Le nebbia, la pioggia e l’inverno che verrà

Ieri sera è arrivata la nebbia e ho girato un brevissimo video per immortalarla. La qualità della ripresa non è memorabile, per usare un eufemismo, ma – come si dice di solito per giustificarsi – conta il pensiero.

Di notte, però, la nebbia ha lasciato spazio a un’intensa pioggia, e il mattino è cominciato gelido, pungente, com’è tipico dell’autunno in questi ultimi giorni di novembre. L’atmosfera si fa di giorno in giorno più malinconica, e richiede uno sforzo di comprensione e di adattamento che è il segreto del buon vivere, dell’averla capita davvero, quest’esistenza bizzarra.

Abbiamo avuto tutto il tempo necessario per abituarci a questo lento trapasso, a questo scivolare silenzioso verso l’inverno, che non è ancora arrivato, che dovrà lottare contro la forza dell’autunno per imporsi, ma che è nell’aria, nei pensieri, forse persino nei desideri – o forse no, ma poco importa. A sedurci è infatti l’attesa e quel movimento incessante che nasconde sotto la sua apparente, rarefatta immobilità.

Intanto novembre resiste con forza, come dimostrano gli alberi del parco sotto casa mia, quelli che non sono ancora spogli e che s’intravedono fra i bruttissimi ponteggi:

Attesa ad aprile

Nel parco l’erba è alta – il sole sulle foglie, la quiete di queste ore stanche; c’è quel sorriso di primavera, e aprile che osa trionfi, aprile che sogna innocente – e noi che guardavamo oltre le finestre e i muri, oltre le pareti spesse, come a fuggire. E non averlo fatto.

Sono pochi a passeggiare sulla strada, a confondersi in lontananza. Ma che pace, e che attesa – come se dovessi tornare.

Cronaca di un venerdì in quarantena

Questa mattina, mi è toccato il rito settimanale della spesa. Sono partita da casa con la mia bella autocertificazione compilata, da brava cittadina ligia alle regole; e mi sono sentita in pace con me stessa, perché esco soltanto di venerdì mentre il resto della settimana metto il becco fuori dall’uscio esclusivamente per gettare la spazzatura, e per gettarla bene, come da manuale – ché la mia differenziata è un capolavoro di precisione.

Tornando alla spesa settimanale, in fila davanti all’Esselunga di Strada Morane non ho aspettato molto, perché in genere la maggior parte dei clienti arriva dopo le undici; inoltre, per non sprecare tempo e annoiarmi, ho portato con me un bel libro e così ho letto durante l’attesa, durata circa venti minuti.

Terminata questa cerimonia preliminare, sono stata ammessa a entrare dalla Gestapo lì presente e sono stata costretta nuovamente a stare in fila insieme ad altre tapine come me, tutte obbedienti e rassegnate mentre un uomo con mascherina e guanti ci ha misurato la febbre, cosa che m’infastidisce sempre parecchio, anche se ne riconosco l’utilità. Poi, finito questo strazio, via col carrello e col foglietto in mano ad acquistare la pappa per mantenermi in vita (se non mangio, crepo) e, nello stesso tempo, contribuire a non far crollare del tutto l’economia, ormai abbondantemente devastata per almeno i prossimi cinquant’anni. Ho acquistato carne, formaggi, verdura, frutta, salumi, fette biscottate e altro che non ricordo. Ho però comprato anche alcuni beni di primissima necessità, come gli ovetti piccoli di cioccolato per festeggiare (?) la Pasqua.

Terminato il giro infernale del magazzino, ho avuto la fortuna di trovare un cassiere educato e simpatico, evento assai raro all’Esselunga di Strada Morane, dove la cafonite abbonda in quantità industriale. Ma l’Esselunga è l’unico grande supermercato abbastanza vicino a casa mia e perciò, finché starò qui, continuerò a frequentarlo nonostante tutto.

Una volta uscita, ho visto un audace ragazzino che si divertiva con lo skateboard lungo il vialetto-parco che circonda il supermercato, mentre due rubicondi umarells, in barba ai famosissimi decreti del governo, se ne stavano seduti paciosi al sole, su una bella panchina, a osservare noi tristi consumatori con le borse della spesa in mano e il portafogli alleggerito.

A casa, dopo aver pranzato, ho finalmente visto il meraviglioso spettacolo: il solito ragazzo impegnato a correre lungo tutto il perimetro del parcheggio che collega Via Peretti e Viale Carlo Sigonio. Tutti i giorni corre per circa un’ora, diligente, preciso, instancabile. Si vede che è abituato a questa pratica. Oggi, però, c’è stata una novità: un nuovo giovinetto ha deciso di seguire l’esempio e di darsi allo sport. Ma deve essersi trattato di pura disperazione da quarantena, perché ha corso come corro io le rarissime volte che voglio prendere l’autobus al volo: scoordinato, col tronco in avanti, annaspando con le braccia e con i fianchi in movimento. Insomma, uno spettacolo pietoso, di cui però il giovinetto, evidentemente dotato di sano realismo, si è accorto, perché, dopo essersi esibito in questo modo, è sparito dietro a un palazzo facendo perdere le sue tracce.

Giornate di ottobre

Le giornate di ottobre, quelle vere, sono un capolavoro di elusività. Il cielo incolore e immobile sembra temporeggiare annoiato, come fosse esausto, incapace di scelta, o soltanto impigliato in un’attesa colma d’inafferrabili tensioni. Le foglie cadono e i viali cominciano a mutare colore – macchie dorate sull’asfalto, ad ammorbidire la spietatezza di strade troppo monotone e affrante per fingere compassione.

Le giornate di ottobre, quelle vere, sono un capolavoro di fiochi richiami, di preziosi ricordi – e quei pomeriggi, quei pomeriggi di tanti anni fa, quando l’autunno ci avvolgeva ancora di sogni e di calore, come a non voler finire, come a non voler sapere.

L’estate è un’attesa

In città i giorni sono tutti identici, durante l’estate. L’afa è troppo tenace e l’eccesso di luce sembra, in alcuni momenti, una persecuzione o un’offesa. Si trascorre il tempo a difendersi, a chiudersi in casa o in luoghi in cui sia possibile il respiro.

Sembra un’assurdità: la stagione che invita all’allegria, alle uscite frequenti, all’estroversione e al divertimento non è altro che una parentesi in cui ci si rifugia il più possibile al chiuso, aspettando che tutto si concluda e che la vita torni possibile.

Quando l’adolescenza si è ormai dissolta sotto il peso del tempo, l’estate diventa soltanto una lunga, estenuante, malinconica attesa.

Come se arrivasse

Prima il vento, impetuoso, egoista, senza alcun riguardo per cose e persone; poi l’ansia e l’attesa sotto un cielo ambiguo, come sospeso in un’eterna incertezza; infine la pioggia, forse inaspettata. Sembrerebbe un giorno di inizio autunno, questo, se non fosse per il verde brillante delle foglie, quel verde malizioso che tradisce l’inizio della vita.

In lontananza, le macchine sfrecciano come se niente fosse, come se il cielo scialbo e la pioggia fossero un dettaglio senza importanza; poi, uomini e donne che camminano, figure piccole e confuse che a volte sembrano avvicinarsi, come se, d’improvviso, dovesse arrivare qualcuno da un luogo remoto – finalmente, dopo tanto tempo.

In attesa

Settembre  sta  per  lasciarci  e  lo  fa  con  molta  grazia: oggi  la  luce  è  un  dolcissimo  sguardo  proveniente  da  un  cielo  tranquillo.

Però  mi  fermo  qui. Avrei  voluto  scrivere  un  bel  post, ma  poi  ho  pensato  di  rimandarlo  a  domani, primo  giorno  di  ottobre, primo  giorno  del  mio  mese  favorito. Intanto  buona  giornata.