L’autunno profondo

Ottobre  sta  per  dissolversi  nel  freddo  di  questa  lunga  serata  buia. Col  ritorno  all’ora  solare, è  iniziato  il  periodo  dei  pomeriggi  brevi  e  misteriosi, enigmatici  nel  loro  fluire  rapido  mentre  il  sole  impallidisce  ogni  giorno  di  più, le  ombre  avanzano  impietosamente  e  l’oscurità  diventa  un’abitudine.

È  la  seconda  parte  dell’autunno, quella  che  richiede  una  predisposizione  particolare  per  essere  amata  e  compresa. È l’autunno  profondo, quello  delle  fitte  nebbie, dei  cieli  disperati  e  stanchi, dell’umidità  che  non  concede  tregua, delle  memorire  più  scolorite, degli  alberi  sempre  più  spogli, di  cumuli  di  foglie  a  ogni  angolo  di  strada. È  l’autunno  di  chi  ha  il  coraggio  di  pensare, di  chi  non  cede  alla  tristezza, di  chi  sa  inventarsi  l’esistenza  a  dispetto  dell’atmosfera  tetra.

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Di rinascita e primavera

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Quando  le  giornate  iniziano  a  parlare  di  primavera, ci  si  sente  afferrati  da  un  groviglio  di  pensieri,  sogni,  sensazioni  che, talvolta, ci  fanno  quasi  arrossire: si  diventa  bambini  e  adolescenti  a  un  tempo, si  vorrebbe  correre, gridare, gettare  via  le  convenzioni. E  poi  cogliere  quei  fiori  che  non  sono  mai  stati  colti, e  riprendersi  con  fierezza  tutto  quello  che  ci  è  stato  rubato.

È  la  rinascita, la  vita  che  chiama  anche  se  siamo  stanchi, la  vita  che  s’impone  e  pretende  di  essere  guardata  senza  ammettere  rifiuti, la  vita  che  lusinga  e  illude, la  vita  che   racconta  e  promette. Terminato  il  comodo  alibi  delle  nebbie  dense  e  delle  mattine  scure – pietosi  veli  a  nascondere  dolori  e  insoddisfazioni – non  resta  che  adattarsi  ai  cieli  tersi  e  alle  voci  scomposte  lungo  le  strade.

Di marzo

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Sarà  instabile, d’umore  altalenante, come  un  adolescente  insicuro  e  sempre  insoddisfatto. A  volte  sarà  invaso  da  rabbia  furibonda; poi  sprofonderà  in  tetre  malinconie, fatte  di  cieli  cupi  e  di  pioggia  insistente. Ma,  a  tratti,  riderà  al  sole  correndo  nel  vento, forte, libero, entusiasta, felice  di  afferrare  la  vita  e  convinto  di  domarla.

Ci  sono  giornate  in  cui  marzo  ci  fa  disperare: non  vuole  saperne  di  donarci  un  sorriso, di  cancellare  le  troppe  oscurità  dell’inverno, di  riscaldarci  almeno  un  po’  dopo  tanto  gelo. Eppure, nonostante  sia  superficiale  e  immaturo, bizzarro  e  forse  vacuo, è  capace  d’improvvisi  slanci, di  profonde  tenerezze, di  raffinatissime  cortesie. E  ci  commuove. Così, quando  si  veste  di  rosa, di  viola  e  d’azzurro, ci  chiede  scusa  per  i  suoi  capricci, ci  chiede  scusa  e  pretende  il  perdono. Capita  allora  che  diventiamo  indulgenti, come  ragazzine  troppo  innamorate  per  non  cedere  di  fronte  a  simili  astuzie, o  come  madri  incapaci  di  resistere  di  fronte  a  un  figlio  amatissimo  ma  bugiardo.

Giornate particolari

Il  nuovo  anno  è  iniziato  regalandoci  tante  giornate  di  sole, giornate  un  po’  meno  fredde  di  quelle  di  dicembre. Che  gennaio  abbia  deciso  di  essere  clemente? Troppo  presto  per  dirlo. Quanto  grigio  dovremo  ancora  vedere? Quanta  oscurità  dovremo  sopportare? Verrà  la  neve?

Talvolta  vorrei  fermarmi. Frase  impopolare, lo  so,  in  un’epoca  in  cui  correre  è  un  imperativo, un  valore  assoluto, il  Valore  Supremo. E  in  effetti  anch’io  corro  sempre, obbedendo  con  diligenza  al  meccanismo  che  governa  la  società  in  cui  vivo. D’altra  parte  è  molto  difficile, se  non  quasi  impossibile, opporsi  alle  regole  non  scritte  che  formano  la  struttura  ideologica  e  morale  dello  spazio  in  cui  ci  si  trova  a  esistere. Né  è  facile  pensare  di  andarsene  dall’oggi  al  domani  e  lasciare  cose  e  persone, recidendo  legami   e  venendo  meno  a  certi  doveri. Insomma, è  una  faccenda  complessa.

Però, ogni  tanto, vorrei  fermarmi. Magari  in  una  giornata  d’inverno  fredda  e  malinconica, una  di  quelle  giornate  in  cui, se  si  ha  un  po’  di  sensibilità, si  ringrazia  la  sorte  per  il  fatto  di  avere  un  tetto  sopra  la  testa. Una  di  quelle  giornate  in  cui  il  gelo  è  così  insistente  e  il  vento  tanto  freddo  da  far  pensare  che  sia  persino  poco  dignitoso  avventurarsi  fuori, nel  mondo, per  agitarsi  e  muoversi  come  marionette  impazzite. Una  di  quelle  giornate  in  cui  abbandonarsi  all’inverno, ai  suoi  umori, ai  suoi  sapori, ai  suoi  cieli  senza  colore, è  un  piacere  e  un  modo  per  far  emergere  tutte  le  proprie  energie.

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(Paesaggio – Fondo  del  Cofanetto  Riccomanni,  Silvestro  Lega)

Primavera a febbraio


Febbraio, stravagante come non mai, ha deciso di donarci qualche giornata primaverile in anticipo sui tempi. Così, dopo l’affascinante gelo di giornate nevose e colme di silenzio, l’aria è d’improvviso diventata più mite e il sole, allegro e un po’ sfacciato, ha accompagnato questo sabato di fine inverno illuminandolo di bei pensieri.

Forse è troppo presto per immaginare i cieli di primavera, vivaci e irrequieti nel loro malizioso splendore, ma è difficile frenare la fantasia, immobilizzandola dentro i confini della razionalità, quando febbraio ha deciso di non rispettare in pieno il suo copione. E allora, senza sentirci in colpa, con l’immaginazione vaghiamo in un giardino fiorito, ascoltando il sussurro del vento e sorridendo ai colori della nuova stagione. Perché non è mai troppo presto per sorridere.

(Nell’immagine il dipinto Tra i fiori del giardino, di Silvestro Lega)

Estate


Estate e campi dorati e frenesia sotto il sole. Arriverà d’improvviso, con molta esultanza, senza incertezze, senza pudore; sarà un invito a giocare, a inventare nuove trame, a coccolarsi nonostante tutto, a sognare.
Saranno cieli azzurri di montagna, pomeriggi pigri sotto alberi ridenti, parole non dette ed estenuante calore; saranno nuvole indolenti e serate senza fine e inesorabile calore.

Chiudere una porta


E finalmente è silenzio. Chiudere una porta e restare soli significa lasciarsi avvolgere dalla quiete della sera.
In queste ore preziose, quando si dissolvono le squallide banalità del mondo, è lecito abbandonarsi alle fantasie più bizzarre. E allora s’immagina la primavera come una sinfonia di colori priva di stonature, come un incanto di fiori e di cieli che non conoscono tormenti. S’immagina la primavera, s’immagina un sentiero ordinato, si scorge una casa completamente illuminata. E tutto questo solo grazie a una porta chiusa.

Bisognerebbe avere sempre la possibilità e il coraggio di chiudere una porta.