Talvolta aprile

Questa mattina il freddo era quello autunnale, così come il pallore del cielo; intorno il silenzio, un silenzio profondo – e poi un brivido improvviso.

Talvolta aprile imita ottobre, forse per noia, forse per divertirsi, forse perché non sa che altro fare. E ci lascia così, quasi disorientati, persino disfatti – come a non voler capire.

Di eccessi e Luna Park

La  prima  volta  che  ebbi  l’occasione  di  andare  al  Luna  Park  senza  mia  madre  fu  a  dodici  anni. Con  me  vennero  cinque  persone  fra  ragazzini  e  ragazzine:  tre  compagni  di  scuola  con  cui, alle  medie, ero  molto  affiatata, e  due  amichette  mie  vicine  di  casa. Da  brava  bambina, non  dissi  nulla  a  mia  madre  di  ciò  che  avrei  fatto  quel  pomeriggio,  per  evitare  di  vederla  ansiosa  e  piena  di  mille  paure:  non  desiderava, infatti, che  io  andassi  in  un  luogo  simile  senza  la  sua  presenza. Ma a  quell’età  scalpitavo  per  prendermi  qualche  piccola  libertà  e  non  avevo  alcuna  intenzione  di  perdere  la  possibilità  di  divertirmi  scatenandomi  senza  inibizioni  e  controlli. Così  mentii  sostenendo  con  disinvoltura  che  sarei  andata  al  parco  Tal  dei  Tali  con  alcuni  amici,  e  me  la  svignai  da  casa  con  moto  accelerato.  Era  una  bellissima  giornata  di  aprile, uno  splendore  di  primavera  dolcissima, ed  io  e  il  mio  gruppetto  eravamo  felici  come  lo  si  può  essere  quando  finalmente  si  pensa  solo  a  divertirsi, lasciandosi  alle  spalle  ogni  dovere.

Giunti  nel  luogo  tanto  agognato, cominciammo  a  fare  un  interessante  giro  di  ricognizione. Io, che  all’epoca  non  temevo  nulla, iniziai  subito  a  mettere  gli  occhi  su  tutte  le  giostre  più  ‘pericolose’  e  il  mio  sguardo  di  fuoco  cadde  presto  sull’Enterprise. Ne  ricordo  ancora  il  nome  perché  fu  un’esperienza  particolare: si  trattava  di  un’enorme  ruota  con  tante  navicelle  graziosamente  attaccate  e  tutte  penzolanti; dapprima  la  ruota  girava  su  stessa  lentamente  rimanendo  in  sicura  posizione  orizzontale, ma  poi   si  alzava  verticalmente  rispetto  al  suolo  e  i  soggetti  dentro  le  navicelle  giravano  beatamente  con  la  testa  all’ingiù. Attenzione, non  bisogna  confondere  questo  coso  con  la  Ruota  Panoramica, che  è  molto  più  tranquilla, sicura  e  monotona. Di  quest’ultima  non  ne  volli  sapere  perché, con  l’arroganza  dei  dodici  anni,  la  giudicai  adatta  a   gente  senza  sangue  nelle  vene  e  soprattutto  ai  pensionati. Mi  scuso  coi  pensionati, ovviamente, ma  purtroppo  a  quell’età  la  pensavo  così.

Siccome  su  ciascuna  delle   graziose  navicelle  c’era  posto  per  due, con  piglio  sicuro  e  voce  un  po’  prepotente – eh, che  ci  posso  fare? – chiesi  ai  cinque  del  mio  gruppo: “Chi  viene  con  me?”. Risultato: silenzio  di  tomba, sguardi  abbassati  e  tanta  incertezza. Le  due  ragazzine  non  ne  volevano  proprio  sapere, mentre  i  tre  maschietti  non  osavano  mostrare  la  propria  paura  e  prendevano  tempo, ma   si  capiva  che  avrebbero  preferito  andarsene  altrove. Fu  così  che  io  mi  rivolsi  a  Stefano, un  bravo  bambino  mio  compagno di  classe, e  tutta  giuliva  intimai: “Forza, vieni  con  me!”.  Il  poveretto  avrebbe  forse  potuto  rifiutare? Zitto  e  sottomesso   mi  seguì  prendendo  posto  dentro  il  coso  infernale, mentre  gli  altri   restarono  fermi  a  guardarci  incuriositi.

Una  volta  seduti  dentro  la  navicella, la  mia  gioia  infantile  non  ebbe  limiti. Appena  l’Enterprise  cominciò  a  girare, mi  sentii  entusiasta  e  piena  di  vita; quando  poi  si  alzò  in  verticale  aumentando  la  velocità, mi  sembrò  di  aver  toccato  il  cielo  con  un  dito:  vedere  il  mondo  tutto  capovolto  fu  un’esperienza  da  lasciarmi  senza  fiato.  Poi  il  giro  finì; ma,  a  una  come  me, tanto  amante  del  brivido,  poteva  forse  bastare  soltanto  un  giro? Certo  che  no.   E  così  ne  feci  un  altro  insieme  a  non  ricordo  chi.

Successivamente  fu  la  volta  delle  Montagne  Russe  e  subito  dopo  del  cosiddetto  Tokaido, una  specie  di  treno  scoperto  che  correva  forte  in  un  percorso  da  brivido   tipo  Montagne  Russe. In  questa  mia  frenetica  corsa  al  rischio, agevolata  dal   senso  di  eternità  che  sempre  accompagna  l’estrema  giovinezza, non  mancarono  divertimenti  più  tranquilli, tipo  la  visita  alla  cosiddetta  Casa  degli  Orrori, un’autentica  ciofeca: si  entrava  in  un  tunnel  buio  e, di  colpo, compariva  una  luce  a  mostrare  un  patetico  scheletro  di  gomma  e  un  mostriciattolo  di  cui  non  ricordo  le  sembianze. Quasi  inutile  aggiungere  che  uscii  dal  tunnel  disgustata  e  annoiata.

Di  quel  giorno  non  ricordo  altro, ma  i  fatti  che  ho  riportato  sono  ancora  vivi  nella  mia  mente  perché  rappresentarono  una  piccola  affermazione  di  libertà, fatta  attraverso  una  fuga  dall’universo  familiare  e  dalle  sue  restrizioni. Del  resto, il  processo  di  crescita  prevede  anche  queste  piccole  marachelle. E  per  finire, con  gioia  profonda  e  incomparabile  emozione  vi  mostro  l’indimenticabile   Enterprise:  🙂