Un altro parco a fine agosto

A fine agosto ho visitato il parco Vittime dell’Olocausto, che è contiguo al parco della Resistenza. Nell’insieme è maggiormente trascurato rispetto al suo gemello più nobile: mancano i vitigni e alcune parti sono decisamente decadenti. Però ho fotografato un bel campo:

In effetti questo spazio verde non offre altro, e assomiglia a un pezzo di campagna lasciata un po’ a se stessa. Ho però deciso di voler visitare due parchi nell’estrema periferia della città, là dove i cartelli segnaletici indicano la fine della realtà urbana e l’inizio della campagna: il parco dei Torrazzi e il parco Oristano. Mai visti in vita mia: non sospettavo neppure che esistessero. 😲

Campagna in città

Ieri, nel tardo pomeriggio, sono andata a visitare per la prima volta uno dei parchi più grandi della città: il parco della Resistenza. Mi vergogno, però l’ammetto: ho vissuto così a lungo in centro storico, circondata da ogni comodità, che per anni e anni non ho visitato le periferie, neppure quelle prossime al centro; e i parchi che frequentavo erano soltanto quelli del mio quartiere: il parco delle Rimembranze e i giardini Ducali. Tutto il resto per me non esisteva.

Adesso ho deciso di cambiare e di percorrere tutta la città quartiere dopo quartiere, compresi i tanti parchi che non conosco, alcuni dei quali sono molto grandi. Il parco della Resistenza è enorme e vi si accede, per chi abita nella zona di Buon Pastore, da strada Morane all’altezza dell’Esselunga. Negli ultimi due anni, pur frequentando l’Esselunga ogni settimana, ho sempre evitato di entrare nel parco perché ciò che vedevo dalla strada non mi entusiasmava:

Addentrandosi a poco a poco, si ha l’impressione di trovarsi in aperta campagna. E infatti è questa la peculiarità del parco, che si distingue così dai tipici parchi cittadini: nel disegnarlo si è deciso di rievocare il mondo rurale, con la presenza di vitigni, balle di fieno e sentieri attraversando i quali sembra di isolarsi dal resto del mondo.

A un certo punto sono arrivata all’uscita del parco verso via Legnano, passeggiando un po’ a caso. Può sembrare assurdo, ma il parco è talmente grande che ho avuto bisogno delle indicazioni dello smartcoso per non perdermi, considerando anche che il mio senso dell’orientamento oscilla fra il ridicolo e il patetico. Per dirne una, non sapevo neppure che esistesse una via Legnano.

Ma poi sono rientrata subito nel parco, sempre più stupita di fronte a un paesaggio di questo tipo:

La luce del tramonto regala bellezza e poesia a qualsiasi angolo di mondo:

Ed eccomi tornata al punto di partenza, verso strada Morane. Mentre camminavo, ho avuto l’impressione di riemergere da una dimensione remotissima:

Strada Morane era molto trafficata, come in un qualsiasi giorno dell’anno, anche se ho saputo immortalare Gigetto prima che arrivassero le automobili davanti al passaggio a livello. Per la cronaca, Gigetto è il trenino che collega Modena a Sassuolo e che qui passa in prossimità dell’Esselunga:

Non ho potuto visitare tutto il parco, perché non avevo tempo sufficiente a disposizione. Però ho intenzione di tornare a esplorarlo meglio per poi passare nel parco contiguo, il parco delle vittime dell’Olocausto, che è concepito allo stesso modo, ossia come un angolo rurale in città.

Il motivo per cui ieri mi sono decisa ad andare al parco della Resistenza è la curiosità nei confronti di un altro parco, il parco di Villa Ombrosa, che si trova sulla strada Vignolese, che non ho mai visto in vita mia e che, da quanto si racconta, si caratterizza per la presenza di bellissimi alberi. Da molto tempo mi sono fissata con questo parco, sebbene non ne capisca le ragioni. È molto lontano da dove vivo, ma raggiungibile attraversando il parco della Resistenza fino a via La Spezia. Credo proprio che approfitterò della relativa calma di fine agosto per visitarlo. 🤗

Passeggiata a Pasquetta

Cosa si può fare a Pasquetta, quando il sole splende in cielo e la primavera dispiega tutti i suoi freschi colori? Nonostante la monotona zona rossa e il freddo quasi invernale, non si può rinunciare a uscire. Sì, bisogna farlo vicino a casa, e così ho passeggiato in due parchi del mio quartiere.

Il primo è il mio preferito: ufficialmente si chiama Bonvi Park o parco Amendola Nord, ma io continuo a chiamarlo come facevo durante l’infanzia e l’adolescenza, cioè parco vecchio o parco di via Sassi, perché lo raggiungo percorrendo proprio questa via. Come ho detto, è il mio preferito perché è un sano parco all’antica, dall’aspetto vagamente selvaggio, pieno di grandi alberi, di panchine e tavoli di legno in posti strategici, ossia all’ombra, e di sentieri. Cosa c’è di tanto particolare in tutto ciò? Be’, non tutti i parchi sono così in questa città; al contrario, ve ne sono alcuni con pochi alberi, anche bruttini e spelacchiati, e molte panchine sotto al sole, ottime durante l’estate per farsi cuocere il cervello. Mi chiedo spesso chi sia stato il genio ad averli progettati così, ma tralasciamo questo discorso e concentriamoci sul parco Amendola Nord. Questa è l’entrata da via Sassi, col piccolo lago:

E adesso passeggiamo lungo qualche sentiero:

Adesso usciamo su viale Amendola, una delle strade più trafficate della città, un’autentica sciagura:

Ma basta attraversare il viale e ci troviamo subito al parco Amendola Sud. Questo parco è molto più giovane rispetto al precedente: non ricordo quando fu realizzato, ma ricordo con certezza che, non appena lo vidi la prima volta, rimasi molto delusa. Pur essendo molto grande e avendo due laghi, infatti, ha il difetto di avere troppe collinette senza alberi; in più, ci sono parecchi sedili ridicoli, rotondi e di cemento, scomodissimi ma gabellati per grandi novità, e spesso posti lontano dagli alberi. Però è un parco molto frequentato e ciò non mi stupisce, anche perché ci sono alcuni bar e i due laghi attirano chi ama pescare. Stamattina il parco era pieno di persone di tutte le età, compresi parecchi baldi umarells in riva ai laghi, intenti a socializzare e a parlare di pesci. Qualche foto:

Dopo aver attraversato tutto il parco, usciamo su via Panni. Qui passa la ferrovia lungo la quale viaggia Gigetto, il trenino che collega Modena a Sassuolo e che è fonte di rabbia per molti cittadini, che detestano doversi fermare ai passaggi a livello. Dalla foto s’intuisce che siamo quasi in campagna:

Da qui si possono intravedere le colline in lontananza:

Proseguendo lungo via Panni, si può svoltare a sinistra e poi camminare fino alla chiesa di Saliceta san Giuliano, in aperta campagna; ma oggi non ho osato farlo perché mi sarei allontanata troppo da casa.

Da via Panni torniamo indietro, ripercorriamo il parco Amendola Sud e poi usciamo sul viale per tornare finalmente al mio amato parco Amendola Nord. Eccolo di nuovo:

Sentieri che assomigliano a stradine di campagna, erba un po’ alta, fiori: questo è per me un vero parco.

E adesso torniamo a casa, a rinchiuderci nella solita tana. Con grande gioia, sulla via del ritorno ho incontrato Mia, una splendida gattona che vive vicino al mio palazzo e che è la cocca di tutta la strada. Grassa, molto socievole, chiacchierona – miagola spesso e corre incontro a tutti -, Mia è una vera delizia per gli occhi:

La morte nel villaggio

Trama

A  St.  Mary  Mead, quieto  villaggio  della  campagna  inglese, viene  ucciso  il  colonnello  Protheroe, un  uomo  arrogante  e  molto  avaro. Il  cadavere  del  colonnello  è  rinvenuto  nella  biblioteca  del  vicario  del  paese, Leonard  Clement. Ben  presto  l’assassino  si  costituisce: si  tratta  del  pittore  Lawrence  Redding, che  ha  una  relazione  con  la  moglie  di  Protheroe. Quando  sembra  che  il  caso  sia  risolto, emergono  però  molti  dubbi: il  racconto  del  pittore  non  convince  gli  investigatori, perché  presenta  alcuni  lati  oscuri  e  sembra  non  accordarsi  con  le  tempistiche  del  delitto. Il  giovane  viene  quindi  rilasciato  e  la  vicenda, almeno  in  apparenza,  si  complica. Ma  grazie  alla  presenza  di  Miss  Marple, innocua  vecchietta  dedita  al  lavoro  a  maglia, al  giardinaggio  e  al  pettegolezzo, il  mistero  viene  svelato.

Commento

Pubblicato  nel  1930, La  morte  nel  villaggio  è  il  primo  romanzo  di  Agatha  Christie  in  cui  compare  la  figura  di  Miss  Marple. La  vicenda  viene  raccontata  attraverso  il  punto  di  vista  del  vicario  Leonard  Clement; ciò  significa  che  il racconto  di  tutti  gli  eventi  e  le  riflessioni  su  di  essi  sono   influenzati  dalla  personalità  del  vicario, un  uomo  dotato  di  notevole  ironia  e  autoironia, elementi  che  conferiscono  al  romanzo  un  tono  vagamente  scanzonato.

Come  sempre   avviene  nelle  opere  della  Christie, anche  qui  compaiono  numerosi  personaggi. In  alcuni  casi  sono  figure  appena  abbozzate  o  caratterizzate  in  modo  superficiale, mezzi  utili  a  creare  una  certa  suspense  e  a  complicare  l’intreccio  attraverso  una  fitta  rete  di  sottotrame  o  di  piccoli  misteri. Del  resto, si  tratta  di  un  espediente  tipico  della  Christie,  un  espediente  che, a  mio  parere,  costituisce  anche  il  limite  più  evidente  della  sua  produzione  letteraria, perché  a  volte  dà  luogo  alla  creazione  di  personaggi  privi  di  autentico  spessore  psicologico, a  situazioni  poco  realistiche  e  a  troppi  colpi  di  scena  fini  a  se  stessi.

Al  di  là  di  ciò, in  quest’opera  il  dato  interessante – quello  che  spicca  su  tutto –  è  l’impietosa  e  acuta  descrizione  di  alcuni  personaggi. Come  si  è  detto, è  il  vicario  del  paese, Leonard  Clement, a  raccontare  gli  eventi,  e  lo  fa  dal  suo  punto  di  vista, con  sottile  e  persistente   ironia  e  senza  alcuna  indulgenza  per  nessuno, neppure  per  se  stesso. Il  romanzo  è  dunque  ferocissimo  perché  nessuno  si  salva, neppure  il  narratore  e  Miss  Marple: ciascuno  ha  le  proprie  manie, i  propri  limiti, le  proprie  cattiverie  più  o  meno  segrete, i  propri  pensieri  inconfessabili, le  proprie  meschinità. Solo  che  tutto  ciò  viene  narrato  con  garbo, con  disinvoltura, quasi  con  leggerezza. Probabilmente  è  questo  il  pregio  maggiore  de  La  morte  nel  villaggio, ossia  la  capacità  di  mostrare  i  lati  peggiori  della  natura  umana  in  maniera  molto  scorrevole  e, a  tratti, divertente.

Qualche  anticipazione

Miss  Marple  entra  in  scena  per  la  prima  volta  a  casa  del  vicario. Qui, insieme  ad  altre  donne, è  stata  invitata  per  un  tè  da  Griselda, la  giovane  moglie  di  Leonard  Clement. Ed  è  Leonard, il  narratore, a  dire: Miss  Marple  è  una  vecchietta  coi  capelli  bianchi  e  dai  modi  sempre  molto  timidi  e  mansueti. La  signora  Wetherby  è  un  misto  di  miele  e  aceto. Miss  Marple  è  certamente  la  più  pericolosa  delle  due.

Nel  corso  del  tè  e  dei  tanti  pettegolezzi  che  l’accompagnano, la  pericolosa  Miss  Marple  dispensa  perle  di  saggezza  e, soprattutto, dichiara: «Caro  vicario, lei  non  è  abbastanza  uomo  di  mondo. Temo  che  osservando  la  natura  umana  per  molto  tempo, come  ho  fatto  io, si  arrivi  a  non  fidarsene  troppo. Ammetto  che  le  chiacchiere  e  i  pettegolezzi  possono  essere  nocivi  e  poco  caritatevoli, ma  molto  spesso  sono  anche  veri, non  le  pare?». Miss  Marple, insomma, è  una  vecchia  arpia  dotata  di  grande  buon  senso, esperienza, lucidità  e  disincanto, tutte  caratteristiche  che  le  consentono  di  risolvere  misteri  più  o  meno  complessi. Perché, come  lei  stessa  afferma  più  volte  nel  romanzo, la  natura  umana  è  quella  che  è. Compresa  la  sua.

Ma  anche  il  vicario, accusato  da  Miss  Marple  di  non  essere  abbastanza  uomo  di  mondo, ha  le  sue  pecche. Verso  la  fine  dell’opera, infatti, Clement  trova  un  suo  collaboratore  agonizzante  e  non  chiama  alcun  aiuto. Quando  il  colonnello  Melchett,  incaricato  delle  indagini,  gli  chiede  perché  mai  non  abbia  chiamato  il  dottore, Leonard  Clement  commenta  così: per  fortuna  Melchett  non  sospetta  mai  che  uno  possa  avere  idee  differenti  dalle  sue. In  altre  parole, soccorrere  un  moribondo  è  soltanto  questione  di  gusti  personali. Basta  questo  a  far  comprendere  la  sottile  ferocia  che  percorre  tutto  il  romanzo.

A  chi  è  consigliato: a  chi  ama  svagarsi  con  i  gialli, senza  eccessive  pretese, ma  vuole  anche  immergersi  in  una  narrazione  ricca  di  ironia  e  scorrevole. Forse  è  uno  dei  migliori  romanzi  della  Christie.

Omaggio d’aprile


È una benedizione riuscire a sentirsi così, ancora bambini nonostante tutto. È un dono d’aprile, un omaggio di primavera, un regalo che non turba e non abbaglia, ma invade l’anima silenziosamente inondandola di luce.

È il giallo dei fiori, il verde della campagna intorno, l’alba accompagnata dal riposo tranquillo, il vento leggero che sussurra ai ricordi. È il tramonto screziato di rosa, che promette sogni e custodisce segreti.