Frammenti di tranquillità

Alzarmi in una domenica d’aprile, il silenzio in sottofondo e il cielo inquieto, turbato, sgomento; e sentirmi in pace, invasa da una calma indefinibile ma pura, senza tormenti, senza increspature – un mare calmo, una collina fresca di rugiada.

Frammenti di tranquillità assoluta – e non desiderare altro. Mi sento fortunata ogni volta che accade.

Questo splendore

La primavera è radiosa persino quando il cielo diventa di grigioazzurro tutto scuro, perché non è questo il tempo della fine, dello smorzarsi lento, ma siamo soltanto all’inizio, e il vento furioso e la pioggia e i nostri pensieri cupi nulla possono – e nulla sanno.

Dobbiamo arrenderci a questo splendore e tornare adolescenti, dobbiamo sentire che il temporale è un momento, il passaggio di un’ombra destinata a svanire in fretta – il sole sarà qui a breve, che tu lo voglia o meno.

Mattine ad aprile

Succede che all’inizio d’aprile certe mattine siano così, irresolute e opache, le nuvole cupe in cielo a raccontare storie di pioggia – oppure la nebbia, e qualche sprazzo luminoso, lì accanto, a rassicurarci.

Gli umori d’aprile sono indecifrabili, fra insoddisfazione, aspettative e lunghe attese – un tempo sospeso fra tinte radiose e ciò che eravamo.

Aprile ti entra dentro adagio, per dirti che, in fondo, non è mai finita.

Alla luna

E ieri era così la luna grande, rotonda e bianca nel cielo addormentato – la luna pensierosa e il desiderio mio di afferrarla d’improvviso, ché lo sapevo, lei era lì apposta, davanti alla finestra per farsi accarezzare.

E i giorni antichi, le sere a primavera, la stessa luna a guardarci silenziosa – ci riconosce, lo sa chi siamo ora. Vorrei tagliarla di nascosto, vorrei sottrarla al cielo, vorrei rubarla alla notte quando il mondo fuori tace; e poi rinchiuderla, lasciarla riposare – per regalarmi sogni e non dovermene pentire.

Sabato pomeriggio, gennaio e passeggiata

Sono uscita in fretta, nel primo pomeriggio – il cielo terso a mitigare il freddo di gennaio, e la calma distratta di questa giornata lenta, che chiude il ciclo della settimana.

E sono arrivata qui, al parco di Villa Ombrosa, un lungo viale muto a guardarmi con benevolenza, nonostante gli alberi esausti e il dormire dei rami in attesa di tempi migliori:

Come per magia – che cosa buffa! – ho incontrato subito un piccolo felino, grigia e un po’ marrone e bianca la sua morbida pelliccia; ed è nato un bizzarro dialogo umangattesco, fatto di lunghi sguardi e goffi tentativi di contatto e diffidenza mista a curiosità – quel volersi sfiorare senza riuscirci del tutto:

Era vecchietta, la gattina, bellissima, col pelo un po’ arruffato dall’età e qualche piccolo problema a respirare. Una micetta di famiglia, si vedeva, anche se libera di divertirsi dentro al parco. L’ho lasciata accoccolare sul tavolo al sole, ché di afferrare qualche raggio di vita aveva un gran bisogno, e di nutrirsi di calore, quello che troppo spesso manca, a noi e a loro:

Poi mi ha guardato dolcissima e affettuosa, sebbene un po’ impaurita. L’ho vista strofinare il bel visetto sulla panca e fermarsi in un’attesa misteriosa:

Dopo si è acquattata come soltanto i gatti sanno fare, felice della mia presenza ma pronta a fuggire in fretta, al minimo scricchiolio di foglia morta. E allora l’ho lasciata in pace a sopportare l’inverno della vita, lei, la gatta, con i suoi segreti felini e quella calma quasi ultraterrena che di paradiso parla a tratti:

C’era persino un’atmosfera quasi dorata, come se gennaio non fosse tale, come se novembre fosse tornato entrando furtivo dal cancello aperto – voleva incontrarmi, desidero pensarlo:

Per un momento – quasi eterno, quel momento – sono diventata anch’io una gatta, ferma a lasciarmi accarezzare dal sole, immobile in quel piccolo angolo di alberi e di foglie secche. Finché ho capito che dovevo tornare, che da quei cancelli dovevo uscire, che la mia via era quella verso casa. E ho ripreso la strada, via Sanremo e poi via La Spezia, per arrivare dopo poco in un parco tutto differente, senza cancelli e senza reti – non ama nascondersi, lui, e del silenzio non sa che farsene:

Ed eccolo, il parco della Resistenza a gennaio, dominato dagli umori invernali. Se ripenso alla fine di ottobre, al rosso fuoco sui filari, alle foglie screziate di toni caldi e audaci, mi sento scossa, quasi tramortita. Ma questo è gennaio e va accettato tutto – persino capito, e in parte amato:

Mentre ottobre se ne va

Nella tarda mattinata, mi sono seduta su una collinetta del parco Amendola nord, il mio preferito. Ne ho già parlato: io vi accedo da via Sassi e lo amo perché è un parco vecchio stile, fitto di sentieri e di alberi bellissimi, che lo rendono un rifugio ideale persino durante le più torride giornate estive. Il parco ospita anche un piccolo anfiteatro. Ciò che lo rende speciale è il fatto che, durante l’autunno, il giallo delle foglie è di un’intensità travolgente, ben più che in altri parchi cittadini. Qui si formano enormi tappeti dorati:

Guardare ottobre mentre scivola via silenzioso è un’esperienza quasi ultraterrena. Stamattina il cielo sembrava assente e si avvertiva una foschia lieve, un velo morbido – non lo si può spiegare:

Non ero l’unica persona rapita da questo spettacolo. C’erano gruppi di ragazzine con cappelli bianchi, voci allegre ed entusiaste, piccole donne intente e farsi fotografie sotto agli alberi; e poi coppie di anziani a mormorare qualcosa sullo splendore dorato e fiabesco della stagione, e persino qualche giovane uomo felice di camminare da solo sulle foglie. Accorgersi della gioia prodotta da questo splendido mese mi ha rallegrata. La bellezza di ottobre mi sconvolge ogni anno, sempre come se la scoprissi per la prima volta.

Ed ecco gli scorci più belli:

Oggi è tornata l’ora solare. Mentre ottobre si prepara a svanire, la grande notte arriva a tenerci compagnia.

Incertezza di ottobre

I colori non sono ancora questi, perché il verde continua a predominare. Ma l’atmosfera dell’inizio di ottobre è qui, indefinibile, polverosa. Si vive come in uno stato d’incertezza, col cielo che non sa decidersi, non sa scegliere un tono, un grigio che sia davvero tale. C’è soltanto una vaga idea d’azzurro stinto, e un blu cobalto smorzato dal nero, e un bianco opaco intento a soffocarlo. Non se ne coglie la direzione, non si comprende se vincerà il sole o se la pioggia allungherà le sue braccia per costringerci alla resa, fra quattro pareti, avvolti dal groviglio dei nostri pensieri.

Quello che è stato

L’effetto è strano, dopo lunghi giorni d’inferno estivo: il cielo pervaso da toni grigi, la pioggia quasi trasparente e l’aria fresca sembrano un prodigio o una grazia. Non si sa se sia primavera oppure autunno, o magari entrambe le stagioni fuse in un abbraccio per regalarci alcune ore di tregua.

Ma io ora rammento l’autunno, quello che è stato, lunghi anni di colori intensi e piogge maestose – su di noi, da qualche parte esistono ancora, da qualche parte aspettano.

Dietro quella porta nulla si è concluso; ma la chiave, occorre trovare la chiave – e ci riusciremo. Dopo sarà tutto come allora, anche l’autunno, i pomeriggi nebbiosi, l’attesa del tramonto – e camminare lungo il corridoio, e incontrarci, e sapere che non avrà fine.

Il bello dell’estate, nonostante tutto

Affacciarsi e trovare sotto casa il verde rigoglioso degli alberi, durante l’estate, è una delizia per gli occhi e per lo spirito. Ma in primavera e d’autunno lo spettacolo diventa poesia.

Quando la sera si distende adagio sulla città, sembra che anche gli alberi, come gli esseri umani, si apprestino al riposo, a un sonno ristoratore.

Le sere d’estate riconducono sempre al passato, a spazi di libertà e divertimento ormai perduti. Però, nonostante lo scorrere degli anni, guardare le stelle nel cielo scuro conserva intatto il suo fascino, come se nulla fosse cambiato dal tempo in cui quelle stelle un valore l’avevano ancora, almeno per qualcuno di noi.

Ed è piacevole, per me, osservare i passanti dall’alto, cercare d’indovinarne le intenzioni, persone in bicicletta e a piedi, gente che vuole svagarsi, passeggiare, uscire da casa quando il sole è scomparso e finalmente si può respirare. E tutto avviene secondo lo stile dell’estate, quel camminare lento quasi senza meta, quel gusto un po’ anarchico di muoversi a caso o all’ultimo momento, per il puro piacere di farlo. E gli scoppi di risa, i ragazzi che si fermano agli angoli delle strade, il cinema estivo all’aperto, musica e canzoni in lontananza – tutto invita a non preoccuparsi, a lasciare andare. Il bello dell’estate, nonostante tutto.

Intanto, alle 19 e 34, il sole è ancora rovente, ma il cielo giallo merita di essere immortalato:

E poi il cielo cambia e i colori, alle 20 e 35, sono una meraviglia: