Le rose e il silenzio

Le rose sono il regalo più bello dell’ultimo mese di primavera, il tratto peculiare di maggio, la sua essenza profonda. Compaiono nei giardini a infrangere la monotonia del verde – compaiono maliziose, quasi sfrontate. E intorno tutto muta. Si affacciano vanitose ai cancelli delle case, lasciandosi ammirare; e ci accompagnano, ci guardano affettuose mentre attraversiamo le strade, mentre pensiamo a tutto fuorché alla primavera, mentre rischiamo di smarrirci.

Le rose non temono il cielo sbiadito dei giorni più stanchi e il nostro umore spento, la nostra debolezza, quel voler camminare e non sapere dove. Le rose ci accolgono in silenzio e di silenzio vivono – e in quei giardini loro, le rose, prima nascono e poi scompaiono.

Ho scattato la prima foto in via Barbieri e tutte le altre in via Solieri.

C’è questa strada

C’è questa strada, sì, c’è questa via che a volte percorro soltanto per sentirmi in pace. Vi si accede da viale Buon Pastore percorrendo un tratto apparentemente chiuso, senza uscita: si costeggia il lato di un palazzo e in fondo, a destra, un piccolo spazio, invisibile dal viale, consente ai pedoni di svoltare e di arrivarci. Le automobili, invece, possono entrarvi  da via Carlo Sigonio, ma sono soltanto quelle dei residenti.

C’è questa strada, dicevo. Via Solieri è sempre silenziosa, un piccolo angolo semi-rurale felicemente incastonato dentro la città, una sorta di presenza-assenza che la rende un po’ speciale. La incorniciano poche palazzine e alcune villette che sembrano emergere da un tempo remoto. Una di queste, in particolare, assomiglia a una casa di bambole, col suo minuscolo giardino silenzioso e la piccola facciata azzurro pallido che pare rubata a un vecchio libro di favole.

E c’è un’altra villetta, una villetta che mi affascina, silenziosa e un po’ trascurata: nel giardino l’erba ricopre il viale d’accesso alla casa, e un tavolino vecchio, circondato da sedie scalcinate, sembra aspettare la primavera che verrà. Poi c’è anche qualche villa in ottime condizioni, e, per uno strano contrasto, c’è anche un triste cancello arrugginito che svela un rettangolo di giardino abbandonato, con l’erba alta incolta e disperata.

In via Solieri si ha l’impressione di trovarsi in un’altra dimensione, in una realtà parallela che sopravvive disinteressandosi del resto della città. E ciò che soprattutto colpisce, in essa, è la pacifica convivenza fra alcuni segni di evidente sfacelo e altri di evidente vitalità, che sono poi l’essenza stessa della nostra esistenza, del nostro procedere nel mondo fra alti e bassi, fra momenti di esaltazione e momenti di stanchezza.

C’è questa strada, dicevo – come un’increspatura nella città. Mentre l’anno svanisce, mentre alcuni giochi sono conclusi, mentre ci si dispone ad accogliere il nuovo, mi piace pensare a quella via deserta e silenziosa, una via che non appartiene del tutto a questo mondo, una via che è qui ma anche altrove.

Intanto auguri di Buon Anno, auguri per un 2020 sereno, auguri affinché qualche sogno diventi realtà.

Cronaca di una mattina d’inverno

 

Durante l’inverno, alle sei della mattina, il buio avvolge ogni cosa. La città dorme tranquilla, come se non ci fosse un domani, come se fosse destinata a un sonno eterno. E fuori piove. Piove con fredda ostinazione, quasi con cattiveria, o forse soltanto per capriccio. Piove come se non volesse smettere, come se non ci fosse un’altra stagione pronta a lottare contro il gelo e l’oscurità.

Chissà perché talvolta si avverte quasi timore camminando sull’asfalto lucido, nel maestoso silenzio della notte invernale. Ma forse è soltanto un senso di vuoto o un brivido inaspettato. A guidare i passi in questa confusione d’acqua e di oscurità sono le fioche luci dei lampioni, e il verde e il rosso dei semafori. Loro non conoscono sonno – non si assopiscono mai – , ed è un conforto vederli immobili, fissi al loro posto, fari di luce buona nonostante la pioggia e l’umidità del mattino troppo scuro.

Ma non c’è squallore, non c’è alcuna sofferenza. La pioggia continua a correre sull’asfalto, il buio non vuole dissolversi; eppure, in questo remoto angolo di mondo, è un misterioso senso d’intimità a insinuarsi, è un sommesso colloquio con le strade, le case e il silenzio a dominare la scena – un comprendersi improvviso, passato e presente che si abbracciano per dire che nulla è stato vano.

Strano come sia confortante osservare le gocce di pioggia che percorrono questi vetri mentre sfrecciamo via, quasi furtivi, sotto un cielo che non sembra distratto, sotto un cielo forse pentito della sua troppa indifferenza. E mentre fuggiamo nel buio di un mattino che non vuole destarsi, la pioggia diventa neve, bianco regalo d’inverno dopo giorni di sole e poi di nebbia e poi di nuvole inquiete.

Pioggia di fine estate

Arriva  dopo  un’attesa  estenuante, mentre  guardiamo  il  cielo  immobile, impazienti  e  stanchi. Arriva  e  il  suo  canto  è  vita  che  finalmente  torna. E  allora  piove  sui  campi  stremati  dall’afa, piove  sui  fiori  riconoscenti  e  sereni, piove  sulle  case  silenziose  e  stupefatte, piove  sugli  alberi  quieti  e  commossi. Piove, mentre  il  pensiero  corre  al  lento  declino  dell’estate, al  suo  sfaldarsi  adagio  di  fronte  all’avanzare  di  un’altra  stagione, di  un  altro  tempo – e  di  pensieri  più  puri, oltre  l’arcobaleno.

Il cielo stanco

Fermo  il  cielo  bianco – asfittico, irresoluto, stanco. Stremati  i  muri  delle  case  vuote,  chiuse, in  attesa. Stremati  i  campi, povere  anime  indifese  al  sole; immobili  i  monti,  taciturni  e  quasi  felici, ubriachi  di  luce, sazi  di  agosto.

Talvolta, quando  in  città  il  pomeriggio  prosegue  con  lentezza  esasperante, a  invaderci  è  soltanto  una  quiete  senza  colore, senza  alcun  tono  degno  di  nota. Ma  è  pur  sempre  qualcosa.

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(La  foto  è  tratta  da: http://www.turismo.intoscana.it/allthingstuscany/aroundtuscany/tuscan-travel-dreams/)

 

Magico ottobre

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Questa  è  una  giornata  d’ottobre  bellissima: c’è  il  sole, l’aria  è  fin  troppo  mite  e  tutto  sembra  avvolto  da  un’atmosfera  incantata. Nonostante  la  luminosità, infatti, si  avverte  un  senso  di  lento, lentissimo  declino,  tipico  della  stagione  autunnale. Il  pomeriggio  scorre  adagio, immerso  in  una  calma  raramente  interrotta  da  voci.

In  città, si  cominciano  a  vedere  i  colori   propri  di  ottobre: cespugli  rossastri  e  foglie  ingiallite, insieme  però  a  tanto  verde.  Ottobre  è  così, arcano  e  magico, con  sfumature  a  volte  inafferrabili. È  un  mese  che  evoca  sempre, in  me, il  pensiero  di  case  vecchie, dalle  mura  solide  e  molto  spesse,  case  che  sembrano  sottratte  all’inarrestabile  divenire  del  tempo, quasi  destinate  a  sopravvivere  sotto  qualsiasi  cielo  e  a  qualsiasi  condizione, come  isole  quiete  in  un  mondo  troppo  frenetico  e  mutevole. Case  mute  eppure  in  grado  di  comunicare, di  raccontare  storie, di  svelare  segreti.  Case  circondate  da  giardini  silenziosi  e  complici, talvolta  un  po’  cupi – come  nei  giorni  scuri  di  pioggia  e  di  inquietudine. Come  nei  pomeriggi  avvolti  dalla  malinconia  della  nebbia  autunnale  e  dei  ricordi.

Come un’attesa

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Di  passaggio, mattine  quasi  spettrali: evanescenti  le  case, le  strade, le  immagini  indistinte  dei  passanti. E  gli  angoli  bui  dei  vicoli  stretti, e  il  trascorrere  del  tempo  che  non  lascia  scampo. Giorni  che  sembrano  gusci  vuoti – come  un’attesa  senza  colori  prima  del  lilla  e  dell’azzurro  di  primavera.

 

(Nell’immagine  il  dipinto  Donna  in  un  prato, di  Federico  Zandomeneghi)

Case e fantasie

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Quali pensieri suscita un’immagine del genere? La risposta è sempre soggettiva, dipende dalla personalità di ciascuno. Io amo molto soffermarmi a guardare attentamente quelle case che, per qualsiasi motivo, colpiscono la mia attenzione. O meglio: amo andare alla ricerca di belle case indipendenti e osservarle, e penso che ciò dipenda da un forte desiderio di stabilità.
Così accade che le grandi case antiche, dotate di spesse mura, esercitino su di me un fascino particolare, una sorta di malìa, e siano uno spettacolo dal quale difficilmente riesco a staccare gli occhi.
E se potessi trovarmi ora dietro a quella finestra, mi sentirei sicura e forte. Non avrei timore delle tenebre né dell’ignoto davanti a me; e i giorni di freddo e di pioggia sarebbero accolti con piacere, come brevi intermezzi a spezzare la serena monotonia di un cielo sempre azzurro.