Pomeriggio di ottobre

autunno ottobre

Ore  16:40. La  giornata  è  stata  bellissima, almeno  finora.  Sole  alto  e   luminosità  dolce  alternata  a  qualche  raro  momento  di  pallidissimo  grigio  chiaro: è  uno  dei  risvolti  più  tipici  di  ottobre, quel  lento  procedere  verso  ombre  più  intense  con  elegante  disinvoltura, con  ammirevole  discrezione, con  classe  inarrivabile.

A  quest’ora  del  pomeriggio  la  mente  è  un’altra, calma, serena  e  disposta  a  perdersi  in  qualche  sogno – fuggevole  ma  gradito. Si  è  presenti  e  lontani  nello  stesso  tempo, distesi  e  soddisfatti  grazie  all’indefinibile  quiete  di  ottobre, enigmatica  ma  colma  di  tenerezza, come  un  abbraccio  morbido  e  suadente  che  rivela  mondi  sconosciuti. Ci  si  ferma  volentieri, anche  solo  per  dieci  minuti; ci  si  ferma  volentieri  e  ci  si  ascolta  in  profondità, si  avverte  ciò  che  non  sarà  mai  pronunciato,  il  vero  dentro  di  noi, quello  che  nessuno  potrà  mai  afferrare. E  per  un  attimo – un  attimo  soltanto – sembra  di  esistere  nell’altrove  e  nell’eterno.

 

Il poeta

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Per  far  comprendere  la  storiella  che  intendo  raccontare, devo  fare  una  premessa. Al  liceo  la  mia  compagna  di  banco, una  certa  R., era  una  pettegola  incallita, una  che  sapeva  o  sosteneva  di  sapere  tutto  di  tutti. Per  reperire  informazioni  sulle  esistenze  altrui, aveva  una  strategia  le  cui  caratteristiche  non  ho  mai  voluto  approfondire  nel  dettaglio. Ricordo  che, durante  l’intervallo  delle  ore  dieci,  usciva  dalla  classe  e  se  ne  andava  in  giro  per  la  scuola; poi, terminata  la  pausa, tornava  e   mi  raccontava  qualcosa  su  personaggi  dei  quali  io  nemmeno  sospettavo  l’esistenza: il  Tizio  della  IIA, il  figlio  del  signor  Tal  dei  Tali  che  stava  in  IIIB, il  nipote  dell’avvocato  Caio  che  stava  in  IC  e  così  via. Io  l’ascoltavo, annuivo  e  poi  dimenticavo quasi  tutto. Eravamo  molto  diverse, io  e  R., opposte  come  il  giorno  e  la  notte, e  probabilmente  era  proprio  questa  marcata  differenza  a  tenerci  unite. L’unica  cosa  che  avevamo  in  comune  era  la  folta  capigliatura  bruna: eravamo  senza  dubbio  le  più  capellone  della  classe.

Un  giorno, durante  la  ricreazione, mentre  io  ero  felicissima  perché  stavo  mangiando  con  calma  un  croissant  e  nell’aula  non  c’era  confusione, R. piombò  su  di  me  con  energia  inaudita  e  farfugliò  in  fretta  qualcosa  a  proposito  di  un  ragazzo  di  un’altra  sezione. Non  compresi  nulla, in  quanto  distratta  dal  croissant,  e  le  feci  ripetere  il  discorso: mi  disse, tutta  ansiosa, che  nella  IIB  c’era  un  ragazzo  che  aveva  l’abitudine  di  scrivere  poesie. Io  la  guardai  con  stupore  domandando  il  motivo  di  questa  esternazione. Dato  che  non  sapevo  chi  fosse  costui, cosa  poteva  importarmi  se  scriveva  poesie? Ma  no – mi  disse  R.  con  una  punta  di  stizza – è  che  a  G. piace  tanto!“.

Chi  era  G. ? Era  l’altra  nostra  compagna  di  banco, una  biondina  con  gli  occhioni  enormi, una  che  aveva  l’abitudine, quando  capitava  qualcosa  di  anomalo, di  guardarci  in  faccia  a lungo  e  dire  con  preoccupazione: “O  Dio  mio!“. Ad  esempio, se  un  compito  in  classe  di  greco  l’aveva  turbata, mi  guardava  negli  occhi  profondamente, quasi  a  volermi  entrare  nell’anima, e  mi  diceva: “O  Dio  mio!“. Oppure, se  un  professore  affermava  qualche  sciocchezza (e  non  era  cosa  infrequente)  mi  ricacciava  gli  occhi  addosso, intensamente, e  mi  diceva: “O  Dio  mio!“.

Dopo  l’importante  rivelazione  di   R.  a  proposito  del  poeta  di  IIB, arrivò  in  classe  la  nostra  amica  bionda (lupus  in  fabula!), camminando  svelta  svelta  com’era  solita  fare, scuotendo  i  capelli  e  dicendo: “O  Dio  mio!“.  Appena  sentii  il  Dio  mio  mollai  in  un  angolo  il  croissant  e  le  chiesi: “Cosa  ti  è  successo?“. Lei  mi  fissò  con  ardore  e  disse: “Mi  piace  tanto  un  ragazzo  che  sta  in  IIB  e   scrive  poesie“. E  continuò  a  fissarmi  con  gli  occhi  spalancati. Io  non  le  dissi  che  la  cara  R., come  al  solito, mi aveva  anticipato  la  notizia e, mentre  stavo  cercando  il  commento  più  adatto  alla  circostanza, G.   ci  pregò  di  non  parlare  a  nessuno  di  questa  sua  infatuazione.

Ora, come  tutte  le  persone  adulte  e  vaccinate  sanno,  il  miglior  modo  per  far  conoscere  un  segreto  consiste  nel  pregare  altri  di  non  rivelarlo. Io  sono  sempre  stata  molto  discreta: se  mi  si  chiedeva  di  tacere  su  qualcosa, stavo  zitta  senza  difficoltà. Ma  R. non  era  così, tutt’altro. Lei  ci  sguazzava  in  queste  cose  e  io, fin  da  subito, compresi  che  il  ragazzo  della  IIB, di  lì  a  non  molto, avrebbe  saputo  tutto.

Per  qualche  giorno,  il  copione  delle  nostre  mattinate  scolastiche  si  ripeté  identico: durante  la  ricreazione  G. usciva  in  fretta  dalla  classe  per  sbirciare  con  ansia, nel  corridoio, il  poeta  di  IIB; R., invece, filava  via  dall’aula  senza  aprire  bocca  e  non  si  sa  dove  andasse. Dopo  meno  di  una  settimana, sempre  durante  l’intervallo, R. entrò  in  classe  tutta  spumeggiante, si  diresse  verso  di  me  e   mi  disse: “Oh! Pensa  che  il  ragazzo  della  IIB  è  venuto  a  sapere  che  G. ha  una  cotta  per  lui!“. Be’, guarda, avevo  sospettato   dall’inizio  che  tu  avresti  fatto  in  modo  di  farglielo  sapere.  Queste  furono  le  parole  che  pensai  ma  evitai  di  dirgliele. R. gongolava  e  strepitava, curiosa  di  vedere  cosa  sarebbe  accaduto. Io, invece  di  gongolare, con  sano  realismo  mi  chiesi  come  avrebbe  reagito  questo  soggetto  che  non  conoscevo.

Ebbene, alcuni  giorni  dopo  R.  chiamò  la  biondina  e  le  disse  di  andare  in  corridoio, durante  l’intervallo, perché  il  ragazzo  della  IIB  aveva  scritto  una  poesia  per  lei  e  voleva  leggergliela. A  quel  punto  persino  io, sempre  così  discreta, fui  colpita  dal  gesto  di  costui  e  m’incuriosii  parecchio; così, nel  momento  fatidico, acconsentii  a  farmi  trascinare  in  corridoio  da  R.  per  assistere  al  lieto  evento. Finalmente  vidi  il  poeta  intento  a  leggere  il  suo  componimento  alla  nostra  amica: era  un  gran  bel  ragazzo  moro,  alto  e  atletico, e, cosa  fondamentale – direi  anzi  di  primaria  importanza – aveva  addirittura  lo  sguardo  da  persona  intelligente. Ma  ciò  che  non  dimenticherò  mai  fu  il  volto  di  G.  che, intimidita  ed  estasiata  nello  stesso  tempo,  lo  ascoltava  con  gli  occhioni  enormi  ancora  più  spalancati  del  solito.

Dopo  il  fatto,  G. trascorse  la  restante  parte  della  mattinata  nel  mondo  dei  sogni  e  non  ci  fu  verso  di  farla  applicare  al  latino  e  alla  matematica. En  passant, aggiungo  che  fra  i  due  non  nacque  nulla, la  qual  cosa  un  pochino  mi  stupì. Tuttavia, G. si  rassegnò  abbastanza  in  fretta  perché  si  fidanzò  dopo  un  po’  di  tempo  con  un  individuo  del  suo  paese.