a partire dall’autunno, le cose sono cambiate a poco a poco e, quasi senza accorgermene, sono giunta al momento decisivo. Dapprima mi sono limitata ad arrivare fino alla “mia” casa, per poi tornare indietro (l’ho fatto persino il 25 dicembre); e, qualche giorno fa, è avvenuto il passaggio fondamentale, quello che finora non avevo avuto il coraggio di fare. Sono entrata dalla parte posteriore del condominio, che è rimasta aperta proprio come quando io ero bambina. Sì, è un palazzo un po’ particolare: esiste un cancello chiuso, ma c’è anche una parte dalla quale si accede al cortile liberamente.

E così sono entrata, sono andata in cortile e ho visto che la finestra del mio vecchio tinello, al primo piano, era chiusa, le tapparelle completamente abbassate, nessuna debole luce a indicare una qualche presenza. Allora ho girato a sinistra e ho guardato le altre finestre – la cucina e il bagno -, e anche quelle erano chiuse; e poi ho voltato di nuovo a sinistra, e lì, le due finestre delle camere da letto anch’esse chiuse. Tutto sbarrato. Ho guardato allora i nomi sul citofono, accanto al portone d’ingresso, e mi sono accorta che l’appartamento in cui ho vissuto tanto tempo fa è il solo in cui, al presente, non abita nessuno. L’unico appartamento vuoto in tutto il palazzo.

Come se mi aspettasse.

Di casi, memorie e coincidenze

Mi accorgo che, in questi ultimi tempi, parlo spesso di me stessa, cosa che, in passato, ho fatto con una certa parsimonia. Il problema è che, per ora, non so scrivere diversamente. Questi post, allora, sono forse adatti agli amici virtuali di lungo corso, quelli che frequentano il mio blog da anni e che non si spaventano leggendo certi argomenti. Il contenuto del post non è allegro: chi non se la sente di leggerlo, lo salti.

In questo periodo, il più bel momento della giornata arriva quando, dopo cena, mentre a poco a poco cala la sera, mi siedo sul balcone della cucina e resto sola a guardare il cielo immenso sopra di me, gli alberi sul ciglio della strada e le case in lontananza. Si vede persino la Ghirlandina che, tutta bianca, sfida l’avanzare delle tenebre quasi fosse un faro nella notte, un punto di riferimento, una certezza.

Ci sono due balconi in questa casa: oltre a quello che ho appena descritto, ce n’è un altro, in camera da letto, che si affaccia su un parco lungo e stretto. Sì, proprio su un parco: dal balcone, e anche dalla finestra della sala – io mi trovo al quarto piano -, gli alberi e il viale del parco sono lì, sotto i miei occhi, separati soltanto da una piccola striscia di cortile. E allora già immagino che vertigine di colori e di malinconia e di emozioni senza fine sarà durante l’autunno, anche perché, di fronte a me e oltre il parco, c’è una casa a tre piani che sembra venuta a noi dall’Ottocento. Un piccolo palazzo d’altri tempi, solido e all’antica. Soltanto lui in mezzo a case molto diverse. Eppure basta a creare la giusta atmosfera.

Ricordo che, durante l’infanzia, evitavo accuratamente questo piccolo parco, che collega Via Peretti e Via Pagliani, perché era piuttosto squallido; e lo evitavo così tanto da non ricordarne neppure l’esistenza. Quando mi trasferii in centro storico, lo dimenticai completamente. Ma adesso, a distanza di molti anni, è cambiato: gli alberi sono cresciuti e finalmente sono diventati belli e rigogliosi.

Il punto, però, è un altro. Il punto è che a volte capitano cose strane, coincidenze particolari. Nel febbraio del 2016, sognai un amico di mio padre scomparso tre anni prima. Nel sogno m’invitava a salire in macchina con lui e io, a malincuore, accettavo. Aveva l’aria allegra, l’aria di chi vuole fare una sorpresa gradita. Ebbene, nel sogno mi condusse proprio in questo parco, in questo luogo al quale non pensavo mai, e, con un ampio gesto delle mani, me lo mostrò come se si trattasse di chissà che bellezza; ma io restavo profondamente delusa, perché il parco era circondato da mura, era privo di alberi e di fiori e, in terra, era a malapena coperto da erba sottile e molto rada.

Sempre in quel periodo, cominciai a pensare spesso a questo quartiere, dopo tanti anni in cui per me era stato del tutto inesistente, un niente assoluto. Quando mi accadeva – quando d’improvviso mi tornava in mente – provavo una sensazione indefinibile, una sorta di desiderio e di timore allo stesso tempo: era come se volessi tornare e come se, però, temessi di essere costretta a farlo; era come se, dopo un lungo oblio, queste strade, questi angoli, questi alberi mi stessero chiamando, stessero reclamando la mia attenzione. E ciò mi inquietava perché si accompagnava a vaghi terrori, a strane malinconie, a sensazioni oscure. Poi mi tornava alla mente anche il parco del sogno, quel parchetto che nella vita reale avevo sempre disdegnato, che avevo attraversato a malapena una volta o due durante la mia infanzia guardandolo con disprezzo.

Ed eccomi qui, nel 2018, ad abitare proprio accanto a quel parco, così vicina che mi sembra quasi di abbracciarlo. E non sono stata io a scegliere questa casa; non avrei neppure mai immaginato di potermi trovare, un giorno, scaraventata qui, a forza, dopo un lutto. Costretta a tornare nei luoghi della mia infanzia e della prima adolescenza in un momento tanto delicato.

Ma i particolari casi della vita non terminano qui. Lo scorso gennaio, all’ospedale, nel reparto in cui era ricoverata mia madre, incontrai una dottoressa che mi spiegò cosa stava succedendo, ossia che non c’erano più speranze. Non avrei mai riconosciuto quella donna, vedendola; ma, sentendo il suo nome e il suo cognome, e sapendo che aveva la mia stessa età, mi accorsi che si trattava di una mia ex compagna di prima elementare, prima elementare che frequentai alla scuola Giovanni Pascoli, proprio a poca distanza da dove abito ora. L’anno successivo cambiai scuola e così persi di vista tutte le vecchie compagne; però, avendo moltissima memoria, ho riconosciuto subito in quella dottoressa la bambina che, nella fotografia di classe della prima elementare, mi era addirittura seduta vicina.

Così, quando adesso cammino lungo Viale Buon Pastore per andare in centro storico, rivedo ogni cosa: rivedo gli infiniti passi fatti qui, da sola e insieme a mia madre, in tutte le stagioni; poi, quando arrivo davanti all’edificio che, tanto tempo fa, ospitava la scuola elementare, rivedo anche quella mia compagna di classe, quella seduta vicina a me nella fotografia e che ho ritrovato soltanto, dopo molti anni, lo scorso gennaio. In un momento cruciale.