La stagione delle cartoline

Ai miei tempi, quand’ero adolescente, l’estate non era soltanto la stagione della spensieratezza, ma anche il momento magico in cui scrivere e ricevere quegli oggetti ormai obsoleti chiamati cartoline. I cellulari e gli smartcosi non esistevano, l’ormai mitico Uozzappa non era neppure nei nostri sogni e telefonare col fisso o nelle apposite cabine costava parecchio; così, per tutti questi motivi, le comunicazioni erano lente, e tessere le fragili trame delle relazioni interpersonali, cercando di mantenerle in ogni circostanza, prevedeva la scrittura di lettere e di cartoline.

Durante l’estate, le cartoline erano un modo veloce e pratico per conservare un flebile legame con amici e parenti mentre ci si trovava in vacanza. Non sempre si scrivevano per vero affetto: a volte mandare cartoline era quasi un dovere, altre volte era un modo per far sapere che sì, si era in vacanza, e guarda un po’ in che bel posto mi trovo, tiè! Però, a differenza di quanto accade ora con Uozzappa et similia, l’invio delle cartoline richiedeva un piccolo impegno, un certo sforzo, e allora si tendeva a selezionare le persone cui mandarle: difficilmente si perdeva tempo a scriverle a qualcuno di cui nulla c’importava o che, peggio, ci era antipatico. Bisognava, infatti, entrare in un negozio, scegliere le cartoline, scrivere un pensiero e l’indirizzo esatto, e poi comprare i francobolli per farle giungere a destinazione, dopo averle infilate nella meravigliosa cassetta postale rossa fiammante.

Non bisogna sottovalutare la rilevanza di queste cassette, perché, oltre all’ovvia funzione pratica, svolgevano anche un importante ruolo sul piano psicologico: le cassette postali, infatti, erano la certezza visibile e tangibile della presenza dello Stato in luoghi sperduti e impervi. Incontrarle in un remoto paesino di montagna o in una piccola località di mare confinata a casa di Dio, infondeva un senso di sicurezza, perché erano il segno inconfondibile della nostra appartenenza a un’ampia comunità. Quelle cassette lucide e rosse ci dicevano che non eravamo soli, nonostante ci trovassimo al Lido delle Zanzare o a Bosco Tre Case.

Inviare un cartolina comportava, come si è visto, un certo impegno e un piccolo investimento economico, poche cose, è vero, ma impegnative se paragonate al convulso invio d’immagini via Uozzappa, dove c’è un tasto che consente di mandare rapidamente la stessa foto a tutti i propri contatti, fra cui il conoscente del quale a stento si ricorda il nome e il presunto amico conosciuto su Facebook, di cui s’ignora tutto ma non importa, perché ciò che conta è avere un buon numero di contatti e inviare. Ormai siamo in preda alla mistica dell’invio.

Le cartoline erano, ai miei tempi, un complemento indispensabile dell’estate e si trovavano ovunque, anche in paesini sconosciuti. La mia casa in appennino, ad esempio, era in una piccola frazione a tre chilometri dal Comune principale della zona. Eppure, oltre a un bel campo sportivo grande (ci si giocava anche il torneo di calcio dell’appennino), a un parco con le altalene e a una bella chiesa con annesso campanile, nella mia frazione c’erano anche due negozi di alimentari e altri prodotti, fra cui le cartoline, che immortalavano quel luogo regalandogli la dignità di paese da ricordare. Così, fra due etti di prosciutto e un chilo di pane, si poteva decidere quale cartolina mandare fra quelle presenti, perché c’era persino una discreta possibilità di scelta. Quasi superfluo aggiungere che, nella mia frazioncina, non mancava una bella cassetta postale.

All’epoca molte persone conservavano le cartoline che ricevevano per rileggerle, guardarle e parlare di chi le aveva inviate. Erano segni concreti delle nostre relazioni sociali e preziosi ricordi, perché lasciavano una traccia di chi era lontano e di chi aveva abbandonato per sempre questa valle di lacrime. Il fatto che fossero scritte a mano conferiva alle cartoline un fascino che nessun messaggio elettronico potrà mai avere. La calligrafia, infatti, è un’espressione della propria individualità, perché nessuna calligrafia può essere identica a un’altra; perciò rileggere poche parole vergate a mano su una vecchia cartolina rievoca con forza particolare l’immagine di chi l’ha scritta.

Chi non ha vissuto quei tempi non può comprendere cosa significhi una piccola cartolina e quale valore affettivo possa avere. Certo, si possono rileggere anche le email, si possono guardare più volte le immagini ricevute sullo smartphone e le foto su Instagram; però, toccare con le mani una cartolina e osservare la calligrafia di chi magari non c’è più, è un’esperienza che coinvolge ricordi e affetti con una profondità sconosciuta ai nuovi mezzi di comunicazione. Che poi questi siano utilissimi e piacevoli è cosa che non metto in dubbio, altrimenti non scriverei qui; ma chi ha conosciuto il tempo delle cartoline sa che esse restano, per alcuni versi, insostituibili.

Lettere e cartoline

lettera

Ogni  tanto, mi  capita  di  pensare  a  quando  non  esisteva  internet. Ci  penso  perché  ho  vissuto  la  mia  adolescenza  senza  il  web,  e  quindi  conosco  per  esperienza  diretta  la  differenza  esistente  fra  il  modo  di  comunicare  che  abbiamo  oggi  e  quello  che  avevamo  quando  neppure  sospettavamo  che, un  giorno, ci  saremmo  tutti  ritrovati  qui, in  questo  mare  sconfinato  di  internet  a  divertirci, a  comunicare  facilmente  con  i  nostri  conoscenti, a  informarci, a  studiare  e  a  intrecciare  nuove  relazioni, abbattendo  barriere  temporali  e  spaziali. Bellissimo, non  c’è  dubbio. E  non  potrei  più  farne  a  meno.

Però, qualche  volta, ripenso  con  un  pizzico  di  nostalgia  alla  mia  adolescenza  e  sono  contenta  di  non  aver  avuto  a  disposizione  questo  mezzo. In  quel  periodo  di  comunicazioni  ‘lente’, io  e  le  mie  amiche  ci  scrivevamo  tante  lettere  per  parlare  di  molti  argomenti, seri  e  meno  seri, e  spesso  le  coloravamo  o  compravamo  la  carta  da  lettere  decorata, tutta  piena  di  fiori  e  ghirigori: era  un  modo  per  sottolineare  il  carattere  privato  e  gioioso  delle  nostre  comunicazioni.  Ci  scrivevamo  anche  se  ci  vedevamo  ogni  giorno  a  scuola  oppure  altrove, ci  scrivevamo  e  ci  scambiavamo  le  nostre  lettere  a  mano. In  genere  erano  lettere  molto  lunghe, che  presupponevano  una  scrittura  lenta  e  meditata. A  volte  impiegavamo  ore  a  scriverle, ma  amavamo  farlo.

D’estate, il  rito  dell’invio  di  cartoline  era  obbligatorio  e  nessuno  di  noi  si  sottraeva: andare  in  vacanza  senza  inviare  cartoline  alle  amiche  e  agli  amici  del  cuore  sarebbe  stato  impensabile, così  come  ci  sarebbe  sembrato  un  autentico  affronto  riceverne  poche. Poi  c’erano  le  lettere  che  arrivavano  da  lontano, quelle  che  ti  spediva  qualche  parente  o  qualche  amico  che  viveva  a  parecchi  chilometri  di  distanza; e  tu  stavi  lì, in  attesa  di  riceverle, e  contavi  i  giorni  che  impiegavano  per  arrivare. Ne  ho  conservate  alcune, così  come  ho  conservato  tutte  le  cartoline  che  ho  ricevuto, facendone  una  bellissima  collezione  di  cui  sono  felice  e  un  po’  orgogliosa.

E  voi  avvertite  un  pizzico  di  nostalgia  per  le  comunicazioni  ‘lente’?

Vecchie cartoline

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Attualmente siamo abituati alle comode e velocissime email. Possiamo scriverne quante ne vogliamo, possiamo persino scambiarle giornalmente con persone che conosciamo soltanto a livello virtuale. Un’autentica rivoluzione, che ha prodotto notevoli cambiamenti nei nostri stili di vita.
Anche gli auguri, durante le festività, viaggiano comodamente via mail o via sms. Eppure, da brava amante della scrittura, da persona abituata, fin dall’infanzia, a scrivere per ore e ore con la penna, da donna forse romantica e magari, mi si perdoni, leggermente all’antica – e ciascuno interpreti questa frase fatta come desidera – non so resistere al fascino delle cartoline, quelle bellissime cartoline colorate che, anni fa, scrivevamo per scambiarci gli auguri, che in qualche caso attendevamo con ansia, e che ogni tanto conservavamo nei cassetti più remoti, lontani da sguardi indiscreti, insieme a diari e a immagini che racchiudevano tutto il nostro mondo interiore.
Queste cartoline esistono ancora, ovviamente, ma certo non hanno più il medesimo ruolo di un tempo. Conservo ancora, e gelosamente, alcune cartoline di Pasqua, vere immagini rubate alle fiabe, autentici trionfi di primavera e di vita. Guardarle ha sempre rappresentato per me, durante l’infanzia, un momento di gioia profonda perché accendevano la mia fantasia, costantemente alla ricerca di colori che offuscassero il tanto grigio che avevo intorno. E le guardo ancora con la stessa, identica soddisfazione, lasciandomi influenzare dall’irreale splendore di quelle atmosfere incantate.

Una collezione

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L’unica collezione che ho fatto in vita mia, e che continuo a fare, è quella di cartoline. Ho una bella scatola azzurra in cui ne conservo davvero tante, anche se non le ho mai contate.
Sono cartoline provenienti da ogni luogo, molte risalgono a parecchi anni fa, e ogni tanto mi piace tornare a guardarle. Ciò che però mi colpisce maggiormente, che mi emoziona e m’inquieta nel soffermarmi su di esse, è rivedere le grafie di persone che non ci sono più. Si tratta di un’esperienza indescrivibile, perché suscita in me l’impressione o l’illusione che la persona ormai defunta sia in realtà ancora viva; non so dove, non so come, non so perché, ma questo è ciò che provo.

Poche frasi scritte su una cartolina hanno il potere di farmi tornare indietro nel tempo, di risvegliare il ricordo di momenti perduti, e di restituirmi un’immagine nitida di coloro che purtroppo non potrò mai più rivedere. Ma soprattutto m’infondono la strana e commovente sensazione che fra me e queste persone non vi sia un’autentica separazione, che non esista un abisso incolmabile, e che esse non siano state travolte dal Nulla.
Sì, si tratta di un sentimento irrazionale, di una fantasia; però mi colpisce sempre d’improvviso con una forza alla quale non riesco a sottrarmi. E che mi lascia interdetta.