Presenze in balcone

Sabato mattina di un bellissimo giorno di ottobre. Mi alzo contenta, faccio colazione con calma, penso che dovrò uscire per andare in centro. A un certo punto, tranquilla, fiduciosa e in pigiama, vado in bagno e, orrore!, mi prende un colpo: davanti alla finestra aperta, che si affaccia sul balcone, c’è un ragazzo sconosciuto che sta armeggiando con qualcosa. Uno sconosciuto, tutto pimpante e disinvolto, sul mio balcone, davanti alla finestra del bagno! Ma in uno o due secondi ho capito: è un muratore, uno di quelli che stanno lavorando per mettere il cappotto esterno al palazzo. Però non mi sarei mai aspettata di vederlo sul mio balcone di sabato. Anzi, mi sono alzata tutta contenta proprio perché, essendo sabato, ero convinta che non avrei dovuto sorbirmi i rumori che mi hanno straziato le orecchie durante la settimana.

Comunque, data la situazione, chiudo in fretta la finestra, abbasso le tapparelle fino a raggiungere il buio totale e accendo la luce: mi aspetta il sacro rito della doccia mattutina e quindi ho bisogno di privacy. 🚿

Ecco, il mio amato sabato è iniziato in questo modo un po’ bizzarro. Mi sono però consolata uscendo, perché la giornata è bellissima e, lungo i viali, le foglie cadono una dietro l’altra, quasi con passione, come se non dovessero smettere mai.

Sul balcone

Ho trascorso una bella Pasqua, nonostante tutto. Ho persino ricevuto telefonate di auguri che non mi aspettavo, telefonate da parte di parenti che non sentivo da molto tempo, anche da più di un anno. Per dirne una, ho ricevuto addirittura una chiamata da Sidney, in Australia. Immagino che sia il Coronavirus, almeno in parte, a spingere verso queste iniziative inconsuete: la paura, gli anni che passano, i lutti che si susseguono, il senso di solitudine, qualche rimpianto che affiora d’improvviso e altro, su cui stendo un velo di silenzio. In più, ho trascorso un’ora e mezza al telefono con mio cugino, con cui invece ho rapporti più stretti, e ci siamo attardati a parlare di tante cose, a rievocare vecchi ricordi d’infanzia.

La mia Pasquetta, invece, è trascorsa sul balcone, preziosissimo sfogo in questo periodo di quarantena. Ho scelto il balcone della cucina perché, in lontananza, vedo la torre Ghirlandina e perché, visto che si affaccia sulla strada, consente di osservare un campionario di umanità che cerca di trascorrere il tempo come può. Il balcone della camera da letto offre un panorama più bello, perché si affaccia sul parco e quindi su uno sfolgorio di verde e di rosa, ma purtroppo m’infonde sempre un profondo senso di malinconia, per cui tendo a rintanarmi su quello della cucina.

Sono stata sul balcone, dunque, per buona parte del pomeriggio. Avevo portato con me un libro, sicura che avrei letto; invece, come per magia, mi sono abbandonata languida al flusso del niente, ferma a osservare il mondo sotto di me e a lasciarmi accarezzare dalla leggera brezza di primavera.

E ho guardato, eccome se ho guardato. Ho visto un signore anziano camminare per almeno un’ora e mezza lungo la strada e nel parcheggio di fronte. Ha passeggiato svelto, senza cedimenti, concentrato, serio. Contemporaneamente sono comparsi uomini e cani. Un ragazzo, poveretto, ha arrancato dietro al suo cane che tirava il guinzaglio entusiasta, desideroso di correre a perdifiato: era il cane, insomma, a trascinare con forza il povero padroncino, che ha persino rischiato di cadere dentro a una buca. E poi qualche rara coppia, qualche breve scambio di parole davanti a portoni lontani, alcuni ragazzi intenti a correre, genitori e figli che hanno fatto volare un aquilone: tutto qui, nulla di grande, nulla d’importante – ammesso che vi sia qualcosa di grande, qualcosa d’importante, in questo faticoso passaggio.

Così la mia Pasquetta è volata via rapidamente, serena e senza scosse. E intanto sto progettando di arredare il balcone.

La fortuna di stare in casa

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Dal balcone della cucina vedo, davanti a me e oltre la strada, un grande parcheggio. Per tre stagioni all’anno, questa vista è parzialmente nascosta da bellissimi alberi; ma adesso questi alberi sono ancora spogli, e così posso osservare ciò che accade in quell’enorme spazio.

A causa della drammatica emergenza scatenata dal Covid-19, il parcheggio è in buona parte vuoto, e allora qualcuno lo sceglie per brevi passeggiate e piccoli sfoghi. Vedo una coppia che cammina in fila indiana, pur mantenendo una certa distanza di sicurezza: i due fanno il giro completo del parcheggio più volte, percorrendolo con invidiabile zelo e in maniera perfetta, lungo i quattro lati e senza trascurarne neppure gli angoli; in lontananza, vicino all’area dedicata al bike-sharing, un ragazzo si diverte sul suo skateboard con tutta l’energia della sua giovane età. Poi intravedo una donna che cammina da sola, anche lei con precisione quasi maniacale, attenta a sfruttare tutto l’ampio perimetro del parcheggio per fare un po’ di moto. L’area è talmente vasta che nessuno di costoro ha modo di incontrarsi o di sfiorarsi.

Poi guardo alla mia destra, verso un enorme palazzo un po’ distante, e vedo un signore anziano, con una vestaglia colorata, intento a passeggiare su e giù sul suo balcone. Cammina a passi rapidi, con impegno ammirevole, senza fermarsi come se dovesse continuare fino a tarda notte.

Ci s’ingegna come si può in questo tempo sospeso, tempo di dure battaglie e di pensieri sgradevoli. Io resisto chiusa in casa da giorni, rinuncio a camminare, ed è un peso, un peso notevole; ma la situazione è questa, non c’è altra via, e non ci si può lamentare quando si pensa alla tragedia che ci sta investendo. Stare in casa è una grande fortuna: significa che non si è gravemente malati, che non si è in ospedale, che si possono fare tante cose, che si può persino immaginare il proprio futuro. Ecco, si pensi a questo: al privilegio che si ha nel potersene stare in casa.

Dall’alto

Capita di guardare la strada dall’alto, da un balcone, da una terrazza; ed è sempre la stessa strada, quella che si percorre quasi ogni giorno, quella ormai scontata, immobile spettatrice di innumerevoli esistenze. Però, vista così, da una diversa prospettiva, assume contorni inaspettati e una vita propria.

È trovarsi in alto a fare la differenza, è quell’essere sospesi fra terra e cielo, fra spirito e materia – e poter osservare con distacco, forse con indifferenza, chi, su quella strada, continua ad affannarsi.

Quel fatto strano

 

E poi sì, c’è quel fatto strano che non sai spiegarti, quei luoghi che non tolleri senza alcun motivo apparente. Io, ad esempio, fatico ad apprezzare il balcone della mia camera da letto. Eppure è grande e bello e si affaccia sul parco – gli alberi sotto che mutano al passaggio delle stagioni, gli alberi che sembrano quasi sfiorarmi con i loro rami.

Non dovrei lamentarmene, lo so, mi sento persino in colpa ad ammetterlo, ma quel povero, innocente balcone mi deprime. Ci ho provato, eh, ci ho provato eccome a trascorrerci qualche minuto, a guardare la strada sfumare in lontananza, ad ammirare il cielo quando sembra precipitarmi addosso; ma ho sempre avvertito uno scoramento, un senso di estraneità e di vicinanza fusi nel medesimo istante – estraneità a questo mondo, forse, come se fossi e non fossi. Come fermarsi a un confine, su un crinale incerto, o come se un sogno si fosse realizzato, ma poi si volesse fuggire, fuggire da quel sogno, fuggire da quell’inganno.

Poi magari capita che ti piaccia l’angolo insulso, o le fitte crepe su una strada vecchia, o un muro divelto, o la campagna squallida straziata dalla nebbia. Vallo a capire, cosa capita.

(Nell’immagine il dipinto Donna al balcone, di Henri Gaudier Brzeska)

Di sera, il temporale

E così, stasera, guardo il temporale. In passato ho sempre sperato che, prima o poi, in un 3 luglio qualsiasi, potesse piovere. Perché il 3 luglio è il giorno del mio compleanno e di pioggia, che io ricordi, non ne ho mai vista. Naturalmente la giornata è stata afosa, ma dopo le venti e trenta qualcosa è cambiato. Qualche debolissimo tuono, in lontananza, ha narrato la storia di un temporale in arrivo; così, sono andata sul balcone della cucina, quello da cui si vede la Ghirlandina in lontananza. E ho atteso. Ho atteso mentre il vento abbracciava gli alberi sulla strada e poi li scuoteva; ho atteso con pazienza mentre le luci dei lampi si rincorrevano incerte. Poi, dopo molto tempo, un tuono ha finalmente annunciato il temporale e l’acqua ha cominciato a scendere, a cadere impetuosamente, unica padrona della via ormai vuota.

Non me ne sono andata. Sulla soglia della porta-finestra ho continuato a guardare questo spettacolo, una confusione di acqua e di cielo arrabbiato. E, mentre ora sto scrivendo, continuo a guardare la pioggia, a sentire il suo rumore sulle inferriate del balcone, a osservare le automobili in lontananza – poche, lente, quasi insicure.

Ho una grave mancanza: ora non so descrivere ciò che provo o, forse, non voglio. Ma so che mi piacerebbe trovarmi in un altro tempo, in un altro momento, in un altro 3 luglio – un 3 luglio di molti anni fa – ad ammirare lo spettacolo di un temporale davanti a me, con un cielo immenso proprio sopra di me.