Il pensiero politico altomedioevale (2)

Come  si  è  visto, con  il  procedere  della  cristianizzazione  dei  Regni  romano-barbarici  il  confine  tra  potere  temporale  e  potere  spirituale  diventa  sempre  più  labile. Tale  processo  culmina  con  l’ascesa, nel  Regno  franco,  dei  sovrani  carolingi  e,  in  modo  particolare, con  Carlo  Magno,  che  afferma  in  maniera  esplicita  il  proprio  ruolo  strumentale  in  relazione  al  cristianesimo  e  alla  Chiesa. Carlo, infatti,  è  rex  gratia  Dei, ossia  re  per  grazia  divina. Questa  formula  politica  gli  consente  di  essere  completamente  al  di  sopra  dei  suoi  sudditi, obbligati  alla  totale sottomissione, ma  nel  contempo  lo  subordina  al  controllo  da  parte  delle  gerarchie  ecclesiastiche. Del  resto, per  garantire  la  coesione  interna  al  suo  impero, vasto  ed  eterogeneo  a  livello  sociale  ed  economico, Carlo  si  serve  soprattutto  della  fedeltà  dei  suoi  collaboratori  e  dell’ideologia  cristiana, ossia  di  norme  di  carattere  morale.

La  concezione  politica  sintetizzata  dalla  formula  rex  gratia  Dei   si  richiama  all’insegnamento  di  Padri  della  Chiesa  come, ad  esempio,  Sant’Agostino  e  San  Paolo, e  domina  per  buona  parte  del  Medioevo. Si  tratta  di  una  prospettiva  teorica  strettamente  connessa  al  mito  cristiano  della  Cacciata  dell’uomo  dal  paradiso  terrestre  e  della  sua  Caduta. Il  peccato  originale, infatti, è  considerato  la  causa  di  un  generale  depotenziamento  delle  facoltà  dell’uomo, che, dopo  la  cacciata  dall’Eden,  perde  la  sua  naturale  disposizione  al  Bene  e  deve  quindi   essere  guidato  col  pugno  di  ferro. In  altri  termini, dopo  il  peccato  originale  gli  uomini  sono  diventati  una  massa  di  esseri  malvagi  e  disperati, che  Dio  affida  ai  sovrani  temporali  pur  di  contenerne  gli  impulsi  peggiori. In  tale  prospettiva, i  sudditi  non  possono  ribellarsi  all’autorità  temporale  perché  ciò  costituirebbe  un  atto  d’insubordinazione  nei  confronti  di  Dio.

Nel  corso  del  IX  secolo, i  temi  affrontati  dalla  trattatistica  politica  riguardano  l’origine  e  la  natura  dei  poteri  temporale  e  spirituale, oltre  ovviamente  alla  questione  fondamentale  del  rapporto  che  deve  intercorrere  fra  essi. In  genere, le  opere  incentrate  su  tali  argomenti  sono  per  molti  versi  simili. È  però  interessante  notare  come  l’evoluzione  del  pensiero  politico  di  questo  periodo  sia  legato  all’evoluzione  del  potere  dei  re  carolingi: a  mano  a  mano  che  la  sovranità,  coi  successori  di  Carlo  Magno, s’indebolisce,   le  concezioni  politiche  diventano  sempre  più  articolate  e  complesse, cioè  tese  ad  accentuare  il  ruolo  di  controllo  del  potere  regio  da  parte  dei  vescovi.

Nel  corso  del  IX  secolo, l’Impero  carolingio  si  sfalda  fino  a  frantumarsi  in  una  serie  di  potentati  autonomi  sotto  i  profili  politico  ed  economico. Da  tali  potentati  si  svilupperà  in  seguito  il  sistema  feudale.

La lettura nel Medioevo


Per molti di noi la lettura è un’attività estremamente piacevole, un mezzo per apprendere nuove conoscenze e rilassarsi. Si può leggere ovunque, volendo: nelle biblioteche, in riva al mare, davanti a un bellissimo paesaggio di montagna, ma anche sull’autobus, sul treno, al bar e in qualsiasi altro posto pubblico di nostra preferenza. Leggendo, infatti, non disturbiamo nessuno perché restiamo in silenzio.

Non è stato sempre così. Nel Medioevo, fino almeno all’VIII secolo, la maggior parte dei litterati leggeva a voce alta; spesso, poi, la lettura era collettiva. Ciò implicava una grande fatica fisica e tanta lentezza nello studio.

Le cose cominciarono a cambiare con la Rinascita carolingia, cioè con il rinnovato interesse per gli studi di cui si fece promotore Carlo Magno. Il sovrano carolingio, infatti, per governare il suo vasto impero, molto eterogeneo a livello economico-sociale, aveva bisogno di funzionari preparati e colti. Per questo promosse un’importante riforma degli studi chiamando a dirigerla l’intellettuale più dotto del tempo, il monaco Alcuino di York. La riforma previde, fra le altre cose, la nascita di scuole presso monasteri e sedi vescovili.
A tale proposito, è significativo quanto riportato dal primo capitolare (780 ca.- 800), nel quale si dice che al re sembra di grande utilità e profitto che vescovi e monasteri non si accontentino di praticare una vita devota, ma si assumano il compito d’insegnare […]. Le opere buone sono certamente un bene più grande della scienza, ma senza la conoscenza è impossibile fare il bene.

Non dobbiamo stupirci di questa ingerenza del sovrano nella vita dei religiosi. Per Carlo Magno, infatti, la religione cristiana costituì lo strumento ideologico fondamentale attraverso cui fornire una certa coesione interna all’impero e sostenerne la struttura politico-amministrativa.

In questo periodo, iniziò a diffondersi la scrittura carolina, che il sovrano volle imporre a tutte le sue genti attraverso un editto. Molto più nitida e semplice delle vecchie scritture nazionali sorte dalla degenerazione della scrittura romana, la carolina semplificò il faticoso lavoro della lettura e dello studio, stimolando così la progressiva diffusione della lettura visuale o silenziosa, che cominciò a diffondersi in quest’epoca e che però s’impose soprattutto negli ultimi secoli del Medioevo.

Col tempo, la lettura silenziosa consentì anche la diffusione di idee eterodosse o considerate pericolose: i litterati, infatti, nel segreto delle loro stanze poterono finalmente leggere i testi proibiti o clandestini, testi che non avrebbero potuto discutere in ambito universitario o nei luoghi pubblici. In altri termini, la diffusione della lettura silenziosa fu una premessa importante per la nascita dell’idea di libertà d’espressione e di pensiero.

(Aggiornamento del post-
Bibliografia di riferimento:
– Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri (a cura di), Pensare il Medioevo, Milano, Mondadori, 2007
– Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri e Massimo Parodi, Storia della filosofia medievale: da Boezio a Wyclif, Roma-Bari, Laterza, 2007)

Duoda

medioevo
Non si conosce con esattezza la sua data di nascita, che però può essere collocata all’inizio del IX secolo, in piena età carolingia. Non si conosce neppure con precisione il luogo di nascita, che potrebbe essere il sud della Francia oppure la Catalogna. Sappiamo però che è moglie di Bernardo di Septimania, cugino di Carlo Magno.

Carlo Magno promuove una riforma degli studi, incentivandoli: favorisce la nascita di scuole presso monasteri e sedi vescovili e chiama il più grande dotto dell’epoca, il monaco Alcuino di York, a dirigere il suo programma culturale. Alla corte di Aquisgrana nasce la schola palatina, destinata all’educazione dei figli della nobiltà; lo stesso Carlo, secondo il biografo Eginardo, dà il buon esempio applicandosi allo studio delle arti liberali. Mostra un interesse spiccato per l’aritmetica e l’astronomia, mentre, a quanto pare, non sa scrivere.

Ma le donne sono escluse da tutto questo perché non possono frequentare scuole. Eppure Duoda, moglie di Bernardo di Septimania, è istruita. A un certo punto della sua vita viene relegata nel sud della Francia, a Uzès, dove scrive il suo Liber manualis dedicandolo al primogenito Guglielmo. Il Manualis è composto in versi e prosa, è caratterizzato da una struttura complessa ed è diviso in undici libri.
Nel Manualis, Duoda si sofferma sui comportamenti che il buon principe deve adottare nei confronti delle persone che lo circondano, e sulle virtù che deve praticare per essere degno della sua posizione.

A colpire il lettore, nonostante il latino talvolta scorretto, è la disinvoltura con cui Duoda padroneggia le sue fonti, sia cristiane sia pagane, e la presenza, nell’opera, dell’aritmetica e di una simbologia dei numeri accompagnate da esercizi di calcolo. A un certo punto, Duoda afferma:
I calcolatori esperti contano fino a 99 con le dita della mano sinistra, ma quando arrivano al totale, 100, per questo numero alzano con gioia la mano destra […]. Figlio mio, la mano sinistra significa la vita presente mentre la mano destra allude alla vera e santa patria celeste. Possa tu dunque arrivare a cento anni!“.

Fa piacere ricordare, sia pure brevemente e in maniera inadeguata, una figura femminile che oggi incontriamo in alcuni manuali di storia della filosofia medievale. Suscita persino un po’ di tenerezza trovarla lì, improvvisamente, da sola, mentre studiamo i temi più dibattuti dai pensatori dell’età carolingia e ovviamente incontriamo soltanto nomi maschili. Suscita tenerezza apprendere che anche lei, pur distante dalle scuole e rinchiusa in un castello, lontana da tutti e da tutto, scrive un’opera complessa nella quale dimostra di aver studiato molto.

Duoda, fragile e sottomessa moglie di un cugino del Sacro Romano Imperatore, non avrebbe mai immaginato che quell’opera dedicata con affetto al figlio Guglielmo sarebbe passata alla storia. Ma invece è successo e io, come donna, ne sono lieta.

(L’immagine è tratta da:
http://www.ub.edu/duoda/diferencia/html/it/galeria.html)