Cammina silenziosa

Cammina silenziosa, la primavera, cammina verso l’estate – e i pomeriggi, i pomeriggi sono estenuanti, il nostro tramonto. Si rincorrono emozioni, frammenti di vitalità intensa, chiudere la porta di casa, afferrare i sogni – quelli sfregiati dagli anni.

Le sere erano interminabili, il giardino ascoltava – erano i nostri discorsi -, il giardino ascoltava e taceva. Ma io lo so che torneremo sotto le stelle, e sarà una notte d’agosto – come se il tempo avesse deciso di oltrepassare quella curva.

Di aprile e mutamenti

Come ho scritto altre volte, considero aprile un mese splendido, il paradigma perfetto, la vera essenza della stagione primaverile. Aprile, infatti, non conosce eccessi: è un adolescente ottimista e vivace che si affaccia all’esistenza con entusiasmo e, nello stesso tempo, un po’ di timidezza. Talvolta è impacciato, in qualche caso è capriccioso, emotivamente instabile come si addice alla sua giovinezza; ma la sua collera è di breve durata, i suoi pianti sono intermezzi senza furori. Aprile è mite e giocoso, allegro e ingenuo, generoso e aperto al mondo. E i suoi tanti colori hanno tutta la freschezza e la radiosità di chi è soltanto all’inizio della vita.

Il suo corrispettivo, durante l’autunno, è ottobre, anch’esso avvolto da innumerevoli sfumature, anch’esso dolce e cortese; ma ottobre è aprile ormai diventato maturo, aprile che ha perso per sempre la sua ingenuità e il suo infinito entusiasmo, per trasformarsi in un signore riflessivo e saggio, disincantato eppure sereno.

Questa mattina, quando sono uscita, aprile mi ha riservato una bellissima sorpresa: il parco sotto casa mia era davvero radioso, vibrante di luce nuova. Lo so, il paesaggio è sempre il medesimo, il piccolo parco è semplice e modesto, ma stamattina sembrava brillare al sole, felice di esserci:

Lo scorso 13 marzo, dopo la pioggia, la stessa, identica parte del parco era una fusione d’inverno e di primavera, un abbraccio fra le due stagioni:

Cogliere le difformità prodotte dal mutamento del paesaggio, avvenuto nell’arco di pochi giorni, è sempre emozionante, forse persino commovente. E riandare, con la memoria e le immagini, allo scorso gennaio diventa un’esigenza insopprimibile:

Primavera vicino a casa

Le restrizioni dovute al Covid m’impongono di limitare i miei passi, e così sono costretta a cogliere l’arrivo della primavera nei pressi di casa mia.

Osservare le differenze fra una stagione e l’altra è un esercizio interessante. Questo era il piccolo parco, su cui si affaccia il mio condominio, lo scorso 26 dicembre. Era martoriato dalla pioggia e dal gelo, poverino:

Oggi appare differente, anche se conserva ancora alcune tracce della stagione precedente. La primavera sta sbocciando:

Il viale del parco lo scorso febbraio, in una giornata luminosa:

Oggi i colori stanno mutando:

Esco dal piccolo parco e proseguo lungo il sentiero che collega via Pagliani a via Riva del Garda. Anche qui la primavera comincia a esultare:

E poi sul sentiero che collega via Riva del Garda a viale don Minzoni. Ecco il sole:

Piccolo parco in viale Buon Pastore:

Sull’autobus

Questa mattina sono andata in centro storico a piedi, perché una camminata di dieci minuti è per me un’inezia o quasi. Però al momento del ritorno ho deciso di prendere l’autobus, la chiara prova che sto perdendo qualche colpo.

Dal centro, per tornare a casa posso prendere sia il vecchio, gloriosissimo, mai abbastanza amato 6, sia il 5. Di solito prendo il 6: il viaggio dura al massimo 3 minuti, perché il bus passa lungo viale Buon Pastore; col 5, invece, il viaggio si allunga un po’, ma l’autobus mi porta comunque a due minuti da casa. Oggi ho scelto il 5 e l’ho preso in viale Vittorio Veneto:

Dalla fermata, verso sinistra, c’è largo Aldo Moro:

Verso destra, invece, ecco il viale, spoglio e malinconico sotto il cielo invernale:

Quando sono salita sul bus ho avuto una sorpresa: era vuoto. Così mi sono trovata a essere l’unica passeggera, e questo mi ha spinta a girare un piccolo video del viaggio verso casa. Il video mostra una serie di viali e di strade che uniscono il centro storico alla prima periferia della città. Ho cominciato a girarlo in viale Muratori, da cui siamo subito passati in viale Martiri della Libertà. Qui sono saliti i primi passeggeri. Proseguendo lungo viale Martiri, a un certo punto abbiamo girato a destra per raggiungere via de’ Fogliani, una strada che ho citato altre volte e che collega il quartiere Buon Pastore al centro storico. Al termine di via de’ Fogliani abbiamo svoltato a sinistra lungo viale Carlo Sigonio e poi di nuovo a destra, lungo strada Morane. Qui sono scesa alla prima fermata, ho percorso alcuni metri e ho girato ancora a destra, stavolta lungo via Peretti, dove ho smesso di filmare. Chi desidera percorrere con me questo breve tour, non deve fare altro che guardare il video: un minuscolo pezzetto di città, prigioniera dello squallore di febbraio.

Oggi pomeriggio

No, non sta nevicando. Oggi pomeriggio, dopo una mattina moderatamente soleggiata, il cielo è stato opaco, senza colore, quasi un’assenza. Ma a gennaio capita di sognarla, la neve, d’immaginarla cadere fitta, senza esitazioni, assoluta padrona del mondo – e noi in casa, a guardarla dietro a una finestra, avvolti dall’ambiguo silenzio dell’inverno.

Adesso l’inverno

Adesso sì, adesso l’inverno si è impadronito della città. Il piccolo parco sotto casa è un lungo sentiero di fango e rami secchi; restano soltanto le foglie sull’erba a evocare il delicato splendore dell’autunno ormai fuggito.

L’inverno non sa essere cortese e detesta gli ornamenti. Non sceglie mai le parole giuste, quelle adeguate alle circostanze, egoista e insensibile senza rimorsi – gli occhi gelidi, il niente dentro; ma talvolta regala il sole e il cielo azzurro, nonostante i brividi del freddo e i pomeriggi troppo affranti, che stentano a tenerci compagnia.

La sera arriva in fretta, prepotente e forse piena di rancore; ma le luci natalizie, dalle finestre e dai balconi, sono quasi una speranza, un debole conforto – e noi, temerari, che sappiamo resistere.

Novembre, nebbia e ricordi

Lo so, l’immagine non fa sognare e i ponteggi sono orridi; però ho voluto immortalare in maniera realistica, da casa mia, il grigiore di questa giornata novembrina, col cielo sbiadito e un’atmosfera malinconica, che invita alla riflessione e al raccoglimento interiore. Nel parco, come si può intravedere dalla foto, alcuni alberi non sono ancora spogli e offrono così un bellissimo spettacolo; anche la nebbia si è diradata, ma questa mattina alle otto era ancora fitta.

La nebbia ha il magico potere di evocare in me lontani ricordi d’infanzia, minuscoli frammenti di un tempo che dovrebbe essersi dissolto per sempre, ma che invece, a volte, sembra più che mai vivo, fisicamente presente, impegnato a richiamare la mia attenzione. Questo succede perché mi trovo a vivere a circa duecento metri – forse anche meno – dalla casa della mia infanzia.

E allora rivedo altre mattine di novembre offuscate dalla nebbia, mattine così spente da sembrare ostili; rivedo la mia strada, così tranquilla e rassegnata, rivedo la villetta accanto al mio palazzo, tutta circondata da un grande giardino un po’ selvaggio e cupo, una villetta demolita due anni fa per lasciare posto a un condominio di lusso, che assomiglia a una prigione e che ha spezzato, con la sua enorme mole, l’armonia della strada. Per fortuna l’altra villetta, quella accanto al nuovo palazzo, resiste ancora impavida, col suo giardino trascurato e il marciapiede, davanti, tutto crepe e dossi, rimasto proprio come allora, come quando me ne andai convinta che non sarei mai più tornata.

Frammenti del passato remoto, dicevo. Eppure talvolta mi sembra persino di toccarli, di averli fra le mani, di poterli ricomporre per creare un disegno perfetto. Altre volte invece m’illudo che, passando su quella strada in un giorno di nebbia, il passato possa comparire in maniera inaspettata e che da lì, dal cancello del mio vecchio palazzo, possa uscire qualche mia conoscenza, tutti quelli che ora non sono più qui: la signora Fernanda C., chiacchierona, estroversa e un po’ sognatrice, perennemente alle prese con le stravaganze di figlio e nuora; il signor Giulio, che amava raccontare a mia madre tanti episodi della sua vita e che si occupava, a titolo puramente volontario, del giardino del condominio; la signora Maranelli, sempre serena, dolce e soddisfatta, che ogni mattina portava pasta fresca fatta in casa a un negozio del quartiere. E poi tanti e tante ancora.

Ecco, mi piacerebbe vederli tutti riaffiorare d’improvviso dalla nebbia di un giorno di novembre, un giorno come questo, incolore e misterioso – il giorno perfetto, il giorno dei fantasmi.

Presenze in balcone

Sabato mattina di un bellissimo giorno di ottobre. Mi alzo contenta, faccio colazione con calma, penso che dovrò uscire per andare in centro. A un certo punto, tranquilla, fiduciosa e in pigiama, vado in bagno e, orrore!, mi prende un colpo: davanti alla finestra aperta, che si affaccia sul balcone, c’è un ragazzo sconosciuto che sta armeggiando con qualcosa. Uno sconosciuto, tutto pimpante e disinvolto, sul mio balcone, davanti alla finestra del bagno! Ma in uno o due secondi ho capito: è un muratore, uno di quelli che stanno lavorando per mettere il cappotto esterno al palazzo. Però non mi sarei mai aspettata di vederlo sul mio balcone di sabato. Anzi, mi sono alzata tutta contenta proprio perché, essendo sabato, ero convinta che non avrei dovuto sorbirmi i rumori che mi hanno straziato le orecchie durante la settimana.

Comunque, data la situazione, chiudo in fretta la finestra, abbasso le tapparelle fino a raggiungere il buio totale e accendo la luce: mi aspetta il sacro rito della doccia mattutina e quindi ho bisogno di privacy. 🚿

Ecco, il mio amato sabato è iniziato in questo modo un po’ bizzarro. Mi sono però consolata uscendo, perché la giornata è bellissima e, lungo i viali, le foglie cadono una dietro l’altra, quasi con passione, come se non dovessero smettere mai.

Io resto a casa (nonostante l’umarell trasgressore)

Questo post nasce da un’iniziativa presa insieme all’amico Toni, autore del blog City lights, e a Ehypenny, autrice del blog Il mondo delle parole. Abbiamo pensato di invitare chiunque lo vor a scrivere qualcosa sull’importanza di stare in casa in questo momento particolare della nostra vita: occorre elaborare un post sull’argomento, utilizzando l’immagine qui allegata. Potete ovviamente creare il vostro post quando volete e nel modo che preferite: basta anche soltanto un pensiero sintetico, o una citazione celebre o una semplice frase. 

Sotto casa mia, come sa chi mi segue da tempo, c’è un piccolo parco che collega due strade. Per fortuna è un luogo tranquillo, percorso sempre da poche persone e spesso vuoto o quasi, soprattutto perché è abbastanza isolato e perché, in questo quartiere, vi sono altri parchi molto più grandi.

A causa delle disposizioni  emanate per fronteggiare la pandemia che ci è piombata addosso, il grazioso parchetto è stato chiuso attraverso delle semplici strisce di delimitazione. Ebbene, questa mattina, guardando fuori dalla finestra della sala, ho visto un umarell in bicicletta che, con serena disinvoltura e senza scomporsi, ha alzato la striscia ed è uscito sulla strada, ovviamente dopo aver percorso tutto il parco. Sono rimasta stupita, perché non mi sarei mai aspettata nulla di simile da parte di un tranquillo, flemmatico umarell. Insomma, mai avrei immaginato che potesse esistere un innocuo umarell  bici munito in vena di trasgressioni; eppure è accaduto, e quindi devo rivedere le mie ingenue idee in proposito.

La storia è vera, non ho inventato nulla, e certamente può strappare più di un sorriso. Ma io l’ho scritta per ricordare, una volta di più, la necessità di stare in casa, se non si hanno questioni urgenti o importanti da portare a termine. In fondo, come ho scritto altrove, restare a casa significa avere la fortuna di non trovarsi in un ospedale, di poter fare tutto ciò che si desidera e di poter immaginare il proprio futuro, magari anche preparandolo concretamente.

Aggiornamento 24/3/2020: e proprio un minuto fa, ho visto una ragazza alzare con tranquilla fermezza la striscia di delimitazione del parco per poi uscire sulla strada: evidentemente l’ha percorso tutto, il nostro benedetto parco, e con sé aveva anche un cane. Stupore.

La fortuna di stare in casa

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Dal balcone della cucina vedo, davanti a me e oltre la strada, un grande parcheggio. Per tre stagioni all’anno, questa vista è parzialmente nascosta da bellissimi alberi; ma adesso questi alberi sono ancora spogli, e così posso osservare ciò che accade in quell’enorme spazio.

A causa della drammatica emergenza scatenata dal Covid-19, il parcheggio è in buona parte vuoto, e allora qualcuno lo sceglie per brevi passeggiate e piccoli sfoghi. Vedo una coppia che cammina in fila indiana, pur mantenendo una certa distanza di sicurezza: i due fanno il giro completo del parcheggio più volte, percorrendolo con invidiabile zelo e in maniera perfetta, lungo i quattro lati e senza trascurarne neppure gli angoli; in lontananza, vicino all’area dedicata al bike-sharing, un ragazzo si diverte sul suo skateboard con tutta l’energia della sua giovane età. Poi intravedo una donna che cammina da sola, anche lei con precisione quasi maniacale, attenta a sfruttare tutto l’ampio perimetro del parcheggio per fare un po’ di moto. L’area è talmente vasta che nessuno di costoro ha modo di incontrarsi o di sfiorarsi.

Poi guardo alla mia destra, verso un enorme palazzo un po’ distante, e vedo un signore anziano, con una vestaglia colorata, intento a passeggiare su e giù sul suo balcone. Cammina a passi rapidi, con impegno ammirevole, senza fermarsi come se dovesse continuare fino a tarda notte.

Ci s’ingegna come si può in questo tempo sospeso, tempo di dure battaglie e di pensieri sgradevoli. Io resisto chiusa in casa da giorni, rinuncio a camminare, ed è un peso, un peso notevole; ma la situazione è questa, non c’è altra via, e non ci si può lamentare quando si pensa alla tragedia che ci sta investendo. Stare in casa è una grande fortuna: significa che non si è gravemente malati, che non si è in ospedale, che si possono fare tante cose, che si può persino immaginare il proprio futuro. Ecco, si pensi a questo: al privilegio che si ha nel potersene stare in casa.