Buon Ferragosto

Posso dire che non mi è mai importato quasi nulla di Ferragosto? Lo so, sono impopolare. Da ragazzina mi sembrava una festa inutile, visto che ad agosto ero già in vacanza da tempo, e perciò la ricorrenza del 15 mi sembrava superflua e un po’ ridicola. Da adulta, le cose non sono cambiate: se ad agosto sono in vacanza, questa festa mi è indifferente; se, invece, mi trovo in città, mi è indifferente allo stesso modo.

Quest’anno, però, sono contenta del fatto che la ricorrenza cada di sabato e quindi si possa parlare, un po’ pomposamente, del week-end di Ferragosto. Sarà che abbiamo vissuto la quarantena da Covid-19, sarà che ci siamo sentiti tutti un po’ in prigione, sarà quel che sarà, ma quest’anno il povero, inutile Ferragosto mi è quasi simpatico. Adoro il silenzio del mio quartiere, adoro la calma con cui le tante persone che si trovano in città stanno affrontando questo fine settimana. E, soprattutto, sono contenta di poter rimandare al prossimo lunedì ogni incombenza, compresi i pensieri meno felici.

E allora buon Ferragosto a chiunque passerà su questo blog.

Pomeriggio di marzo

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Ore  16:39. Inizio  a  scrivere  questo  post  felicemente  seduta  alla  mia  scrivania, mentre  la  quieta  luminosità  del  pomeriggio  filtra  attraverso  i  vetri  delle  finestre  chiuse. Il  momento  è  magico: è  quel  prezioso, indecifrabile, delicato  intermezzo  tra  una  stagione  e  l’altra, pervaso  da  una  calma  dolcezza  che  invade  lo  spirito  lasciandolo  sereno  e  stupefatto.

Ore  16:54. All’inizio  di  dicembre, a  quest’ora  era  già  buio. Oltre  i  vetri  delle  finestre, era  una  lunga, estenuante  notte, dispensatrice  d’insondabili  misteri  e  custode  di  tanti  segreti. Era  l’introversione  pura, la  necessità  di  ritirarsi  in  se  stessi, il  desiderio  di tacere  e  raccogliersi, l’amore  per  le  stanze  chiuse. Adesso, la  luce  sicura  ma  non  troppo  intensa  è  invece  un  invito  a  pensare  e, nel  contempo, a  uscire, a  raggiungere  il  mondo, a  prendere  ciò  che  può  offrire.

Ore  17:01. Si  pensa  ai  prati, alle  prime  viole, al  primo  grande  amore, a  fuggire  verso  la  spensieratezza. Ma  poi, da  brave  persone  abituate  a  rispettare  i  propri  doveri  e  a  recitare  la  parte  che  ci  è  stata  assegnata, si  torna  ai  consueti  impegni, al  solito  copione. In  attesa  che  la  primavera  dispieghi  tutti  i  suoi  doni.

Segreto d’inverno


L’inverno si è vestito di grigio e di nero. Il pomeriggio è squallido, eppure l’atmosfera cupa non riesce a influenzare il mio umore.

Ho pubblicato l’immagine associata a questo post già un’altra volta, durante l’estate del 2010. Si tratta di uno splendido dipinto di Silvestro Lega dal titolo La visita. Credo che si accordi alla perfezione con il clima di questa giornata.

È un dipinto che mi affascina perché, pur mostrando con notevole efficacia i toni e la tristezza che pervadono le giornate di questa stagione, non suscita in me alcuna malinconia: c’è qualcosa di caldo e di profondamente umano a pervaderlo nell’insieme, e non è soltanto merito dell’abbraccio delle due donne in primo piano. Mi colpisce in modo particolare la figura femminile sullo sfondo a destra, quella che sta per arrivare, perché mi trasmette un profondo, inspiegabile senso di calma. È come se, in questo straordinario quadro, fossero racchiuse una saggezza antica, la chiave della serenità, il segreto dell’esistenza.

Le foglie mute


Sono giornate molto fredde. Quest’anno l’autunno, bizzarro e indisciplinato, ci ha trascinati dal caldo quasi estivo di ottobre al gelo invernale di un novembre splendido e assorto. Ma i colori sono quelli della stagione di mezzo, e forse potremo apprezzarli ancora se l’autunno non sarà egoista.

Domenica di sole, che avvolge la strada silenziosa e accompagna il riposo pomeridiano sommessamente. Una domenica d’autunno da trascorrere con calma, fra una poltrona morbida e uno sguardo oltre la finestra nell’attesa della fine del giorno.

L’autunno se ne sta andando, ma le foglie restano mute nonostante il vento.

Il cambiamento


Non è facile abituarsi, perché il cambiamento è radicale. Certi colori sono definitivamente scomparsi, certi pensieri sono freddi come il ghiaccio, e alcune parole sono venute meno per lasciare spazio a interminabili silenzi.
Capita di riconoscersi a stento, di guardare al proprio passato scorgendo i tratti confusi di un altro io, ormai sepolto per sempre sotto il peso del tempo trascorso.

Non è facile abituarsi, ma occorre farlo. Allora, con infinita pazienza, si osserva l’orizzonte ritrovando la calma. In fondo, è un’altra primavera: si guarda il cielo, si scorge l’azzurro e si ascolta il canto del vento, affettuoso e discreto come pochi.
I fiori, muti compagni di quiete ore solitarie, sanno ogni cosa e comprendono.

(Nell’immmagine, il dipinto Signora in terrazza di Cristiano Banti)

Passaggio d’autunno


La gioia più intensa, quella che invade l’anima donandole infinito calore, si ha nel momento di passaggio, quando aria e luce mutano segnando la fine dell’estate, ma tutto avviene senza enfasi, con elegante discrezione.

Il sole resta ad accompagnare sogni e pensieri, ma finalmente l’autunno volge i suoi occhi su di noi. La sua calma è ammirevole, il suo sguardo è limpido: per ora si accontenta di apparire sullo sfondo o quasi di nascosto. Qualcuno direbbe che è timido o troppo reticente o privo d’energia. Ma in realtà è soltanto saggio.

Gli alberi


Sembra che stia sorridendo, con i suoi rami tesi e il manto bianco a ricoprirlo; sembra contento nonostante l’inverno e il gelo.
Gli alberi m’infondono sempre serenità. Fermi, tranquilli, solidi, hanno una calma dignità che seduce senza turbare. La loro ammirevole discrezione li rende compagni straordinari in ogni occasione: sono presenti ma senza invadenza, sono lì ad aspettarci ma senza farsene accorgere, riescono a consolarci senza infliggerci penose umiliazioni. A volte penso che gli alberi siano ottimi insegnanti.

Finalmente il silenzio

notte
Finalmente il silenzio. È tardi: le tenebre hanno avvolto la città.
A quest’ora mi piace scostare la tenda della finestra della mia camera e guardare, attraverso le persiane, i lampioni accesi sulla strada scura. Quei lampioni m’infondono pace. Sono il segno che tutto è tornato calmo, che l’affannarsi sconnesso e a volte inutile del giorno ha lasciato il posto a una dignitosa compostezza.

Adesso posso liberare i miei pensieri, adesso posso aprire la porta dell’angusta cella in cui li avevo rinchiusi, in attesa di poterli avere tutti per me.
I lampioni accesi sulla strada vuota illuminano anche la mia mente, le fanno compagnia, discreti e attenti, mentre cerca soluzioni, percorre vie sconosciute e connette colorate immagini a creare fantasie.

Finalmente tutto tace, complice anche il freddo di questa serata inclemente. Sebbene sia molto difficile riposare, almeno il frastuono del giorno è cessato.

(L’immagine è tratta da: http://vitappunti.wordpress.com)

Enigmatica immobilità


Talvolta, l’immobile calma dei laghi sembra celare un’enigmatica minaccia. Tanta tranquillità non può essere reale. Questo è il potente fascino che avvolge certi straordinari paesaggi: una solarità diffusa che però, repentinamente, può trasformarsi in tempesta o in un grigio soffocante. Il fascino dell’ignoto, dell’imprevedibile, dell’improvviso contrasto.

(In foto potete ammirare il Lago Trasimeno)