Autunno

Il gatto rincorre le foglie 
secche sul marciapiede.
Le contende (vive le crede)
alla scopa che le raccoglie.
Quelle che da rami alti
scendono rosse e gialle
sono certo farfalle
che sfidano i suoi salti.
La lenta morte dell'anno
non è per lui che un bel gioco,
e per gli uomini che ne fanno
al tramonto un lieto fuoco.

(Gianni Rodari, Il secondo libro delle filastrocche, 1985)

Di nebbia, gelo e inverno

Ieri c’è stato un nebbione da film horror: camminando, non si vedeva nulla a un metro di distanza. E che dire del freddo? Gelo puro a tratti intollerabile. Però ha il suo fascino, anche se non mi aspetto che tutti condividano quest’opinione un po’ bizzarra. Certo è che, in simili condizioni climatiche, si apprezza la vita domestica e si apprezzano anche i pranzetti succulenti.

Se potessi scegliere, se avessi modo di sconvolgere le leggi della natura, esisterebbero soltanto due stagioni: autunno e primavera, una perfetta alternanza fra due diverse dolcezze. Ma, visto che non posso mutare l’inesorabile ordine delle cose, ammetto di apprezzare anche il freddo inverno, pungente e cattivello, ma con il grande merito di renderci attivi e di spingerci a mille riflessioni.

Intanto, buon proseguimento di settimana a tutti coloro che passeranno su questo blog.

Luci e oscurità

Quando cala la sera, mi piace guardare le luci colorate – le luci di Natale – che fendono l’oscurità. Al di là dei vetri, al di là della portafinestra della cucina, lo spettacolo è coinvolgente e rassicurante: sui balconi dei palazzi e delle villette tanti colori, diverse armonie, intermittenze rosse, argento, oro, verde e blu salutano le feste e l’inverno, trionfano sul gelo e sulla nebbia. Sono il segno della festa, della nostra vitalità dirompente nonostante il gelo.

Soprattutto prima di cena, quando in genere esco per una breve passeggiata, mi piace vedere questo sfolgorio di luci mentre attraverso Viale Buon Pastore e i passanti sono rari, a parte le automobili che invece non mancano mai. L’inverno è duro, tutte le meraviglie dell’autunno sono scomparse: gli alberi sono soltanto scheletri rigidi e scuri, le poche foglie sui marciapiedi sono secche – miseri frammenti della stagione ormai dissolta -, ed è la monotonia del grigio scuro a dominare lungo le strade. Ma queste luci,  questo fremere audace di colori nella notte interrompe la severità dell’inverno. Come fosse un bel regalo.

L’inverno s’insinua

Questa mattina pioviggine, nebbia e freddo hanno abbracciato la città: è l’inverno che s’insinua con forza, è l’inverno che irrompe sulla scena mentre l’autunno sta morendo.

L’inverno è l’essenziale, ciò che resta quando il superfluo è svanito, quando i colori troppo vivaci sono spenti. Ecco perché l’apprezziamo soltanto quando ogni cosa è tornata al suo posto, quando si ha la saggezza di chiudere molte porte, quando lo sguardo è mutato per sempre e ne siamo incantati.

Le ultime foglie, là dove ancora resistono, sono avvizzite.

Chiacchiere di fine novembre

Quando dicembre sta per arrivare, penso sempre al nuovo “vestito” del blog. Fra pochi giorni dovrò cambiare immagini, intestazione e sfondo, e ciò mi diverte: talvolta mi sento come una bimba intenta a colorare un album da disegno, mentre fuori piove o il cielo è troppo scuro per fare altro. Massì, in fondo questo blog è un modo per decorare certe giornate cupe o monotone o nonsisabenecosa.

Intanto ho già sbrigato con soddisfazione la faccenda dell’albero di Natale: è lì, finito, pronto, fisso, immobile a sostenere la sua parte. Del resto, ciascuno di noi ne recita una, di parte; e anche l’albero natalizio s’impegna nel suo ruolo, povero caro. A lui spetta il compito di ricordarci che stiamo per immergerci nelle feste più lunghe dell’anno, feste di cui magari c’interessa poco o che non suscitano in noi alcun entusiasmo, ma che dobbiamo accettare, sopportare, sforzarci di gradire. A pensarci bene, tutti questi colori, queste luci, i pacchetti decorati e il rosso, il verde, l’oro, l’argento ci aiutano ad accogliere l’inverno, ad abbracciarlo, a dargli il benvenuto. Ed è proprio il caso di darglielo, questo benvenuto, visto che oggi il freddo è assassino. Però ne sono contenta – del freddo, dico -, perché con queste temperature io cammino, cammino, cammino, mi muovo parecchio e chimifermapiù?

Che finisca novembre mi dispiace, che finisca l’autunno mi dispiace, però mi adatto o almeno ci provo. Tanto la vita è tutta una questione di adattamento.

Intanto buon fine settimana, buon freddo, buon tutto.

Nebbia a novembre

Di mattina e da due giorni, la nebbia invade la città. Una nebbia fitta, spessa, che nasconde case e persone. Dalla portafinestra della cucina, è un vero spettacolo: una fitta coltre bianca dalla quale emergono soltanto gli alberi lungo la strada. Gli alberi con le loro foglie dorate e marroni, gli alberi che non cedono, gli alberi che ancora si aggrappano alla vita.

Sono giorni

Mentre il tempo passa, i colori di novembre si dispiegano in tutta la loro stupefacente bellezza: gli alberi sono vestiti di borgogna e di giallo, in contrasto con l’atmosfera spenta, sbiadita, evanescente che domina sulla città. Sono i giorni autunnali più intensi e misteriosi, questi; sono giorni che evocano profondità inconsuete e improvvisi abissi di solitudine. Ma sono anche i giorni dei ricordi, e degli scorci tranquilli, e della serenità che emerge orgogliosa dalle macerie; questi sono i giorni in cui finalmente chiudiamo innumerevoli porte, per trattenere soltanto l’essenziale.

Autunno, fango e passeggiate

Ore 17:15. Il buio è già arrivato e il freddo è quello pungente, tipicamente invernale nonostante sia novembre. Non amo troppo la domenica, perché m’infonde sempre un persistente senso di malinconia; però preferisco le domeniche autunnali e invernali a quelle delle belle stagioni, perché, nei periodi freddi, si può gioire dell’intimità domestica: avere tempo per stare in casa e dedicarsi ai propri hobby, mentre fuori è freddo e l’oscurità avanza in fretta, è impagabile.

Del week-end amo il sabato perché, con i negozi tutti aperti e la necessità di svolgere varie commissioni, conserva la vivacità degli altri giorni della settimana, ma, a differenza di essi, offre l’occasione per fare cose nuove o diverse dal solito. Ieri mattina ho visitato, in centro storico, la piccola mostra dedicata ad alberi e oggetti di Natale. Nel primo pomeriggio, invece, ho fatto una lunga passeggiata nel quartiere in cui risiedo: l’atmosfera era troppo novembrina per lasciarsela scappare, e così ho zampettato allegramente lungo il viale, per poi tornare a casa attraverso una specie di sentiero-parchetto che unisce l’orrido Viale Don Minzoni a Via Riva del Garda. Tale sentiero-parchetto è per me una novità: durante la mia infanzia, infatti, non esisteva, perché in quella zona c’era un vivaio e altre cose sulle quali non ho mai voluto indagare. Poi sono stata assente da questo quartiere per moltissimi anni, tanto da averlo quasi cancellato dai miei ricordi; ma, dopo essere tornata qui inaspettatamente, ho scoperto che è stato fatto questo parchetto strano, e così ne approfitto quando voglio camminare e starmene da sola.

In definitiva, faccio il giro dell’oca: percorro Viale Buon Pastore fino all’incrocio con il detestabile Viale Don Minzoni; qui svolto a sinistra e, dopo pochi metri, giro ancora a sinistra lungo una stradina che porta al sentiero. Dapprima c’è un piccolo largo con due altalene e qualche panchina; poi il sentiero si restringe e prosegue in mezzo a una fila di case e casette ristrutturate. Il bello della faccenda è che sembra di trovarsi in campagna, e questa sensazione è accentuata durante l’autunno, quando il terreno è fangoso e le foglie cadono a sazietà. I passanti sono rari, soprattutto in questa stagione, e questo suscita l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Quando il sentiero sbuca in Via Riva del Garda, è ormai chiaro che non sono in un altro mondo, ma in questo. E allora svolto ancora a sinistra, percorro la strada e poi giro a destra entrando in Via Savani, dove inevitabilmente mi assalgono parecchi ricordi legati all’infanzia e alla prima adolescenza. Da lì prosegue il solito tour: Via Pagliani, il parco, Via Peretti e Via Matilde di Canossa. Si torna a casa, invariabilmente.

Ieri ho fatto questo giro dell’oca per poi rientrare alle 16:30. Due ore dopo mi sono accorta che non avevo comprato una cosa importante per il pranzo della domenica. Così, nonostante la pioggia a dirotto, il buio e il gelo, sono uscita in fretta e sono tornata in  centro storico al mercato di Via Albinelli. In soli 35 minuti ho fatto tutto: andata e ritorno a piedi sotto la pioggia battente. E devo ringraziare l’autunno per l’energia che m’infonde. D’estate, col sole a picco sulla zucca e l’afa che non consente di respirare, non riuscirei a fare tanto.

D’altra parte sono un’ottima camminatrice, e neppure il maltempo riesce a fermarmi. E a voi piace camminare? Vi piace fare giri particolari, soltanto “vostri”?

L’autunno a novembre

Le dolci ambiguità di ottobre, un mese sempre in bilico fra dorato splendore e toni di grigio sfumato, a novembre scompaiono, per lasciare spazio alla dimensione più introversa dell’autunno, fatta di nebbie, di mattine tetre, di pioggia e di fango, ma anche di sprazzi di sole e d’inconsueta mitezza.

Novembre non può celare disagi, oscurità improvvise, lo sfacelo delle foglie e degli alberi, la tristezza dell’imbrunire. Novembre richiede uno sforzo, la capacità di guardarsi dentro, la disposizione a scoprire i colori anche sotto un cielo offuscato dalle lacrime. E i colori sono quelli delle foglie: il giallo intenso che illumina i pomeriggi più lugubri, il verde screziato di marrone e di rosso a comporre capolavori di ardimento.

Per sempre ottobre

Ottobre, purtroppo, si dissolve oggi sotto il peso dell’autunno che avanza. Sta terminando il suo percorso dopo averci regalato trentuno giorni di poesia, quella poesia accessibile soltanto a chi ama oltrepassare la superficie delle cose.

In genere ottobre comincia in sordina: all’inizio è un prolungamento di settembre, luminoso come un’estate tardiva e stranamente benevola. Gli alberi sono ancora verdi, almeno in buona parte, ma è chiaro che qualcosa sta cambiando. Mentre i giorni trascorrono, si scoprono i primi tappeti di foglie sulle strade, che sembrano quasi comparsi dal nulla; poi, a mano a mano che il tempo passa, ottobre assume tutte le caratteristiche del primo, vero, magico autunno: dagli alberi, le foglie cominciano a cadere costantemente e i loro colori si fanno intensi, vividi, quasi volessero esibirsi per gli spettatori più attenti e capaci di gratitudine.  A dominare sono ormai il giallo vivo, il rosso vermiglio, il verde screziato di nocciola e i toni del marrone, che richiamano la terra e la vita e la concretezza.

Anche il clima comincia a cambiare: le mattine sono più fredde, mentre una nebbia impalpabile, evanescente, sembra voler addolcire anche il cammino più malinconico. È il momento in cui ottobre s’insinua, con rarissima delicatezza, nei recessi dei nostri pensieri, e ci invita ad abbandonare il chiasso, i discorsi inconsistenti, certe miserabili futilità. La sua incomparabile grandezza consiste nel fare tutto questo senza costringere, senza ferire: ottobre invita, suggerisce, accoglie, è solidale. E oggi, congedandosi, ci regala pioviggine e  freddo e umori incerti, per abituarci a tollerare nebbie più dense, fitte oscurità, aspri sentieri.