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Posts Tagged ‘città’

E  finalmente  l’autunno  si  è  presentato  in  città. L’ha  fatto  con  stile, con  quieto  garbo: la  mattinata  cupa, la  pioggia  insistente  sebbene  leggera, l’aria fredda; poi, verso  mezzogiorno, il  sole. E  dopo  altro  grigio  seguito  dal  sole – un  umore  pensoso  e  lacerato  da  timide  incertezze. Per  il  pomeriggio  appena  iniziato, si  vedrà – forse  altro  grigio  o  forse  un  cielo  di  perla, insicuro  e  fermo.

Settembre  si  sta  definitivamente  allontanando  dall’estate, mentre  ci  accompagna  adagio  verso  altri  umori, altri  sapori, altri  pensieri. E  allora  immaginiamo  ciò  che  verrà  quando  l’autunno  sarà  libero  di  aprire  lo  scrigno  prezioso  che  racchiude  tutti  i  suoi  doni. Quando  avrà  superato  il  suo  dolce  imbarazzo, l’autunno  sarà  un’estasi  fra  terra  e  cielo, fra  visibile  e  invisibile.

autunno29

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giugno1

Ogni  anno, al  principio  di  giugno, si  risvegliano  in  me  certe  memorie. Capita  così, d’improvviso, forse  persino  contro  la  mia  volontà: nella  mia  mente, compaiono  immagini  di  tanti  anni  fa  e  sensazioni  particolari – un  risvegliarsi  di  emozioni  sopite  o  represse. E  poi  sono  afferrata  da  un  profondo  desiderio  di  libertà, libertà  intesa  come  totale  assenza  di  catene.

Da  ragazzina, solo  una  volta  lasciai  la  città  nel  mese  di  giugno: avevo  dodici  anni  e  partii  per  il  mare  a  causa  di  una  bronchite  che  non  voleva  abbandonarmi. Si  trattò  di  una  partenza  imprevista, organizzata  molto  in  fretta. Ricordo  che  alloggiai  in  una  villetta  indipendente  molto  bella  e  ben  arredata. Ma, come  ho  scritto, si  trattò  di  un  caso  particolare  perché  io  ero  solita  lasciare  la  città  durante  il  mese  di  agosto. Del  resto, a  quei  tempi  agosto  era  ancora  il  mese  delle  vacanze  per  eccellenza, tanto  che, a  differenza  di  quanto  accade  ora, le  città  restavano  quasi  deserte.

A  proposito  di  città  semi-deserte, mi  viene  in  mente  che  un  mio  amico, durante  l’adolescenza, aveva  un’abitudine  particolare: a  Ferragosto,  lasciava  la  casa  al  mare  e  tornava  in  città  per  poter  girare  liberamente  in  bicicletta  mentre  il  centro  storico  era  vuoto. Mi  raccontava  che  era  bellissimo, per  lui, avere  le  strade  tutte  per  sé  e  potersi  muovere  in  bici  senza  dover  restare  a  destra  e  senza  rispettare  i  semafori. Si  sentiva  completamente  libero  e  quasi  padrone  della  città. Attualmente, niente  di  ciò  sarebbe  possibile  visto  che  la  città  non  è  mai  vuota, neppure  a  Ferragosto.

Memorie  e  desiderio di  libertà: giugno  mi  distrae  proprio  per  questi  motivi, perché  mi  assalgono  molti  ricordi  in  maniera  quasi  prepotente  e  vorrei  sentirmi  libera, completamente  libera  di  fare  e  disfare, senza  alcun  importante  dovere  da  rispettare, proprio  come  un’adolescente  piena  di  vita. Talvolta  mi  sento  in  colpa  a  causa  di  queste  sensazioni, ma  non  posso  governarle: sono  più  forti  di  me, come  un  fiume  in  piena  che  mi  assale  e  contro  cui  non  riesco  a  lottare.

E  voi  cosa  provate? Che  sentimenti  evoca  in  voi  questo  mese?

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Durante  l’infanzia, uscivo  molto  spesso  da  sola: passeggiavo, andavo  a  fare  la  spesa  in  alcuni  negozi  del  mio  quartiere, mi  muovevo  senza  paura  e  con  sicurezza. Ricordo  che  cominciai  a  fare  tutto  ciò  già  all’età  di  otto  o  nove  anni. Per  la  mia  generazione – e  non  parlo  certo  di  chissà  quanto  tempo  fa – era  un’abitudine  abbastanza  generalizzata: i  genitori  ci  fornivano  alcune  raccomandazioni  di  base, tipo  non  parlare  con  gli  sconosciuti, non  salire  in  macchina  con  nessuno, non  accettare  caramelle  o  altro  da  nessuno  e  avvertimenti  simili. Io, che  ero  sveglia  e  avevo  un  caratterino  già  molto  forte,  ascoltavo  e  poi  uscivo  senza  farmi  problemi. Però  la  società  era  molto  diversa – Modena  stessa  era  molto  diversa.

Io  abitavo  al  quartiere  Buon  Pastore, un’area  residenziale  tranquilla, non  degradata  e  dalla  quale  si  poteva  raggiungere  il  centro  storico  in  un   quarto  d’ora  di  cammino. Quando  io  e  una  mia  amica, ancora  bambine, uscivamo  da  sole, in  realtà  eravamo  comunque  in  compagnia, perché  le  persone  anziane  che  abitavano  nella  nostra  stessa  zona  costituivano  un  involontario  gruppo  di  controllo. Ad  esempio, dopo  aver  fatto  cento  metri  scarsi  di  strada, incontravamo  la  rezdora  che  viveva  in  un  condominio  poco  distante  dal  nostro  e  si  informava  su  cosa  stessimo  facendo  e  dove  stessimo  andando; poi, dopo  altri  cinquanta  metri,  magari  trovavamo  un  umarell  che  ci  fermava  per  scambiare  due  battute; per  non  parlare  poi  degli  anziani  che  stavano  nei  cortili  a  chiacchierare, non  perdevano  di  vista  la  strada  e  i  bambini  che  passavano,  e  non  erano  mai  avari  di  parole  nei  nostri  riguardi. Insomma, erano  persone  che  avevano  un  senso  della  comunità  ormai  inevitabilmente  scomparso, visto  che, nell’arco  di  due  decenni  scarsi, stili  di  vita, valori  e  mentalità  si  sono  profondamente  modificati. Non  m’interessa  farne  un  discorso  del  tipo  allora  si  stava  meglio; non  m’interessa  perché  so  bene  che, in  realtà, per  alcuni  versi  i  bambini  possono  stare  meglio  ora. Penso  però  che,  forse,  quella  libertà  di  uscire  e  di  muoversi  senza  preoccupazioni  in  una  città  tranquilla,  sia  stata  un  piccolo  privilegio.

Poi  mi  viene  da  sorridere  quando  penso  ai  tanti  divieti  cui  sono  stata  sottoposta, divieti  spesso  privi  di  senso  e  che  a  volte  mi  hanno  anche  penalizzata, come, ad  esempio, il  non  poter  uscire  di  sera  durante  l’adolescenza  e  anche  oltre. Insomma, tanti  divieti  durante  l’adolescenza  ma  piena  libertà  di  andare  a  spasso  per  la  città  quando  ero  molto  piccola. Ognuno  interpreti  come  vuole  questo  tipo  di  educazione. Io  la  considero  un  po’   incoerente, ma  tant’è: questa  è  stata  e  non  posso  modificarla. Qui  sotto, un’immagine  di  Viale  Buon  Pastore:

buon  pastore

(La  foto  è  di  Alessandro  Po  e  proviene  da: http://members.shaw.ca/raising/Modena.photos.htm)

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Karlsaue Estate 027

E  così  luglio, il  mese  estivo  sempre  rovente  e  senza  pietà, si  accinge  a  terminare  il  suo  percorso  con  una  brusca  e  strana  svolta  autunnale. La  pioggia  di  queste  ore, infatti, non  ha  nulla  a  che  vedere, almeno  qui, con  le  tipiche  piogge  della  stagione  estiva, intense  ma  brevi; questa  è  una  pioggia  persistente   accompagnata  da  un  notevole  calo  termico. Basta  poi  aprire  le  finestre  per  avvertire  un  vento  freddo  che  ricorda  quello  delle  ultime  giornate  di  settembre, quando  l’autunno  richiama  l’attenzione  su  di  sé  annunciando  la  fine  della  vecchia  stagione.

Eppure  è  estate  e  ci  aspetta  agosto, il  mese  delle  vacanze-a-tutti-i-costi, della  finta  o  vera  spensieratezza, dei  tramonti  che  si  tingono  di  festa  e  di  allegria, delle  lunghe  giornate  in  riva  al  mare  o  sui  prati  in  montagna. Ma  non  pochi  trascorreranno  agosto  in  città, per  i  più  svariati  motivi; e  allora  ci  si  chiede  cosa  rappresenti  agosto  per  chi  deve  restare  a  casa.  Se  il  clima  è  abbastanza  mite, senza  la  cappa  del  caldo  infernale, rimanere  in  una  città  per  metà  vuota  e  con  il  traffico  automobilistico  ridotto  può  essere  una  bella  esperienza: il  caos  è  assente, le  strade  sono  più  pulite  e  spesso  si   avverte  la  magia  del  silenzio.  La  verità  è  che  ci  si  può  sentire  in  vacanza  anche  restando  in  città, perché  essere  in  vacanza  è  soprattutto  uno  stato  d’animo.

Non  si  tratta  di  un  semplice  modo  di  dire  o  di  un  espediente  autoconsolatorio: è  davvero  così.  Ricordo  di  aver  trascorso  alcune   pessime  vacanze  in  montagna  perché  ero  tormentata  da  pensieri  e  preoccupazioni  che   non  mi  abbandonavano  per  il  solo  fatto  di  non  trovarmi  in  città; ricordo  addirittura  l’agosto  del  2000 – non  lo  dimenticherò  mai – in  cui  trascorsi  l’intera  vacanza  sui  monti  afflitta  dall’insonnia. Perciò  so  con  certezza  che  le  vacanze  sono  soprattutto  uno  stato  dell’anima.  E  allora  ben  venga  anche  agosto  in  città, se  l’anima  o  l’interiorità – la  si  chiami  come  si  vuole – è  ben  disposta.

 

(Post  ispirato  alla  conversazione, avuta  questa  mattina, con  una  mia  vicina  di  casa  un  po’  malinconica  perché  costretta  a  restare  in  città   durante  il  mese  di  agosto)

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Evasione

montagna  estate

In  queste  giornate  afose, la  città  diventa  uno  squallido  caos  di  grigio  e  di  odori  molesti, uno  spazio  ostile  e  monotono, una  prigione  malsana  da  cui  evadere. E  allora  si  sogna: montagne, prati, fiori, laghi, spazi  immersi  nel  silenzio  e  percorsi  da  un  vento  leggero, complice  di  lunghi  riposi  pomeridiani, di  riflessioni  calme, di  conversazioni  intelligenti, di  amore  per  il  presente. E  tutto  senza  turbamenti.

C’è  un’infinita  dignità, un’aristocratica  bellezza  senza  tempo  nelle  montagne  accarezzate  dal  sole  di  luglio.

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Agosto  mi  è  sempre  sembrato  un  mese  lunghissimo  e  lento. Questa  percezione  è  probabilmente  effetto  dell’atmosfera  spensierata   che  lo   percorre  ininterrottamente: ci  si  sente  un  po’  in  vacanza  anche  se  si  lavora  o  si  studia, e  spesso  la  mente  fugge  lontano  a  immaginare  prati  fioriti  o  spiagge  assolate, a  seconda  dei  gusti.

Questa  mattina, per  la  prima  volta  dopo  tanto  tempo, sono  uscita  con  calma  per  fare  un  po’  di  spese. Passeggiare  senza  dover  correre  per  rispettare  tempi  prestabiliti  è  già  una  vacanza, un  privilegio  da  sfruttare  in  pieno. Inoltre  la  città  non  è  deserta,  cosa  che  la  rende  meno  ostile  nonostante  il  clima  africano.

La  prima  tappa  della  mia  passeggiata  mattutina  è  stata  la  libreria. In  seguito  e  nell’ordine: profumeria, negozio  di  biancheria  per  la  casa, negozio  di  dolci, negozio  di  abbigliamento  e  farmacia. Alla  fine  di  questa  specie  di  tour  mi  sono  ritrovata  piena  di  borse  e  pacchetti, tanto  da  tornare  nella  mia  amata  dimora  stanchissima  e  grondando  sudore  a  volontà.

Adesso  me  ne  resto  tranquilla  in  casa, non  avendo  alcuna  intenzione  di  affrontare  il  caldo  torrido  che  ha  preso  possesso  della  città  e  che  pare  intenzionato  a  non  mollare  la  presa. E, per  non  pensare  ai  disagi  causati  dall’afa, osservo  queste  delizie, estasi  per  gli  occhi  e  per  il  palato:

 

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D’inverno, quando le giornate sono freddissime e ostili, a volte mi capita di pensare che andrei volentieri in letargo, come certi animali, per svegliarmi riposata e serena a primavera. Un desiderio strano, in realtà, perché l’inverno, nonostante tutto, mi piace.

In questi giorni è la nebbia a dominare la città, umida e agguerrita, cupa ma affascinante. Scaltra e ambigua, la nebbia suscita talvolta il desiderio di nascondersi, di fuggire verso l’ignoto e di dormire, dormire a lungo.

L’inverno è un signore maturo, severo e autoritario, disincantato e senza ipocrisie. E la nebbia è il suo abito scuro.

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