Il senso dell’estate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa, quella per la quale da adolescente adoravo l’estate, era la lunghezza delle giornate, che in vacanza non volevano terminare. A volte mi scoprivo a guardare l’orologio stupefatta e quasi incantata, perché il tempo sembrava serenamente addormentato, forse persino dissolto e destinato a non tornare più. Certo, era una percezione soggettiva; però la ricordo come fosse una magia, quasi che il tempo rallentasse per ragioni inafferrabili – un mistero, un enigma insolubile connesso all’estate.

In questo tempo dilatato e rarefatto, ero spesso travolta dal dèmone della velocità. Sembra una contraddizione, lo so; eppure aveva un senso, un senso del tutto personale: correre in Vespa sulle strade di montagna, affrontare le curve senza alcun timore, sentire il vento sulla faccia e sui capelli, tutto questo era la vita che scorreva impetuosa nel sangue, che chiedeva di essere ascoltata, che reclamava attenzione; ed era anche la libertà – una sensazione profonda, persino fisica, una sensazione di libertà assoluta.

Del resto, che senso ha l’estate se non si possono sciogliere le proprie catene?

L’estate adesso

Oggi ho cambiato la veste grafica del blog perché comincia l’estate meteorologica; per quella astronomica, invece, dobbiamo aspettare il prossimo 20 giugno. La giornata è calma e serena, e il vento leggero è soltanto un’increspatura senza importanza, un vezzo della primavera che sta per dissolversi nella nuova stagione.

Questi passaggi, questo mutare continuo, questo adattarsi – e il non potersi fermare, e il non poter rifiutare il divenire: quante catene, quante prigioni, quante stanze chiuse a chiave, quanti sforzi. Perché il trascorrere delle stagioni è faticoso – come portare un fardello e non sapersene disfare.