Cena estiva

Si sa, d’estate la sera compare tardi, come se non volesse saperne di arrivare; così, si apparecchia per una cena all’aperto quando il giorno è ancora trionfante e sembra non dover finire. Questa è una bellezza tutta estiva, un dono, cenare in compagnia di alberi e di fiori, mentre la luce si stempera adagio nella notte – e lunghe conversazioni, e noi che non possiamo dormire.

Cene all’aperto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo che, quand’ero ragazzina, nelle bellissime serate di agosto mi capitava spesso di mangiare all’aperto. Avevamo un giardino grande nella casa in appennino, e così, in poco tempo, riuscivamo ad apparecchiare un tavolo sotto le stelle. Avveniva tutto in famiglia e perciò in maniera semplice, senza cerimonie.

Per me, che trascorrevo le vacanze vivendo il più possibile in giardino, e che consideravo la casa alla stregua di un albergo da cui allontanarmi prima possibile, cenare all’aperto, mentre il cielo si oscurava avvinto dalla sera, era una gioia indescrivibile, ed era un preludio per successive delizie: mi sentivo libera e pronta per altri divertimenti, pronta per una notte di danze sotto la luna e di chiacchiere spensierate – quante parole ho consumato in quei giorni lontani, io che adesso resto muta per ore intere. Era l’incontenibile energia della prima giovinezza, una vitalità che travolgeva ogni cosa, prepotente, inarrestabile, quasi folle.

Era un altro agosto, era un altro tempo, ero un’altra persona.

Un appuntamento indimenticabile

cretino

Ero  in  vacanza  in  montagna, qualche  anno  fa. Una  sera, poco  prima  di  tornare  in  città – credo  che  fosse  il  29  agosto – uscii  con  un  ragazzo  che  avevo  conosciuto  da  poco. In  realtà, non  avevo  alcun  desiderio  di  uscire  con  costui, ma  non  volevo  passare  per  antipatica, altezzosa  e  poco  socievole.

Il  ragazzo  in  questione  si  presentava  bene: era  di  aspetto  molto  distinto, alto, snello  e  assai  ben  fatto; inoltre,  era  ben  vestito  e  parlava  un  ottimo  italiano, senza  inflessioni  dialettali. Veniva  dalla  città  anche  lui  ed  era  in  montagna  soltanto  di  passaggio. Chiacchierando  del  più  e  del  meno, venni  a  sapere  che  era  un  ingegnere, che  aveva  frequentato  il  liceo  scientifico  e  che  stava  lavorando  ad  alcuni  progetti  riguardanti  il  suo  lavoro. Ricordo  che  parlammo  anche  dei  tempi  del  liceo, dello  studio  del  latino, di  certi  docenti  strani  e  altri  argomenti  simili. Tutto  bello, vero?

E  invece  no. Se  pensate  che  stia  per  raccontare  una  storia  graziosa, magari   attraversata  da  qualche  venatura  di  romanticismo  o  di  raffinato  umorismo, siete  incautamente  ottimisti. Non  appena, infatti,  andammo  in  pizzeria, il  tizio  in  questione  iniziò  a  parlarmi  di  soldi, di  investimenti, delle  sue  case  di  proprietà, delle  proprietà  dei  suoi  parenti, dei  suoi  progetti  per  acquistare  non  ricordo  cosa  e  altre  simili  amenità. Io  rimasi  allibita  e  cominciai  subito  a  fremere, odiando  me  stessa  per  aver  accettato  l’invito  di  costui. Se  c’è  una  cosa, infatti,  che  detesto  al  di  sopra  di  tutto  è  sentir  parlare  di  beni  materiali  quando  mi  trovo  a  cena  o  sto  conoscendo  qualcuno  o  mi  sto  svagando. Anzi, in  generale, non  tollero  proprio  chi  trascorre  tutta  la  vita  a  parlare  di  beni  mobili  e  immobili. E  così, in  quel  frangente, per  evitare  di  interloquire  in  maniera  acida  tentai  di  fargli  cambiare  argomento. Per  tutta  risposta, il  tizio  mi  indicò  un  uomo, seduto  non  molto  distante  e  con  la  faccia  da  cafone, dicendomi  che  era  un  suo  amico  assessore  che  lavorava  in  comune. Poi, dopo  avermi  edotta  sul  politico-cafone, ricominciò  a  parlarmi  di  una  sua  casa  al  mare  e  andò  avanti  così  a  lungo, mentre  io  tentavo  di  conservare  la  calma  e  continuavo  a  insultarmi  mentalmente  per  essermi  cacciata  in  una  situazione  simile.

Terminato  lo  sfiancante  rito  della  pizza, uscimmo  dal  locale  e  andammo  a  fare  una passeggiata  lungo  la  via  principale  del  paese, in  quel  momento  molto  tranquilla. Siccome  avevo  ben  compreso  che  individuo  fosse, non  rimasi  stupita  quando  mi  chiese  di  mostrargli  il  mio  telefonino: voleva  vedere, infatti,  di  che  marca  fosse. Dopo  questa  azione  intelligente, e  mentre  chiacchierava  raccontandomi  alcune  strane  vicende  di  un  suo  amico  del  quale  non  poteva  importarmi  di  meno, raggiunse  l’apoteosi: fece  un  rutto. Sì, avete  capito  bene: l’ingegnere  raffinato  e  ben  vestito  ruttò  senza  vergognarsene, perché  continuò  a  parlare  come  se  niente  fosse.

Credo  sia  inutile  descrivere  lo  stato  della  mia  faccia  in  quel  momento. Ricordo  che  cercai  di  trovare  una  scusa  per  tornarmene  a  casa  prima  del  previsto, ma ero  così  confusa  e  sbigottita  che  la  mia  mente  non  riusciva  a  inventarsi  nulla  di  decente. Il  soggetto  continuò  così  a  parlare  tutto  giulivo  e, a  un  certo  punto, cominciò  addirittura  a  ruttare  ogni  tre  parole. Lo  giuro, non  sto  esagerando: parlava  e  ruttava  nello  stesso  tempo  con  invidiabile  disinvoltura. A  questo  punto, riuscii  a  trovare  una  scusa  plausibile  per  darmi  alla  macchia:  dissi  a  cotanto  suino  che  il  giorno  dopo  sarei  dovuta  partire – cosa  peraltro  vera –  e  che  perciò  dovevo  tornare  subito  a casa  a  fare  le  valigie  e  le  pulizie  di  rito. Il  suino, però, ebbe  persino  la  faccia  tosta  di  insistere  a  lungo, dicendo  che  dovevo  rimanere  lì  con  lui, che  non  c’era  alcun  bisogno  che  tornassi  subito  a  casa  e  che  sarebbe  stato  bello  se  il  giorno  dopo  fossi  andata  con  lui  in  gita  a  un  certo  castello  situato  nelle  vicinanze. Ovviamente  io  fui  irremovibile  e, trattenendo  a  stento  quello  che  avevo  in  corpo  e  che  gli  avrei  volentieri  sbattuto  in  faccia, lo  lasciai  con  gioia, sentendomi  libera  e  salva.

E  a  voi  sono  mai  capitati  incontri  raccapriccianti  o  anomali?

Era l’estate


Quando, da adolescente, trascorrevo il mese d’agosto nella casa di montagna, spesso cenavo in giardino. Era una dichiarazione di libertà, il trionfo della gioia di vivere, un tributo alla bellezza del paesaggio che avevo intorno e che sembrava essere lì solo per me, incantevole regalo d’una stagione che m’illudeva con sogni e lusinghe d’ogni tipo.

La cena in giardino era il preludio d’una serata che avrei trascorso in lunghe passeggiate attraverso sentieri silenziosi, o in chiacchiere sotto le stelle. Agosto era un amico generoso, colmo d’attenzioni e di sorrisi, e il tempo sembrava trascorrere lentissimo, quasi a volerci ricompensare della frenesia dei mesi precedenti.

Agosto, mattine splendenti, pomeriggi a tratti oziosi, serate sotto la luna: era l’estate, era una lunga fantasia, era un passaggio verso un’altra stagione e un’altra età.

(In foto, Colazione in giardino di Giuseppe De Nittis)