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Posts Tagged ‘cielo’

D’estate, quando il primo pomeriggio è un affanno di luce e di calore, il silenzio è conforto, abbraccio affettuoso e speranza.

Ma in ogni stagione il silenzio è un amico. D’autunno, quando il giorno è un fiore stanco che appassisce adagio, il silenzio diventa  racconto: segreti, emozioni, pensieri sopiti riemergono e invocano attenzione. Il silenzio, allora, è uno stimolo, un suggerimento, un sentiero da percorrere per sapere, per conoscere, per comprendere.

D’inverno, invece, quando l’oscurità sembra una condanna senza fine, il silenzio perde quell’immancabile velo di mistero che l’avvolge durante l’autunno, e diventa impegno, insegnamento, possibilità di resistenza, rigore.

In primavera, quando il cielo è vivace e scherzoso, e la luce trionfa sulle ombre con qualche insicurezza, il silenzio è una pausa  serena, un breve intervallo per riposare, sognare, inventare nuove trame, immaginare l’estate che verrà.

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Dopo  il  lungo  inferno  dell’afa  rovente, d’improvviso  il  cielo  si  è  fatto  scuro; poi, trascorsa  una  strana  attesa  colorata  di  incertezza  e  di  umori  altalenanti, è  comparsa  la  pioggia – lenta, insicura, delicata, quasi  silenziosa.

A  giugno, quando  il  caldo  diventa  un’insensata  oppressione, la  pioggia è  respiro, possibilità  di  vita, sogno, distensione. E  si  guarda  fuori, oltre  le  finestre  spalancate, per  vederla  cadere; si  guarda  fuori come  a  ringraziarla, come  a  darle  il  benvenuto  dopo  troppo  affanno, perché  è  una  vera  amica, calma, pacata, senza  intollerabili  furori. Un’amica  venuta  da  lontano  e  pronta  a  rasserenarci,  senza  pretendere  nulla  in  cambio.

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Siamo  nel  pieno  del  caldo  torrido. Giugno  sembra quasi  sfaldarsi  sotto  il  peso  insostenibile  dell’afa, della  mancanza  di  vento, del  cielo  troppo  bianco  per  essere  gradevole, della  pianura  che  appare  più  squallida  e  insignificante  del  solito. Perché  non  vi  è  alcuna  bellezza  là  dove  manca  la  possibilità  di  respirare.

Allora  tornano  in  mente  le  colline  e  le  montagne, con  i  loro  profili  immobili  e  sereni, con  quel  senso  di  pace  e  di  libertà  che  regalano  in  qualsiasi  momento  del  giorno. E  torna  alla  mente  lo  sguardo  perso  a  contemplare  l’orizzonte  e  poi  il  cielo, quel  cielo  che  non  è  mai  monotono  e  incolore  ma  azzurro  sfolgorante, quel  cielo  che  appare  immenso  ma  senza  infondere  alcun  timore – come  fosse  un  abbraccio  da  un  altro  mondo.

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Siamo  alla  fine  di  maggio  e  l’estate  è  entrata  in  città, quasi  silenziosamente. Un  passaggio  decisivo  come  questo  richiede  sempre  capacità  di  adattamento; è vero  però  che, per  tanti  motivi, abituarsi  a  una  trasformazione e accettarla  non  è  per  tutti  semplice.

Il  mutamento di  una  stagione  è  anche  una  metafora  dei  cambiamenti  che  attraversano  le  nostre  esistenze, cambiamenti  che  non  sempre  riguardano  aspetti  materiali  della  quotidianità. Trasformazioni  profonde, infatti, possono  anche  investire  il  nostro  modo  di  guardare  il  mondo  nel  suo  complesso  e  le  nostre  stesse  esperienze  passate  e  presenti. Ed  è  innegabile  come  certi  cambiamenti  radicali  possano  rivelarsi,  a  volte,  molto  destabilizzanti, pur  tracciando  un  sentiero  verso  il  futuro.

Ciò  che  era  già  nitido – già  perfettamente  chiaro – si  rivela  ancora  più  limpido. Proprio  come  un  cielo  terso  in  una  bella  mattina  d’estate, un  cielo  talmente  azzurro  da  lasciarsi  contemplare  per  raccontare  tutto  senza  remore. E  allora  ogni  cosa  viene  rimessa  al  suo  posto  con  calma, quasi  con  freddezza, perché  se  ne  conoscono  ormai  tutti  i  segreti. Ciò  che  appariva  grande  è  diventato  piccolo, ciò  che  sembrava  vitale  ora  non  lo  è  più, ciò  che  appariva  bello  e  colorato  si  è  ridimensionato  fino  a  scomparire. I  mutamenti  sono  sempre  faticosi, ma  necessari.

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Richiami

Si  alza  il  vento, silenzioso, cauto. Il  cielo  appare  inquieto, vago, quasi  in  affanno. Sembra  che  il  tempo, misteriosamente, si  sia  fermato  almeno  un  istante. Adesso, a  dominare  è  l’attesa,  in  questa  atmosfera  evanescente, di  azzurro  opaco  diluito  e  stanco.

Sono  sbiaditi  frammenti  d’eternità – muti, furtivi. Mentre il  vento  agita  le  tende  e  parla, quasi  fosse  un  richiamo  da  un  altro  mondo.

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La  delicata  pioggia  di  aprile  è  un  tocco  di  grazia  che  si  aggiunge  alla  fresca  bellezza di  questa  stagione. È  una  pioggia  che  non  invade,  ma  che  si  limita  ad  accompagnare, evocare, suggerire, accogliere. Basta  accostarsi  a  una  finestra, guardare  fuori  e  rendersi  conto  della  verità  che  ci  racconta, della  quiete  che  ci  regala, della  serenità  che  riesce  a  trasmettere  nonostante  il  cielo  incolore.

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A  pensarci  bene, la  primavera  si  riduce  a  un  indomabile, prepotente, implacabile  desiderio  di  evadere, di  perdersi  fra  prati  verdi  e  fiori  colorati  dopo  la  monotona, piatta  oscurità  invernale: è  il  desiderio  di  lasciarsi  alle  spalle  ogni  catena  e  ogni  stanca  ripetizione  per  correre  verso  il  nuovo, verso  il  sole, verso  la  luce.

La  primavera  è  un  aprirsi  al  mondo, ammesso  che  si  desideri  farlo  o  che  se  ne  abbia  davvero  la  possibilità, quella  possibilità  che  non  sempre  ci  appartiene. Un  aprirsi  al  mondo  che  diventa  sogno  o  impotenza  o,  ancora  una  volta,  ripetizione. E  allora  si  vorrebbe  che  la  primavera  fosse  magia  pura, che  il  suo  vento  leggero  recasse  messaggi, parole, divertimento, allegria – tutto  in  maniera  inaspettata, casuale, come  fosse  un  dono  del  cielo  e  perciò  infinitamente  caro.

Certo  è  che  le  mezze  stagioni, con  le  loro  incertezze, le  loro  delicatezze  e  le  loro  tante  screziature, hanno  il  pregio  di  non  opprimere, di  non  irritare  e  di  saper  sorprendere. Magari  con  poco.

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