Lettere, messaggi, spionaggio e vapore

Nel palazzo della mia infanzia viveva la signora Fernanda, di cui ho parlato più volte sul blog. Estroversa, scherzosa, chiacchierona e un po’ ingenua, amava raccontare vita, morte e miracoli delle persone che risiedevano nella nostra strada e in zone limitrofe. Era un specie di Gazzetta umana, insomma, la Novella2000 di via Savani. Va detto però che le sue chiacchiere non erano malevole, che la brava donna era in genere ben disposta verso tutti e che raccontava anche molti aspetti della sua biografia, senza filtri e senza limiti.

Un giorno, al colmo di uno dei suoi eccessi di apertura, la signora Fernanda disse candidamente a mia madre: “Ma è facile leggere la posta altrui: dalle cassette si riesce a prelevarla bene e poi basta mettere le buste delle lettere sul vapore, per aprirle”. L’ovvia conseguenza di questa esternazione fu una maggiore sorveglianza della nostra cassetta postale da parte di mia madre, fino a quel momento ignara del vizietto della nostra vicina.

Attualmente la simpatica tecnica del vapore come mezzo per lo spionaggio è sorpassata, perché le lettere sono quasi estinte, al pari delle cartoline. Con la rivoluzione delle comunicazioni e il possesso selvaggio di smartcosi e affini, l’unica via per carpire i segreti di amici, fidanzati/e, coniugi, parenti et similia consiste nel latrocinio rapido, cioè nella veloce sottrazione dello smartcoso nei rari momenti in cui il possessore se ne separa. Tizio corre al gabinetto dimenticando la sua preziosa tavoletta elettronica in cucina? Ecco la moglie/fidanzata/amica che piomba sull’oggetto con l’avidità di un rapace a digiuno da una settimana, e comincia a cliccare tutto il cliccabile alla ricerca di ogni tipo di sconcezza. Si narra di liti furibonde tra fidanzati e novelli sposi a causa di strani messaggini su Uozzappa o fotografie dalla provenienza ambigua. Amicizie interrotte, rotture varie e divorzi a causa di un uso disinvolto dei social sono destinati a moltiplicarsi.

Certo, il furto rapido e indolore dello smartcoso è inapplicabile ai vicini di casa: non è che si possa rubare il telefonino della vecchietta del terzo piano, o dello strafigo scapolo che incontriamo in ascensore due volte a settimana. E allora il pensiero torna agli intrallazzi caserecci dei bei tempi che furono, al pentolone pieno d’acqua sapientemente collocato sul fornello acceso dalla cara signora Fernanda e da tutte quelle come lei. Le immaginiamo nelle loro cucine, queste signore, col grembiule addosso e la lettera rubata in mano, in frenetica attesa dell’ebollizione della pentola; e poi, quando il vapore ha fatto il suo corso e la busta ha ceduto di schianto, le vediamo intente a decifrare la calligrafia del mittente, ignaro del triste destino della sua lettera, che però sarà di nuovo imbustata e ricollocata nottetempo nel suo luogo naturale, la cassetta del povero vicino gabellato senza pietà.

Ma insomma, vogliamo mettere il fascino del pentolone con quello del furto rapido di smartphone? Comunque la si pensi, un consiglio è d’obbligo: se si decide di darsi al furto di telefonini, lo si faccia almeno alla maniera di Arsenio Lupin, l’impareggiabile ladro gentiluomo. Con classe, disinvoltura, eleganza, spirito giocoso, ironia. E, dopo aver scoperto la sospettata nefandezza, si chiuda la relazione con garbo, perché è sempre meglio perderli/e che trovarli/e.

Cene all’aperto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo che, quand’ero ragazzina, nelle bellissime serate di agosto mi capitava spesso di mangiare all’aperto. Avevamo un giardino grande nella casa in appennino, e così, in poco tempo, riuscivamo ad apparecchiare un tavolo sotto le stelle. Avveniva tutto in famiglia e perciò in maniera semplice, senza cerimonie.

Per me, che trascorrevo le vacanze vivendo il più possibile in giardino, e che consideravo la casa alla stregua di un albergo da cui allontanarmi prima possibile, cenare all’aperto, mentre il cielo si oscurava avvinto dalla sera, era una gioia indescrivibile, ed era un preludio per successive delizie: mi sentivo libera e pronta per altri divertimenti, pronta per una notte di danze sotto la luna e di chiacchiere spensierate – quante parole ho consumato in quei giorni lontani, io che adesso resto muta per ore intere. Era l’incontenibile energia della prima giovinezza, una vitalità che travolgeva ogni cosa, prepotente, inarrestabile, quasi folle.

Era un altro agosto, era un altro tempo, ero un’altra persona.

Caro inverno, cerca di fare il tuo dovere

Il bel tempo domina imperterrito da molti giorni, e bisogna ammettere che il sole d’inverno è piacevole perché mitiga il gelo, almeno per qualche ora, e ci consente di uscire senza ombrello e senza sguazzare in pozzanghere fangose. Però, quando penso che verrà un’estate infuocata e che il sole ci perseguiterà con sadismo almeno per tre mesi interi, vorrei che arrivasse qualche giornata scura, nebbiosa o almeno un po’ cupa, una di quelle giornate che fanno amare follemente la casa, i termosifoni accesi, le coperte pesanti, ma anche certe belle passeggiate nei parchi cittadini semi-vuoti, frequentati da poche persone calme, riflessive e amanti del silenzio.

Perché passeggiare significa pensare, raccogliersi, sognare a occhi aperti, parlare con chi non c’è più, e d’estate, col sole a picco sulla zucca, il corpo odiosamente gocciolante e lo sbracamento generale tutt’intorno, niente di questo è possibile. Al massimo, se tutto va bene, si cammina come zombie tentando di articolare qualche pensiero appena decente con l’aiuto di un neurone ancora in vita; e questo tra musica a tutto volume, proveniente da vari luoghi di ritrovo che ormai spuntano come funghi, urla di persone che, a quanto pare, si divertono, e vari eventi cittadini rumorosissimi – balli, canti, frastuoni assortiti spesso indecifrabili. Uno strepitare continuo, insomma, un regredire al tempo delle clave e delle caverne.

E io ne sono qualcosa perché, di fronte al palazzo in cui vivo, sebbene per mia fortuna a grande distanza, c’è il Teatro delle Passioni e il mitico cinema all’aperto. Immagino di non dover spiegare oltre cosa succede durante le lunghe serate estive, sette giorni su sette. Una volta è persino capitato che, nello stesso momento, davanti al bar del teatrino suonassero musica e, a pochi metri di distanza, trasmettessero un film. Sembrava di trovarsi in un manicomio. Ma chi è il genio che inventa questi trattenimenti in contemporanea? Farne uno per volta no, eh?

Ecco che allora mi auguro che l’inverno faccia il suo dovere fino in fondo, e cioè che ci dispensi anche nebbia e pioggia e un po’ di neve, in modo da lasciarci immergere del tutto nell’atmosfera della stagione, per farcela gustare fino in fondo, col suo silenzio, la sua dignità, la sua compostezza.

Inverno, blog e chiacchiere

Riprendo  a  scrivere  dopo  circa  quindici  giorni  di  silenzio  dovuto  a  un  eccesso  d’impegni. Siccome  non  mi  piace  trascorrere  così  tanto  tempo  senza  pubblicare  post, ricomincio  con  gioia  e  con  un  po’  di  leggerezza.

So  di  essere  impopolare, ma  mi  spiace  che  le  giornate  si  stiano  allungando. Oggi, alle  17:15  era  ancora  giorno, e  questo ha  richiamato  in  me  un  senso  di  nostalgia  per  la  stagione  precedente. Nella  rapida  dissoluzione  della  luce  che  caratterizza  i  brevi, intensi  pomeriggi  dell’autunno  ormai  morente, colgo  una  poesia  e  un  mistero  profondi,  insondabili  e  seducenti.

autunno26

Ma  forse  è  bene  tralasciare  queste  sensazioni  e  pensare  ad  altro. Lo  scorso  12  gennaio, questo  blog  ha  compiuto  la  veneranda  età  di  nove  anni. Per  un  blog  privo  di  ambizioni  come  questo  è  un  risultato  notevole. In  genere, i  blog  sperduti  nell’oceano  di  internet  vivono  poco  ed  è  anche  normale  che  sia  così: dopo  un  po’  di  tempo, è  facile  che vengano  meno  le  motivazioni  per  continuare  a  scrivere, considerando  poi  che  la  massa  degli  internauti  preferisce  perdersi  tra  la  folla  che  si  riunisce  attorno  ai  vari  social  network. I  blog, ormai, sono  diventati  di  nicchia  o  quasi.

Ma  a  me  piace  la  nicchia. Mi  piace  soprattutto  l’idea  che  a  leggere  siano  persone  davvero  interessate  a  farlo. In  fondo, un  blog  è  una  sorta  di  casa  sul  web: il  proprietario  apre  la  porta  della  propria  casa  per  offrire  a  qualsiasi  viandante  la  possibilità  di  entrarvi, qualora  lo  desideri. Si  può  entrare  e  uscire  in  fretta, si  può  entrare  e  soffermarsi  a  lungo, si  può  passare  una  volta  e  poi  andarsene  per  sempre  o si  può  decidere  di  diventare  ospiti  abituali. E  tutto  in  un  clima  sereno  e  tranquillo, che  intendo  preservare  a  ogni  costo.

Ma  a  parte  questi  discorsi  sul  blog, mi  viene  in  mente  che  siamo  nel  periodo  di  Carnevale, e  ciò  significa  periodo  di  frappe  o  chiacchiere  o  come   volete  chiamarle  a seconda  della  vostra  provenienza  geografica. A  voi  piacciono?

carnevale

La prima volta in discoteca

snoopy

Durante  l’adolescenza   ero  tranquilla  e  non  avevo  quelli  che, in  genere, sono  definiti  grilli  per  la  testa. Non  ero  scalmanata, non  m’interessava  fare  chissà  che  esperienze  – non  le  avevo  proprio  in  mente –  e  per  molti  versi  vivevo  nel  mondo  dei  sogni, senza  avvertire  alcuna  necessità  di  svegliarmi.  Tuttavia  avevo  una  smania, sola, unica  ma  prepotente: a  quindici  anni, mi  misi  in  testa  che  era  giunto  il  momento  di  fare  il  mio  ingresso  in  una  discoteca.  Qualcuno  potrà  giustamente  pensare: e  allora? Quale  sarebbe  il  problema? Il  problema  era  mio  padre, che  non  ne  voleva  proprio  sapere. Ma  aveva  torto, aveva  torto  marcio: le  discoteche  non  sono  terribili  luoghi  di  perdizione  e  poi, come  sempre, tutto  dipende  da  noi, da  ciò  che  siamo, dal  carattere  che  abbiamo, dalle  nostre  predisposizioni   e   dall’educazione  che  abbiamo  ricevuto. Io  sapevo  bene  che  non  avevo  alcun  desiderio  strano  se  non  quello  di  andare  in  un  luogo  affollato  in  cui  era  possibile  ballare.

E  fu  così  che  decisi  di  andare  in  discoteca  senza  dirlo  a  mio  padre.  Farlo  era  facile, facilissimo, perché  non  avevo  alcuna  intenzione  di  andarci  di  sera:  a  parte  il  fatto  che  uscire  di  sera  mi  era  vietato, a  me  comunque  non  interessava. Sarò  stata  strana, ma  non  ho  mai  avvertito  il  desiderio  di  uscire  di  sera  in  città – solo  in  montagna  mi  piaceva  farlo –  per  cui  il  divieto  non  mi  pesava. No, in  discoteca  volevo  andarci  di  domenica  pomeriggio. Anche  allora  frequentare  la  discoteca  di  domenica  pomeriggio  era  considerato, da  molti  giovanissimi, una  cosa  infantile  e  ridicola: per  certuni, essere  alla  moda  ed  emancipati   significava  andare  in  discoteca  soltanto  di  sera.  Ma  a  me  non  interessava  atteggiarmi  a  ragazza  finto-emancipata, e  poi, nell’ambiente  da  me  frequentato –  liceo  classico, famiglie  un  po’  tradizionaliste, spesso  religiose  e, come  si  suol  dire, a  volte  all’antica –  fra  le  ragazze  andare  in  discoteca  di  domenica  pomeriggio  non  era  ridicolo  ma  normale.

All’epoca, in  questa  città  il  battesimo  dei  ragazzini  avveniva  allo  Snoopy, nel  senso  che  era  la  prima  discoteca  nella  quale  si  entrava. Non  so  come  sia  ora, ma  a  quel  tempo  era  un  locale  non  molto  grande  e  sotto  terra: per  entrare  si  scendevano  alcune  scale, immergendosi  in  un’atmosfera  un  po’  ovattata  e  irreale. Ricordo  ancora  l’emozione  che  provai   quando, con  alcuni  amici, organizzammo  la  nostra  piccola  spedizione  allo  Snoopy. Del  gruppo  facevano  parte  Andrea, il  ragazzino  di  cui  ho  già  parlato  in  un  altro  post, una  nostra  compagna  di  ginnasio  di  nome  Isabella – anche  lei  piena  di  divieti  e  coi  genitori  sempre  addosso – e  altre  tre  ragazze  che  però  ora  non  ricordo  più. Una  doveva  forse  essere  una  mia  vicina  di  casa,  che  conoscevo  fin  dall’infanzia  e  che, in  teoria, era  la  mia  migliore  amica (per  fortuna  ormai  da  anni  ridotta  al   ruolo  di  ex  amica). Io  raccontai  a  mio  padre  che  sarei  andata  a  fare  la  vasca  in  centro  e  poi  forse  in  sala  da  tè. Tanto  sapevo  che  all’ora  di  cena  sarei  stata  a  casa.

Ricordo  che, dopo  esserci  dati  appuntamento  davanti  a  casa  di  Isabella, col  mio  gruppetto  partimmo   rigorosamente  a  piedi  per  il  mitico  Snoopy. Io  ero  felicissima  perché  il  mio  sogno  si  stava  avverando: per  la  prima  volta  nella  mia  vita  avrei  visto  una  discoteca.  Ma  appena  entrai  allo  Snoopy, non  provai  un’emozione  particolare  perché  mi  sembrò  di  essere  a  casa, mi  sembrò  di  entrare  in  un  posto  conosciuto  da  sempre. Mi  sentii  contenta, certo, quasi  entusiasta, ma  senza  trepidazioni. E  tutto  filò  liscio, ovviamente: non  era  un  tremendo  luogo  di  perdizione  e  non  vidi  nessuno  fare  cose  strane.

Io, che,  come  ho  scritto  sopra,  vivevo  felicemente  nel  mondo  dei  sogni  e  lì  avevo  intenzione  di   restare,  trascorsi  la  mia  prima  domenica  in  discoteca  a  scherzare  con  le  amiche  e  in  particolare  con  Andrea, che  amava  ascoltarmi  perché  si  sbellicava  per  le  storielle  che  raccontavo  e  le  tante  battute  che  inventavo. Naturalmente  ballai, sì, ma  mi  divertii  anche  a  starmene  seduta  a  chiacchierare  e  osservare  tutto  quello  che  vedevo  intorno  a  me.  Mi  è  sempre  piaciuto  studiare   il  mondo  e  i  suoi  abitanti  e  lì, in  un  ambiente  tanto  circoscritto, si  poteva  osservare  e  studiare  a   sazietà.

Fu  un  giorno  semplice  e  bellissimo. Semplice  perché  non  feci  nulla  di  bizzarro, bellissimo  perché  realizzai  il  mio  piccolo sogno. E,   da  quel  momento, trascorsi  molte  domeniche  allo  Snoopy  fino  all’età  di  diciassette  anni, quando  fu  il  momento  opportuno  per   spiccare  il  volo  verso  una  discoteca  in  cui, la  domenica  pomeriggio, andavano  ragazzi  un  po’  più  grandi: si  chiamava  Charlie, era  in  via  Riccoboni  e  adesso  non  esiste  più.

Di luglio e ricordi

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La  giornata  è  stata  magnifica, un  bellissimo  volto  di  luglio  come  non  si  vedeva  da  anni:  pura  luminosità  accompagnata  da  una  temperatura  mite. L’estate  senza  arroganza. In  giornate  come  questa, ci  si  sente  contenti  e  si  avverte  il  desiderio di  correre  incontro  alla  vita  ritornando  ragazzini. Così  rivedo  un’estate  particolare  di  parecchi  anni  fa, quando abitavo  ancora  al  quartiere  Buon  Pastore  e  frequentavo  il  ginnasio.

Avevo  un  amico  con  cui, terminato  l’anno  scolastico,  trascorrevo  ogni  giornata  di  luglio, senza  eccezioni. Lui  abitava  lontano  dal  mio  quartiere,  eppure   ogni  santo  giorno  arrivava  a  casa  mia,  in  bicicletta,  alle  dieci  della  mattina: uscivamo  e  camminavamo  parecchio  fino  all’ora  di  pranzo, quando  ciascuno  tornava  a  casa  per  mangiare. Queste  pause  dovute  a  ragioni  di  forza  maggiore  erano  da  noi  vissute  come  intervalli  un  po’  fastidiosi,  anche  se necessari: per  noi  quindicenni  pieni  di  vita,  che   non  avvertivamo  il  desiderio  di  una  siesta  pomeridiana  ma  volevamo  soltanto  uscire, uscire  e  poi  ancora  uscire, il  tempo  dedicato  ai  pasti  era  necessariamente  breve, lo  stretto  indispensabile  per  non  morire  di  fame. Non  a  caso,  puntuale  come  un  orologio  svizzero, alle  quindici  del  pomeriggio  e   in  piena  canicola  il  mio  amico  Andrea  ricompariva  e  tornavamo  a  uscire: andavamo   in  centro  o  nei  parchi  o  comunque  in  qualsiasi  posto  in  cui  fosse  possibile  parlare. E  parlavamo, parlavamo, parlavamo  all’infinito. Adesso  mi  sembra  strano  e  persino  assurdo  aver  parlato così  tanto, visto  che  sono  diventata  taciturna  e  considero  le  parole  spesso  inutili   e  vuote. Eppure l’ho  fatto, sì, ho  chiacchierato  molto  dando  sfogo  a  tutto  quello  che  sentivo.

All’ora  di  cena, il  buon  Andrea  se  ne  tornava  a  casa  per  riempirsi  lo  stomaco, ma, alle  ventuno  precise, ricompariva  e  andavamo  in  un  piccolo  parco  vicino  a  casa  mia. A  volte, si  univa  a  noi  un  altro  compagno  di  scuola  che  viveva  proprio  nei  pressi  di  quel  piccolo  parco; poi  si  abituò  a  raggiungerci  un  altro  compagno  ancora, che  abitava  in  centro  ma, dopo  cena, partiva  per  venire  nel  mio  quartiere, anche  lui  in  bicicletta. E  si  chiacchierava  fino  alle  ventidue  e  trenta, perché  a  me  non  era  consentito  rientrare  a  casa  più  tardi, e  del  resto  i  miei  genitori  mi  facevano  uscire  dopo  cena  solo  perché  restavo  nei  pressi  di  casa.

Mi  diverte  ora, a  distanza  di  tanti  anni, ricordare  quel  luglio  pieno  di  chiacchiere, di  passeggiate, di  risate  e  di  spensieratezza, vera  o  finta  che  fosse.  Non  rimpiango  nulla, non  vorrei  tornare  indietro, preferisco  mille  volte  la  serena  consapevolezza  della  maturità. Però  in  una  giornata  di  luglio  così  mite  e  dolce  è  bello  riandare  con  la  memoria  a  quei  momenti, a  un’età  in  cui  si  riusciva  a  sognare  nonostante  tutto.

Chiacchiere in libertà


Mentre l’inverno impazza e, secondo le simpatiche previsioni del tempo, un freddo siberiano sta per abbattersi su di noi senza troppi complimenti, qui si continua a scrivere.

La vita del blogger, tutto sommato, è dura ma ricca di gratificazioni. Il blogger, novello filosofo stoico, affronta ogni problema e calamità naturale – come, ad esempio, il terremoto – continuando a scrivere con coraggio e abnegazione. Scrive nonostante le scosse, di assestamento e non, nonostante dolori vari e impegni altrettanto eterogenei; il blogger scrive a qualsiasi ora del giorno e della notte, nei ritagli di tempo, mentre fuori piove o c’è il sole, mentre squilla il telefono o giungono fastidiose urla dalla strada. Il blogger fatica, si sacrifica, inventa, produce, gioca, scherza, si ribella, riflette, sogna, s’assopisce, si arrabbia, si diverte, sorride.
Talvolta, il blogger non vuole seguire un filo logico, almeno all’apparenza, ma preferisce lasciarsi trasportare dalla corrente dei pensieri e scrivere anche sanissime sciocchezze, senza le quali, del resto, non esisterebbero le cose serie. Ecco, oggi mi dedico alle sanissime sciocchezze.

Tempo fa, parlai qui di una telenovela che fui costretta a vedere mentre, da ragazzina, mi trovavo in vacanza a casa di mia nonna. La telenovela era Bodas de odio, serie messicana romantica la cui protagonista, innamorata di un tenentino povero e non gradito alla sua spocchiosa famiglia, è obbligata a sposare un uomo ricco che, almeno all’inizio, detesta.

Ebbene, c’è una scena della telepolpetta in questione che non dimenticherò mai. Il tenentino, ingiustamente rinchiuso nelle patrie galere dai parenti cattivi della protagonista, riesce a fuggire e cerca di rintracciare la sua bella Magdalena, sfidando ogni pericolo. Uscito dal carcere con moto uniformemente accelerato e con gli abiti a brandelli, per rivestirsi ruba un fagotto a una contadina che sta lavando i panni in un bel corso d’acqua.

Ora, trattandosi di telenovela, cioè di finzione, ci si aspetta che al tenente tocchi in sorte di rubare un vestito vagamente decente, considerando che si pretende di farlo passare per il grande amore romantico della bionda protagonista. Perciò grandissimo è stato il mio – e non solo mio – sgomento nel vedere che il nostro eroe, in preda all’ansia e al fuoco della passione, si presenta in cerca di Magdalena indossando una tremenda tutona bianca sformata in stile superpippo, con annessa un’inutile alta fascia in vita. Ai piedi – orrore! – inguardabili sandali.

Il quadro che ne esce è così desolante che la telespettatrice media si chiede per quali reconditi motivi Magdalena si sia innamorata di costui. A quel punto, è inevitabile tifare per un rapido ritorno in carcere del tenente, con l’aggiunta della pena dell’ergastolo per essere certe di non rivederlo mai più; inoltre, è anche inevitabile tifare per il marito che la donna è costretta a sposare, visto che la produzione della telenovela ci ha almeno risparmiato lo choc di mostrarcelo abbigliato in superpippo.

Io poi credo che questo episodio mi sia tornato in mente perché, poco fa, ho tolto dallo stenditoio i panni lavati ieri e così, avendo piegato alcuni pigiami, la mia mente ballerina e in cerca d’immagini comiche ha fatto questa dotta associazione: pigiama/superpippo.

E dopo queste chiacchiere, mi ritiro buona buona in castigo e in un angolo, coprendomi il volto per il rossore e giurando che questo post è solo un incidente di percorso. Fino al prossimo, è ovvio: la vita, infatti, è colma d’incidenti di percorso. 😀

D’estate e in cammino


La mia casa di montagna era in una frazione priva di edicole. Così, se volevamo acquistare giornali, dovevamo andare nel comune vicino, a tre chilometri circa.
Io e mia cugina eravamo solite salire al paese per comprare giornali una volta a settimana e di mercoledì. Non ricordo più il perché del mercoledì come giorno dedicato a questo allegro pellegrinaggio, ma so che era così. All’andata, preferivamo prendere la corriera che ci portava a destinazione in meno di cinque minuti, mentre al ritorno scendevamo a valle attraverso un bellissimo sentiero dal quale potevamo ammirare lo splendore degli appennini.

Era un insieme di cose a renderci questo breve tragitto prezioso: il fatto di partire da sole, l’allegra luminosità delle mattine d’agosto, le chiacchiere innocue con le quali ingannavamo il tempo. Poi c’era anche la noia, spesso ce n’era tanta. Ma c’erano anche un cielo senza nubi, una vitalità intensa e tanti sogni ad accompagnare il cammino. E che fosse in salita o in discesa, poco importava.

(In foto, Una veduta in piagentina di Silvestro Lega)

Difendersi


Nel Medioevo il tema dell’amore, considerato in relazione alla morale, è anche valutato e sottilmente analizzato in riferimento ai rapporti sociali. In tale prospettiva si parla del segreto d’amore e della donna dello schermo per indicare i modi attraverso i quali difendere i propri sentimenti dalle pressioni sociali e da una comprensione volgare, ossia dalle opinioni e interpretazioni superficiali dei più.

Prendo spunto da questo brevissimo stralcio di storia medievale per una riflessione più generale, che oltrepassa il tema dell’amore. Difendersi dalle interpretazioni superficiali dei più mi sembra un buon motivo per evitare di affrontare discorsi profondi o relativi alla propria sfera personale con disinvoltura e con chiunque. Il vuoto chiacchierare di tanti, infatti, intriso di gretto conformismo e di meschinità, rischia di banalizzare e di sporcare ciò che invece merita di essere trattato con rispetto.
Anche per questo talvolta si preferisce la compagnia degli animali.