Il prete bello

Trama

Vicenza, 1938-1940. Il piccolo Sergio vive in un quartiere molto povero e, insieme ad altri bambini indigenti, cerca in ogni modo di procurarsi un po’ di denaro o di cibo. Gli stratagemmi sono tanti, ma uno, in particolare, sembra più efficace di altri: adattarsi a fare da informatori e confidenti di un gruppo di devote cattoliche, tutte innamorate di don Gastone, un prete di bell’aspetto che ha anche scritto un libro. Sergio e il suo amico Cena, fra alterne fortune, spiano le mosse del prete per riferirle alle pie signorine, alimentando così la loro passione e ottenendo in cambio soldi o regali. Il prete, intanto, s’approfitta delle cortesie di tutte queste donne, e soprattutto della ricchezza della signorina Immacolata, che addirittura regala a don Gastone una bella macchina nuova. Don Gastone, però, s’innamora di una giovane prostituta, di cui diventa gelosissimo. A un certo punto il prete s’ammala gravemente e il piccolo Cena finisce in riformatorio. Sullo sfondo delle vicende c’è il fascismo con i suoi riti, la sua ideologia e l’acritico asservimento delle masse.

Commento

Il prete bello (1954) è un romanzo di Goffredo Parise. La trama è incentrata sulle vicende di un gruppo di persone che vivono in un quartiere povero di Vicenza, in un caseggiato miserabile fra topi e immondizie. A distinguersi è soltanto la signorina Immacolata, ricca proprietaria di molti appartamenti e amica di don Gastone. La sua devozione nei confronti del sacerdote è totale, così come quella di altre donne del caseggiato, disposte a qualsiasi cosa pur di ottenere un po’ d’attenzione da parte del prete. Don Gastone, infatti, è la figura quasi mitica intorno alla quale s’addensano, con rara intensità, i desideri e le ingenue fantasie di molte, giovani e meno giovani; peraltro don Gastone, abilissimo diplomatico sempre impegnato a fingere modestia, riesce a sfruttare tanta ammirazione a proprio vantaggio, senza mai compromettersi con nessuna di costoro. Quando però scrive un libro, che nessuno comprerebbe se non intervenisse provvidenzialmente la signorina Immacolata ad aiutarlo, perde la testa e non nasconde il suo narcisismo, pretendendo recensioni e attenzioni ovunque possa trovarle:

Non stava più quieto. Andava qua e là, a visite, a salotti, sempre di corsa, la sottana al vento: […] il suo bel saluto romano, teso, faticoso, al federale, vice-federale e uffici minori, giù, fino agli uscieri. Lettere sopra lettere, da un capo all’altro d’Italia, a tutti i giornali, a tutti i critici. Spedì una lettera anche a D’Annunzio […].

Ma, alla fine del romanzo, questo prete tanto desiderato e baciato dalla fortuna è vittima della tubercolosi, e la sua stella smette di brillare:

Tutto il rione aveva dimenticato don Gastone e la notizia di una malattia così disonorevole gli aveva strappato di dosso ogni fascino. Inoltre si avvicinava l’inverno e bisognava far legna o passare le giornate a trovare espedienti per procurarsela.

Nel romanzo, la squallida quotidianità delle persone più indigenti è evocata in modo realistico, con abbondanza di dettagli e senza lasciare nulla all’immaginazione, ma con un tono così scanzonato e ironico da sfociare spesso nella descrizione di irresistibili scene comiche. Un esempio emblematico è rappresentato dalla compiaciuta insistenza con cui l’autore descrive il gabinetto del cavalier Esposito, ex carceriere capo delle prigioni di San Biagio. Esposito è molto orgoglioso di questo gabinetto, perché rappresenta un mezzo di distinzione sociale in quel palazzo di derelitti:

Il cav. Esposito possedeva due beni, ché tali si possono chiamare, tanto in senso spirituale che materiale, a cui teneva molto più che alle figlie, ai baffi e al cavalierato. Due beni che riassumevano tutti i suoi principi e credenze […]. Questi beni erano il Duce e il gabinetto. I problemi sociali egli li concentrava per lo più nel gabinetto, uno sgabuzzo cupo con una feritoia dall’aspetto sinistro, sospeso all’altezza dei tetti, sul cortile. Questo sgabuzzo possedeva però il water […]. L’aveva fatto installare a sue spese con entusiasmo senza pari, noncurante dei dubbi dell’idraulico circa la solidità e la portata delle travicelle del pavimento […]Un grande accanimento poneva nel difendere il luogo da ogni desiderio altrui, e i desideri, in un edificio dove abitavano una trentina di famiglie con un solo gabinetto, erano senza posa impellenti. […]Nessuno del resto, salvo in casi disperati, tentava l’assalto al gabinetto, e il cav. Esposito aveva così modo di ammirarlo e di tesserne le lodi a se stesso e ad altri con una certa sicurezza.

Nel romanzo spicca anche la figura di Cena, che è figlio di una donna alcolizzata e vive in condizioni di estremo degrado. Per sopravvivere, Cena è disposto a tutto:

[…]in Cena l’istinto di imbrogliare il prossimo era connaturato, faceva parte del suo corpo come una vena di sangue in più. […]Ma […] alla fine bastava parlargli un po’, commuoverlo, e lui dava, donava, divideva al punto che non gli restava in tasca che poco o niente.

Nella descrizione di tanta miseria, a volte il tono dell’autore perde la consueta ironia per farsi vibrante di profonda partecipazione emotiva, soprattutto quando rievoca la gioia infantile dei bambini durante le feste natalizie, quando tratteggia l’entusiasmo di Sergio nel ricevere in dono una bellissima bicicletta nuova rossa fiammante e alla fine, quando Cena viene mostrato per ciò che effettivamente è, un povero essere inchiodato dal suo destino, cioè dalle condizioni materiali in cui si è trovato a vivere, a comportarsi da ladro, pur avendo l’anima e il candore di un bambino.

Lo stile del romanzo è scorrevole e, nello stesso tempo, caratterizzato da una notevole ricchezza lessicale; inoltre si distingue per le molte metafore e similitudini che identificano gli esseri umani con gli animali, abbassando così i primi alla loro dimensione puramente biologica. Un’altra particolarità del testo è la frequente, minuziosa descrizione di interni, borghesi e miserabili, e di oggetti di ogni tipo, spesso superflui e di cattivo gusto, anche oggetti minuti e insulsi come le piume di strani cappellini o i bottoni dei vestiti, tutti catturati attraverso immagini molto vivide e intense, che sembrano richiamare suggestioni proprie della poetica crepuscolare.

Perché leggere questo romanzo:

– perché è la rievocazione dei modi di vita e dei valori di un determinata epoca storica, lo spaccato fedele di una piccolissima realtà della provincia italiana, che diventa una fotografia di quel tempo, un modo per conoscere quel passato non troppo lontano.

– perché, nonostante il crudo realismo di tante immagini, la miseria è raccontata con accenti lievi e spesso comici. E questo è probabilmente l’unico modo per renderla pienamente leggibile e accettabile sulla pagina scritta.

L’impeccabile educatrice

banchi

Stavo  pensando, pochi  minuti  fa, alla  possibilità  di  scrivere  un  post  bamboccione; ma  proprio  questa  parola  mi  ha  fatto  tornare  in  mente  gli  insulti  che  la  nostra  maestra, alle  scuole  elementari, era  solita  riferirci  quando  si  trovava  in  stato  di  nervosismo  acuto. In  simili  circostanze, spalancava  la  bocca  e  ci  urlava: “BAMBOCCI!”. Era  un  fatto  frequente  perché  la  poveretta  era  frustrata – svolgeva  quel  mestiere  per  forza – e  insoddisfatta, per  cui  si  sfogava  come  poteva.

Le  scene  peggiori, però, erano  quelle  che  riservava  a  una  certa  Michela, una  mia  compagna  di  classe  buona  e  simpatica  ma  completamente  disinteressata  allo  studio. La  maestra  si  abbandonava  spesso  a  scene  che  non  avrei  mai  voluto  vedere: quando  si  accorgeva  che  la  povera  Michela  era, oltre  che  palesemente  distratta, anche  molto  annoiata, la  prendeva  per  il  collo, stringendolo,  e  la  alzava  da  terra  fecendola  diventare  tutta  paonazza. Ovviamente  gli  altri  bambini – i  bambini  non  sono  mai  angioletti  buoni  con  l’aureola  in  testa, come  invece  certa  stucchevole  retorica  vuole  farci  credere – di  fronte  a  queste  scene  ridevano  a  crepapelle  e  si  divertivano  a  chiamarla  asina, cretina  e  così  via. Col  suo  pessimo  comportamento, la  maestra  non  solo  compiva  atti  che  un  educatore  non  dovrebbe  mai  permettersi, ma  addirittura  aizzava  gli  istinti  peggiori  insiti  nei  bambini  della  nostra  classe. Un  esempio  orribile, un  fatto  indecente. Eppure  era  considerato  normale  da  tutti, genitori  compresi. Non  l’ho  mai  dimenticato.

 

Di eccessi e Luna Park

La  prima  volta  che  ebbi  l’occasione  di  andare  al  Luna  Park  senza  mia  madre  fu  a  dodici  anni. Con  me  vennero  cinque  persone  fra  ragazzini  e  ragazzine:  tre  compagni  di  scuola  con  cui, alle  medie, ero  molto  affiatata, e  due  amichette  mie  vicine  di  casa. Da  brava  bambina, non  dissi  nulla  a  mia  madre  di  ciò  che  avrei  fatto  quel  pomeriggio,  per  evitare  di  vederla  ansiosa  e  piena  di  mille  paure:  non  desiderava, infatti, che  io  andassi  in  un  luogo  simile  senza  la  sua  presenza. Ma a  quell’età  scalpitavo  per  prendermi  qualche  piccola  libertà  e  non  avevo  alcuna  intenzione  di  perdere  la  possibilità  di  divertirmi  scatenandomi  senza  inibizioni  e  controlli. Così  mentii  sostenendo  con  disinvoltura  che  sarei  andata  al  parco  Tal  dei  Tali  con  alcuni  amici,  e  me  la  svignai  da  casa  con  moto  accelerato.  Era  una  bellissima  giornata  di  aprile, uno  splendore  di  primavera  dolcissima, ed  io  e  il  mio  gruppetto  eravamo  felici  come  lo  si  può  essere  quando  finalmente  si  pensa  solo  a  divertirsi, lasciandosi  alle  spalle  ogni  dovere.

Giunti  nel  luogo  tanto  agognato, cominciammo  a  fare  un  interessante  giro  di  ricognizione. Io, che  all’epoca  non  temevo  nulla, iniziai  subito  a  mettere  gli  occhi  su  tutte  le  giostre  più  ‘pericolose’  e  il  mio  sguardo  di  fuoco  cadde  presto  sull’Enterprise. Ne  ricordo  ancora  il  nome  perché  fu  un’esperienza  particolare: si  trattava  di  un’enorme  ruota  con  tante  navicelle  graziosamente  attaccate  e  tutte  penzolanti; dapprima  la  ruota  girava  su  stessa  lentamente  rimanendo  in  sicura  posizione  orizzontale, ma  poi   si  alzava  verticalmente  rispetto  al  suolo  e  i  soggetti  dentro  le  navicelle  giravano  beatamente  con  la  testa  all’ingiù. Attenzione, non  bisogna  confondere  questo  coso  con  la  Ruota  Panoramica, che  è  molto  più  tranquilla, sicura  e  monotona. Di  quest’ultima  non  ne  volli  sapere  perché, con  l’arroganza  dei  dodici  anni,  la  giudicai  adatta  a   gente  senza  sangue  nelle  vene  e  soprattutto  ai  pensionati. Mi  scuso  coi  pensionati, ovviamente, ma  purtroppo  a  quell’età  la  pensavo  così.

Siccome  su  ciascuna  delle   graziose  navicelle  c’era  posto  per  due, con  piglio  sicuro  e  voce  un  po’  prepotente – eh, che  ci  posso  fare? – chiesi  ai  cinque  del  mio  gruppo: “Chi  viene  con  me?”. Risultato: silenzio  di  tomba, sguardi  abbassati  e  tanta  incertezza. Le  due  ragazzine  non  ne  volevano  proprio  sapere, mentre  i  tre  maschietti  non  osavano  mostrare  la  propria  paura  e  prendevano  tempo, ma   si  capiva  che  avrebbero  preferito  andarsene  altrove. Fu  così  che  io  mi  rivolsi  a  Stefano, un  bravo  bambino  mio  compagno di  classe, e  tutta  giuliva  intimai: “Forza, vieni  con  me!”.  Il  poveretto  avrebbe  forse  potuto  rifiutare? Zitto  e  sottomesso   mi  seguì  prendendo  posto  dentro  il  coso  infernale, mentre  gli  altri   restarono  fermi  a  guardarci  incuriositi.

Una  volta  seduti  dentro  la  navicella, la  mia  gioia  infantile  non  ebbe  limiti. Appena  l’Enterprise  cominciò  a  girare, mi  sentii  entusiasta  e  piena  di  vita; quando  poi  si  alzò  in  verticale  aumentando  la  velocità, mi  sembrò  di  aver  toccato  il  cielo  con  un  dito:  vedere  il  mondo  tutto  capovolto  fu  un’esperienza  da  lasciarmi  senza  fiato.  Poi  il  giro  finì; ma,  a  una  come  me, tanto  amante  del  brivido,  poteva  forse  bastare  soltanto  un  giro? Certo  che  no.   E  così  ne  feci  un  altro  insieme  a  non  ricordo  chi.

Successivamente  fu  la  volta  delle  Montagne  Russe  e  subito  dopo  del  cosiddetto  Tokaido, una  specie  di  treno  scoperto  che  correva  forte  in  un  percorso  da  brivido   tipo  Montagne  Russe. In  questa  mia  frenetica  corsa  al  rischio, agevolata  dal   senso  di  eternità  che  sempre  accompagna  l’estrema  giovinezza, non  mancarono  divertimenti  più  tranquilli, tipo  la  visita  alla  cosiddetta  Casa  degli  Orrori, un’autentica  ciofeca: si  entrava  in  un  tunnel  buio  e, di  colpo, compariva  una  luce  a  mostrare  un  patetico  scheletro  di  gomma  e  un  mostriciattolo  di  cui  non  ricordo  le  sembianze. Quasi  inutile  aggiungere  che  uscii  dal  tunnel  disgustata  e  annoiata.

Di  quel  giorno  non  ricordo  altro, ma  i  fatti  che  ho  riportato  sono  ancora  vivi  nella  mia  mente  perché  rappresentarono  una  piccola  affermazione  di  libertà, fatta  attraverso  una  fuga  dall’universo  familiare  e  dalle  sue  restrizioni. Del  resto, il  processo  di  crescita  prevede  anche  queste  piccole  marachelle. E  per  finire, con  gioia  profonda  e  incomparabile  emozione  vi  mostro  l’indimenticabile   Enterprise:  🙂

Omaggio d’aprile


È una benedizione riuscire a sentirsi così, ancora bambini nonostante tutto. È un dono d’aprile, un omaggio di primavera, un regalo che non turba e non abbaglia, ma invade l’anima silenziosamente inondandola di luce.

È il giallo dei fiori, il verde della campagna intorno, l’alba accompagnata dal riposo tranquillo, il vento leggero che sussurra ai ricordi. È il tramonto screziato di rosa, che promette sogni e custodisce segreti.

D’infinito e di primavera


Sole, cielo azzurro, pomeriggi luminosi, aria frizzante e maliziosa: tutto concorre a suscitare il desiderio di muoversi, svagarsi, inventarsi una nuova esistenza, indossare abiti colorati, correre, scherzare. Svanita la severità dell’inverno, la mente si sbizzarrisce a immaginare, progettare, sognare e ricordare. Senza freni, senza timidezze, senza timori.

La primavera è frenesia difficile da contenere, energia pura che c’invita a giocare e a sdrammatizzare. Talvolta, a primavera si torna un po’ bambini: si vedono prati verdi persino sull’asfalto d’un viale cittadino, e s’avverte il profumo dei fiori e l’incanto delle colline nonostante la monotonia della pianura.

La primavera sa di sogni e d’infinito, ma sempre con un soave tocco di leggerezza: non si prende mai troppo sul serio, e questa è magia oltre che eterna saggezza.

Stranezze in bacheca


Ho ricevuto questo messaggio, ho riso molto e perciò lo pubblico. 😀 In fondo, ci regala anche un buon insegnamento: attenti a ciò che scriviamo e soprattutto a come lo scriviamo, perché l’effetto finale può essere molto stravagante.
____________

Annunci letti sulle bacheche delle parrocchie. E tutti veri.

– Per tutti quanti tra voi hanno figli e non lo sanno, abbiamo un’area attrezzata per i bambini!

-Giovedì alle 5 del pomeriggio ci sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al parroco nel suo ufficio.

– Il gruppo di recupero della fiducia in se stessi si riunisce Giovedì sera alle 7. Per cortesia usate le porte sul retro.

– Venerdì sera alle 7 i bambini dell’oratorio presenteranno l’Amleto di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia.

-Care signore non dimenticate la vendita di beneficenza! È un buon modo per liberarvi di quelle cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti.

– Tema della catechesi di oggi:”Gesù cammina sulle acque”. Catechesi di domani:”In cerca di Gesù”.

– Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia.

– Ricordate nella preghiera tutti quanti sono stanchi e sfiduciati della nostra parrocchia.

– Il torneo di basket delle parrocchie prosegue con la partita di mercoledì sera: venite a fare il tifo per noi mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re!

– Il costo per la partecipazione al convegno su “Preghiera e digiuno” è comprensivo dei pasti.

– Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare.

– Il parroco accenderà la sua candela da quella dell’altare. Il diacono accenderà la sua candela da quella del parroco e voltandosi accenderà uno a uno tutti i fedeli della prima fila.