Sul balcone

Ho trascorso una bella Pasqua, nonostante tutto. Ho persino ricevuto telefonate di auguri che non mi aspettavo, telefonate da parte di parenti che non sentivo da molto tempo, anche da più di un anno. Per dirne una, ho ricevuto addirittura una chiamata da Sidney, in Australia. Immagino che sia il Coronavirus, almeno in parte, a spingere verso queste iniziative inconsuete: la paura, gli anni che passano, i lutti che si susseguono, il senso di solitudine, qualche rimpianto che affiora d’improvviso e altro, su cui stendo un velo di silenzio. In più, ho trascorso un’ora e mezza al telefono con mio cugino, con cui invece ho rapporti più stretti, e ci siamo attardati a parlare di tante cose, a rievocare vecchi ricordi d’infanzia.

La mia Pasquetta, invece, è trascorsa sul balcone, preziosissimo sfogo in questo periodo di quarantena. Ho scelto il balcone della cucina perché, in lontananza, vedo la torre Ghirlandina e perché, visto che si affaccia sulla strada, consente di osservare un campionario di umanità che cerca di trascorrere il tempo come può. Il balcone della camera da letto offre un panorama più bello, perché si affaccia sul parco e quindi su uno sfolgorio di verde e di rosa, ma purtroppo m’infonde sempre un profondo senso di malinconia, per cui tendo a rintanarmi su quello della cucina.

Sono stata sul balcone, dunque, per buona parte del pomeriggio. Avevo portato con me un libro, sicura che avrei letto; invece, come per magia, mi sono abbandonata languida al flusso del niente, ferma a osservare il mondo sotto di me e a lasciarmi accarezzare dalla leggera brezza di primavera.

E ho guardato, eccome se ho guardato. Ho visto un signore anziano camminare per almeno un’ora e mezza lungo la strada e nel parcheggio di fronte. Ha passeggiato svelto, senza cedimenti, concentrato, serio. Contemporaneamente sono comparsi uomini e cani. Un ragazzo, poveretto, ha arrancato dietro al suo cane che tirava il guinzaglio entusiasta, desideroso di correre a perdifiato: era il cane, insomma, a trascinare con forza il povero padroncino, che ha persino rischiato di cadere dentro a una buca. E poi qualche rara coppia, qualche breve scambio di parole davanti a portoni lontani, alcuni ragazzi intenti a correre, genitori e figli che hanno fatto volare un aquilone: tutto qui, nulla di grande, nulla d’importante – ammesso che vi sia qualcosa di grande, qualcosa d’importante, in questo faticoso passaggio.

Così la mia Pasquetta è volata via rapidamente, serena e senza scosse. E intanto sto progettando di arredare il balcone.

La spazzatura ai tempi del Coronavirus

Tolto il prezioso rito della spesa settimanale, l’unica occasione di uscita che mi resta è la cerimonia per l’eliminazione della spazzatura. Non posso, infatti, accumularne troppa nella mia magione, pena il levarsi di qualche spiacevole olezzo o l’improvviso arrivo di una schiera di gabbiani, per cui, ogni due giorni circa, mi accingo a condurla al suo posto naturale: i meravigliosi secchioni lungo la strada, tutti disposti in fila ad attendere carta, cartoni, plastiche, indifferenziata e affini.

Il momento è solenne, perché si tratta di circa tre-quattro minuti d’aria e di felice calpestio dell’asfalto zozzo. Ed è qui che subentra la gioia di vivere al quarto piano, perché ciò significa, per me, poter scendere le scale adagio, senza arrivare sulla strada troppo presto. In questo periodo, infatti, non prendo l’ascensore proprio per camminare un po’. Ecco che allora, prima di cena, agguanto le borse con la spazzatura, le dispongo dentro a un’ulteriore enorme borsa per rendere agile il trasporto del tutto, chiudo la porta di casa e scendo le scale con passo felpato, stile gatto errabondo in territorio ostile. Durante la discesa, ammiro i pianerottoli  sempre splendenti, oltre alla luce primaverile che filtra dalle finestre sulle scale. Poi arrivo nell’androne, esco e guardo con occhio languido gli alberi e i cespugli del giardino del palazzo. Ma è uno sguardo rapido perché non posso fermarmi, e devo subito aprire il cancello per materializzarmi sulla strada.

Alla mia destra c’è il negozio chiuso della parrucchiera, che mi auguro possa riaprire dopo questo periodo disgraziato; poi giungo al momento clou, il più desiderato: l’attraversamento della strada. Sì, perché attraversare la strada in questo periodo di quarantena è un brivido d’emozione e di piacere come pochi, un atto audace e forse spericolato. Mentre, tutta trionfante, getto via con calma la spazzatura, passa qualche automobile o giunge qualcuno con l’immancabile, innocentissimo cane, che trotterella contento ignorando di essere diventato l’animale più popolare e amato di questo periodo. Io, invece, che non sono canemunita, ho soltanto la magra consolazione della spazzatura.

Terminata la suddetta cerimonia, sono costretta a tornare in casa e così rifaccio il mio breve cammino. Ma un conto è scendere i gradini, un conto è salirli, per cui il mio tour sulle scale non è piacevolissimo. Ma io le salgo, quelle scale, e lo faccio con impegno, a muso duro, nonostante il fiatone e la tachicardia – e per fortuna nessuno mi vede in tale miserevole stato, ché questo è un palazzo silenzioso abitato da persone molto riservate.

Il momento in cui infilo la chiave nella porta per entrare a casa è il più malinconico. Ma mi consolo in fretta perché vado subito in cucina, e resto lì a pascolare qualche minuto guardando fuori dalla portafinestra per ammirare ancora una volta, con sincera nostalgia, i secchioni laggiù, sulla strada, autentici baluardi di libertà.

Dormono


Soffrendo d’insonnia, un’immagine come questa mi è particolarmente gradita: i cani sembrano dormire beatamente, sprofondati in un sonno privo d’irritanti interruzioni, un sonno che restituisce pace e serenità. Inoltre sono bellissimi, morbidi e soavi: sembrano fatti di velluto, quasi a voler accarezzare le nostre menti con discrezione e senza rudezza.