Parchi in città

Oggi ho finalmente visitato, per la prima volta nella mia vita, il parco di villa Ombrosa. Non che sia un evento di capitale rilevanza; però da mesi avevo quest’idea, questo piccolo tarlo, un domandarmi spesso perché non me ne fossi interessata prima, perché non l’avessi cercato, questo povero parco. E così è nato il desiderio di vederlo, pur sapendo che è piccolo – poco più di 9000 mq -, defilato e lontano da casa mia. Mi piace pensare che sia stato lui, il parco, a chiamarmi d’improvviso, a insinuarsi nella mia mente per motivi incomprensibili.

All’andata ho preso l’autobus, il 3, soltanto per fare un percorso nuovo, soltanto per salire su un bus a me sconosciuto. Sono scesa in via La Spezia, ho girato a sinistra lungo via Sanremo e poi ancora a sinistra, in via Levanto. Qui ho trovato un piccolo cancello dal quale si accede al parco:

Questo è il lungo viale del parco, fiancheggiato da bellissimi alberi. L’immaginazione corre rapida all’autunno, a come diventerà questo viale nella dolcissima stagione delle foglie morte:

A destra si apre l’area dedicata ai giochi per i bambini:

Si affaccia sul parco La Casa delle Donne:

Altre immagini del parco:

Al ritorno ho percorso a piedi via La Spezia per arrivare al parco della Resistenza e da lì proseguire verso casa. Di questo parco così particolare, che rievoca la campagna in città, ho già parlato qualche giorno fa. Oggi ho scattato altre foto:

Febbraio, sabato e passeggiata

Questa mattina, al risveglio, ho trovato la neve, soltanto una lieve spruzzata sull’erba del parco e sulle automobili, ma abbastanza per ricordarmi che l’inverno è ancora qui.

Travolta da ingenuo ottimismo a causa del cielo azzurro e del sole, sono uscita da casa con un certo entusiasmo, pensando che avrei potuto fare una gradevole passeggiata; ma, appena uscita dal cancello del palazzo, sono stata investita da raffiche di vento gelido. Così ho preso l’autobus, il mio amato 6, che per fortuna è arrivato subito.

In centro storico mi sono limitata ad andare dalla mia fornaia di fiducia, in Largo degli Erri, e a controllare la mia cassetta postale, perché ho ancora la residenza in centro nonostante abbia cambiato casa. Ecco qui la mia vecchia strada, via Castel Maraldo, fotografata lo scorso dicembre in una triste giornata piovosa:

Dopo queste commissioni sbrigate molto rapidamente, sono andata con moto accelerato a prendere l’autobus in corso Duomo, per tornare subito a casa: il vento gelido non dava tregua e non avevo alcuna intenzione di diventare un ghiacciolo. Ne ho approfittato per fotografare la cattedrale romanica.

Anche questa volta, come lo scorso sabato, ho girato un breve video che mostra il percorso dal centro storico a viale Buon Pastore, percorso diverso rispetto a quello ripreso nel video precedente.

Il video è amatoriale e senza alcuna pretesa. Com’è facile intuire, può interessare soprattutto chi legge questo blog da molto tempo, ed è quindi curioso di vedere i luoghi che cito spesso nei miei post. Il video serve insomma a dare sostanza, a dare spessore concreto ai riferimenti sparsi sul blog.

Ho cominciato a girare il video in corso Canal Chiaro, in pieno centro storico. A un certo punto compare anche la chiesa di San Francesco. Finito il corso, l’autobus s’immette in piazzale Risorgimento e poi si ferma al semaforo: ormai siamo usciti dal centro. Al minuto 2:56, l’autobus comincia il percorso lungo via Carlo Sigonio; al minuto 4:12 svolta a destra in viale Buon Pastore e io scendo alla prima fermata. Il video s’interrompe bruscamente prima che io scenda, perché non ho voluto riprendere le altre persone presenti sull’autobus. La voce che si sente in sottofondo non è la mia.

Sull’autobus

Questa mattina sono andata in centro storico a piedi, perché una camminata di dieci minuti è per me un’inezia o quasi. Però al momento del ritorno ho deciso di prendere l’autobus, la chiara prova che sto perdendo qualche colpo.

Dal centro, per tornare a casa posso prendere sia il vecchio, gloriosissimo, mai abbastanza amato 6, sia il 5. Di solito prendo il 6: il viaggio dura al massimo 3 minuti, perché il bus passa lungo viale Buon Pastore; col 5, invece, il viaggio si allunga un po’, ma l’autobus mi porta comunque a due minuti da casa. Oggi ho scelto il 5 e l’ho preso in viale Vittorio Veneto:

Dalla fermata, verso sinistra, c’è largo Aldo Moro:

Verso destra, invece, ecco il viale, spoglio e malinconico sotto il cielo invernale:

Quando sono salita sul bus ho avuto una sorpresa: era vuoto. Così mi sono trovata a essere l’unica passeggera, e questo mi ha spinta a girare un piccolo video del viaggio verso casa. Il video mostra una serie di viali e di strade che uniscono il centro storico alla prima periferia della città. Ho cominciato a girarlo in viale Muratori, da cui siamo subito passati in viale Martiri della Libertà. Qui sono saliti i primi passeggeri. Proseguendo lungo viale Martiri, a un certo punto abbiamo girato a destra per raggiungere via de’ Fogliani, una strada che ho citato altre volte e che collega il quartiere Buon Pastore al centro storico. Al termine di via de’ Fogliani abbiamo svoltato a sinistra lungo viale Carlo Sigonio e poi di nuovo a destra, lungo strada Morane. Qui sono scesa alla prima fermata, ho percorso alcuni metri e ho girato ancora a destra, stavolta lungo via Peretti, dove ho smesso di filmare. Chi desidera percorrere con me questo breve tour, non deve fare altro che guardare il video: un minuscolo pezzetto di città, prigioniera dello squallore di febbraio.

Di capelli e strani odori

bimba

La  signora  C., quella  che, nel  condominio  in  cui  abitavo  durante  l’infanzia, aveva  un  nipotino  simpatico  e  un  marito  molto  paziente  e  mite, una  volta  convinse  mia  madre  a  portarmi  dalla  sua  parrucchiera  di  fiducia. Io  avevo  sei  anni, una  folta  massa  di  riccioli  castani  scuri  e  nessun  desiderio  di  affidarmi  a  una  parrucchiera. Però  non  si  trattava  di  tagliare  la  chioma, alla  quale  ero  molto  affezionata, ma  di  fare  la  cosiddetta  messa  in  piega; pertanto, sebbene  un  po’  riluttante  e, come  al  solito, con  l’aria  imbronciata, mi  adattai  a  seguire  mia  madre  e  la  signora  C.

La  parrucchiera  di  fiducia  della  signora  C.  stava  in  estrema  periferia, al  quartiere  Madonnina, che  raggiungemmo  dopo  un  lungo  viaggio  in  autobus. Durante  il  percorso, nonostante  i  miei  sei  anni, pensai  che  non  valesse  la  pena  fare  quel  lungo tragitto  per  una  messa  in  piega. Comunque, una  volta  giunte  in  loco, fui  acchiappata  dalla  parrucchiera  che, dopo  avermi  lavato  la  testa, mi  riempì  inutilmente  di  bigodini. Terminato  il  rito  e  asciugati  i  capelli, tornammo  a  casa. Ma  durante  il  viaggio  di  ritorno, sull’autobus  pieno  di  passeggeri, mi  trovai  letteralmente  schiacciata  fra  due  uomini. Fu  così  che, nell’ingenuità  dei  miei  sei  anni, urlai  forte  senza  vergogna: “BASTAAAA! MI STATE  ROVINANDO  LA  MESSA  IN  PIEGA!”. La  signora  C. cominciò  a  ridere  senza  riuscire  a  fermarsi, tanto  che  le  vennero  le  lacrime  agli  occhi. E  dopo, a  distanza  di  anni, ogni  tanto continuò  a  ricordarmi  quell’episodio.

A  dire  il  vero, ne  combinai  anche  un’altra  e  sempre  con  la  mitica  signora  C.  presente. Un  giorno  eravamo  sul  sei  barrato, un  filobus  che  collegava  il  nostro  quartiere  al  centro  storico. Avevo  sei  anni, era  l’ora  di  punta  e  mi  trovai  schiacciata  da  un  signore  piuttosto  alto, o  almeno così  mi  sembrò. Ebbene, il  cappotto  di  costui, la  cui  parte  posteriore era  spiaccicata  senza  pietà  sulla  mia  faccia, non  aveva  un  buon  odore, anzi; così, stanca  a  causa  della  folla  e  non  potendone  più  del  fetore  allegramente  attaccato  al  mio  naso,  gridai  forte: “CHE  PUZZA!CHE  PUZZAAAA!”. Mia  madre, intimandomi  di  tacere, mi  fece  scendere  alla  prima  fermata  disponibile,  avendo  visto  che  ero  irritata  e  ormai  incontenibile; ovviamente  la  signora  C.  ci  seguì  ridendo  a  crepapelle.

Pomeriggio d’agosto


Oggi pomeriggio avrei dovuto dedicarmi a studiare. Tuttavia, a causa di alcuni imprevisti, sono stata costretta a recarmi a un centro commerciale piuttosto distante da casa mia. Ho scelto di andare in bicicletta nonostante la giornata afosa, perché era da tempo che non lo facevo. Sono partita alle sedici e un quarto, mentre le strade del centro storico erano abbastanza tranquille.

Per arrivare alla mèta, ho dovuto prima attraversare il mio vecchio quartiere, quello in cui ho vissuto fino all’età di diciassette anni. Quando mi capita di tornarci, non posso fare a meno di ricordare. Non è un atto volontario, ma un impulso cui non riesco a sottrarmi. Ogni volta è la medesima cosa: rivedo me stessa, a dieci o a sedici anni, camminare lungo quelle strade sotto il sole estivo cocente o in una spenta giornata d’ottobre; mi rivedo giovanissima e mi sovvengono altre estati e altri inverni. Anche oggi non ho potuto evitare il rincorrersi frenetico delle memorie.

Attraversando Viale Buon Pastore ho ritrovato la cara, vecchia fermata dell’autobus da cui partivo alle sette e trenta del mattino per raggiungere il liceo: è sempre la stessa, immobile, quasi addormentata, come se la sua esistenza non avesse alcuna importanza, come se la sua presenza dipendesse dal caso. Era così allora, è così anche adesso.
Le sono affezionata perché lì ho sostato troppe volte per rimanere adesso fredda e indifferente; le sono affezionata perché lì ho chiacchierato con amiche e vicini di casa, ho preso la pioggia e il vento, ho sognato e riso e sperato.

Al termine di Viale Buon Pastore, all’incrocio con Viale Amendola, ho incontrato il solito, fastidioso traffico, la solita antipatica corsa di auto che non conosce tregua in nessuna stagione. Era così quando avevo sei anni, è così anche ora.

Per arrivare al centro commerciale Leclerc ho deciso di attraversare il parco della Repubblica, e inevitabili sono affiorati altri ricordi. Da bambina lo frequentavo spesso. Mi piaceva andarci soprattutto a marzo, quando i prati si ricoprivano interamente di violette: ce n’erano un’infinità e per me, che allora amavo il sole, erano il segno più bello e più vero della fine dell’inverno, erano la promessa di una stagione di giochi e di corse all’aria aperta.

Dopo aver abbandonato il parco, ho raggiunto il centro commerciale, che detesto con tutte le mie forze. Quando sono costretta ad andarci, come oggi, cerco sempre di sbrigarmi perché non vedo l’ora di uscirne. No, non è corretto: non vedo l’ora di fuggire, questo è il verbo adatto.
I centri commerciali stimolano sempre in me un prepotente desiderio di fuga e m’infondono tristezza perché sono luoghi che spersonalizzano, omologano, appiattiscono.

Ecco perché, terminati gli acquisti, ho cercato di raggiungere il centro storico velocemente nonostante fossi stanca e accaldata. E tornare in questo reticolo di vie strette è stato un autentico sollievo: sono fuggita dal centro commerciale, sono fuggita dai ricordi, sono tornata al presente.