Le rose e il silenzio

Le rose sono il regalo più bello dell’ultimo mese di primavera, il tratto peculiare di maggio, la sua essenza profonda. Compaiono nei giardini a infrangere la monotonia del verde – compaiono maliziose, quasi sfrontate. E intorno tutto muta. Si affacciano vanitose ai cancelli delle case, lasciandosi ammirare; e ci accompagnano, ci guardano affettuose mentre attraversiamo le strade, mentre pensiamo a tutto fuorché alla primavera, mentre rischiamo di smarrirci.

Le rose non temono il cielo sbiadito dei giorni più stanchi e il nostro umore spento, la nostra debolezza, quel voler camminare e non sapere dove. Le rose ci accolgono in silenzio e di silenzio vivono – e in quei giardini loro, le rose, prima nascono e poi scompaiono.

Ho scattato la prima foto in via Barbieri e tutte le altre in via Solieri.

Grazia di primavera

Ci si sveglia sotto un cielo scialbo – ma non esiste il cielo; e la pioggia, la pioggia primaverile, quella trasparente – si stenta a indovinarne la presenza. La grazia di aprile è tutta qui, nel canto delle foglie bagnate, lungo i viali che non osano parlare – le voci sono niente.

Noi c’incontriamo sotto gli alberi – e dimmi che è vero.

Aprile, vento e pioggia

E sì, sono stata esaudita, quasi una benedizione dal cielo: oggi pomeriggio aprile è incerto, un poco irrequieto, emotivamente labile – però dolce, un ragazzino infreddolito e stanco. Il cielo oscilla fra l’azzurro e il grigio chiaro, il vento compare d’improvviso poi s’assopisce, per ritornare dopo poco; e la pioggia sottile è quasi soltanto un’idea di pioggia, un pianto sommesso, educato.

Fra lo stormire delle foglie, sotto agli alberi, non si è più qui – trascinati altrove, come rapiti. Il tempo si ferma un istante o forse una vita intera; di ieri non resta nulla – e nulla, nulla conta.

Buona Pasqua, buon fine settimana, buona primavera.

Oggi pomeriggio

No, non sta nevicando. Oggi pomeriggio, dopo una mattina moderatamente soleggiata, il cielo è stato opaco, senza colore, quasi un’assenza. Ma a gennaio capita di sognarla, la neve, d’immaginarla cadere fitta, senza esitazioni, assoluta padrona del mondo – e noi in casa, a guardarla dietro a una finestra, avvolti dall’ambiguo silenzio dell’inverno.

Adesso l’inverno

Adesso sì, adesso l’inverno si è impadronito della città. Il piccolo parco sotto casa è un lungo sentiero di fango e rami secchi; restano soltanto le foglie sull’erba a evocare il delicato splendore dell’autunno ormai fuggito.

L’inverno non sa essere cortese e detesta gli ornamenti. Non sceglie mai le parole giuste, quelle adeguate alle circostanze, egoista e insensibile senza rimorsi – gli occhi gelidi, il niente dentro; ma talvolta regala il sole e il cielo azzurro, nonostante i brividi del freddo e i pomeriggi troppo affranti, che stentano a tenerci compagnia.

La sera arriva in fretta, prepotente e forse piena di rancore; ma le luci natalizie, dalle finestre e dai balconi, sono quasi una speranza, un debole conforto – e noi, temerari, che sappiamo resistere.

La nebbia del pomeriggio

Il cielo opaco e sgomento, come a trattenere lacrime – ottobre affranto. Cadono le foglie, cadono sul viale, mi trapassano il cuore – gli alberi gialli, era tanto tempo fa, non lo ricordi?

Ora la strada è muta, dietro l’angolo, dietro quel fremere scomposto – la vita, quella che corre ogni giorno, avida, spudorata. Noi siamo altrove, oltre il limite consentito. Lungo questa via, grappoli di foglie borgogna screziate di verde e di nocciola, nei giardini vuoti.

Dimmi che la nebbia del pomeriggio, bianca, fitta, inattesa, è calata soltanto per me – un tuo regalo, la tua assenza.