Il blog si veste a nuovo

Lo faccio o non lo faccio? Questo l’amletico dubbio che mi sono posta, pensosa e accigliata, prima della decisione. Decisione che poi è arrivata e abbastanza in fretta. Sì, perché la giornata è uno splendore di luce, ma il freddo è gelido e la città si è già vestita a festa; così, a questo punto tocca anche al mio blog rivestirsi come da copione, e allora voilà, il gioco è fatto: ecco Oltre il cancello tutto decorato secondo lo spirito di questo mese. Lo so, Natale non è così, non lo è mai stato e mai lo sarà; però è bello immaginarlo con questi colori, con quest’atmosfera fiabesca che non ha nulla a che vedere con la realtà, ma soltanto con la dimensione dei sogni più ingenui.

Che ci sia almeno concesso sognare, mentre le giornate si accorciano e la luce muore in fretta. Buon martedì, buon inizio di dicembre, buon blog vestito a festa. 🙂

Sono giorni

Mentre il tempo passa, i colori di novembre si dispiegano in tutta la loro stupefacente bellezza: gli alberi sono vestiti di borgogna e di giallo, in contrasto con l’atmosfera spenta, sbiadita, evanescente che domina sulla città. Sono i giorni autunnali più intensi e misteriosi, questi; sono giorni che evocano profondità inconsuete e improvvisi abissi di solitudine. Ma sono anche i giorni dei ricordi, e degli scorci tranquilli, e della serenità che emerge orgogliosa dalle macerie; questi sono i giorni in cui finalmente chiudiamo innumerevoli porte, per trattenere soltanto l’essenziale.

Temporale a settembre

E  così  è  arrivato  anche  un  temporale: i  tuoni  e  la  pioggia  scrosciante  hanno  accompagnato  il  tardo  pomeriggio, oscurando  il  cielo. Ma  vi  è  una  strana  atmosfera  intorno, come  un  riflesso  giallastro  che  sembra  infondere  un  tono  particolare  al  grigio  che  permea  ogni  cosa.

Adesso  la  pioggia  appare  incerta. Il  suo  furore  iniziale  si  è  stemperato  in  una  danza  sinuosa  e  lenta, in  un  suono  delicato  e  misterioso. Sono  i  primi  regali  d’autunno: un  profondo  senso  di  pace, il  desiderio  di  ascoltare  se  stessi  all’infinito, il  raccoglimento  dopo  la  dispersione.

E  poi  sedersi, di  sera, mentre  la  pioggia  continua  a  cadere; sedersi  e  guardare  fuori, guardare  oltre  le  finestre, guardare  oltre  il  buio – immaginando  ciò  che  sarà.

Richiami

Si  alza  il  vento, silenzioso, cauto. Il  cielo  appare  inquieto, vago, quasi  in  affanno. Sembra  che  il  tempo, misteriosamente, si  sia  fermato  almeno  un  istante. Adesso, a  dominare  è  l’attesa,  in  questa  atmosfera  evanescente, di  azzurro  opaco  diluito  e  stanco.

Sono  sbiaditi  frammenti  d’eternità – muti, furtivi. Mentre il  vento  agita  le  tende  e  parla, quasi  fosse  un  richiamo  da  un  altro  mondo.

Intermittenze

Il  pomeriggio  è  lungo, tipicamente  primaverile. Il  pomeriggio  è  lungo, luminoso, quieto,  ma  d’improvviso  attraversato  da  una  lieve  incertezza, da  un  mutamento  dell’umore  nel  quale  si  riconosce  uno  dei  volti  più  belli  di  aprile. Non  si  tratta  dell’incertezza  autunnale, quella  che  prelude  alla  comparsa  di  ombre  scure  e  dolenti; questa  è  un’esitazione che  sa  di  timidezza  o  di  lieve  stanchezza  o  forse  di  timore. Ma  senza  drammi, senza  tristezze, senza  il  buio  di  profondità  inesplorate.

È  uno  dei  quei  momenti  che  rendono  aprile  un  mese  speciale, diverso  dagli  altri: la  luce  se  ne  sta  andando  adagio, mentre  nella  stanza  si  accentua  qualche  ombra. Tutto  sembra  parlare  di  una  pausa, di  un  istante  di  quiete  o  persino  di  interi  minuti  di  silenzi  e  di  pacatezza. E  vi  è  qualcosa  di  sfuggente, qualcosa  di  elusivo  in  questa  atmosfera  indefinibile – né  malinconica  né  allegra, chiara  e  scura  nello  stesso  tempo.

Poi  si  avvertono  tuoni, tuoni  in  lontananza, anch’essi  incerti, vaghi  o  forse  soltanto  riguardosi. Aprile  ci  sta  ricordando  che  sempre, in  qualsiasi  stagione, giunge  il  momento  in  cui  è  bene  ritirarsi, chiudere  alcune  porte, tacere.

Pioggia in un giorno di aprile

Esitante, silenziosa, calma, malinconica: è  la  pioggia  di  certe  giornate  di  aprile, giornate  che  sembrano  ripiegate  su  se  stesse, indefinite, incompiute; giornate  che  sono  e  non  sono, che  esistono  e  non  esistono – ferme, irresolute, forse  un  po’  stanche. Ed  è  strana  l’assenza  di  voci  o  il  loro  spegnersi  a  poco  a  poco, come  se  l’atmosfera  riuscisse  a  imporre  lo  smorzarsi  di  ogni  eccesso. Così, si  è  improvvisamente  riconsegnati  a  quei  momenti  di  sospensione  che  soltanto  le  mezze  stagioni  sanno  regalarci: tregue  fatte  di  omissioni, di  pensieri  profondi  e  di  irripetibili  alchimie; tregue  che, a  poco  a  poco, senza  clamore, lasciano  emergere importanti  verità.

Memorie e attese a febbraio

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Il  fastidio  che  ho  sempre  avvertito  nei  confronti  di  febbraio  deriva, almeno  in  parte, dall’evidente  allungarsi  del  giorno  accompagnato  però  dal  grigio  insignificante  e  opaco  dell’inverno. A  febbraio, infatti, quando  alle  17:30  del  pomeriggio  a  dominare  è  ancora  la  luce, i  brevi  pomeriggi  di  fine  autunno costituiscono  ancora  una  memoria  ricorrente, ed  è  impossibile  evitare  di  paragonarli  a  quelli  presenti: se  le  tante  ore  di  buio  del  tardo  autunno  sono  un  complemento  indispensabile  del  declino della  natura, l’attuale  dilatarsi  del  giorno, mentre  l’atmosfera  è  gelida  e  incolore, se  non  addirittura  cupa, rende  squallido  questo  strano  mese  invernale.

Tuttavia, negli  ultimi  due  giorni  febbraio  sta  mostrando  il  suo  volto  più  mite: il  sole  e  la  luce, deboli  ma  costanti, sembrano  un  presagio  di  primavera, tanto  che  ci  si  sente  pervasi  da  una  vitalità  che  il  gelo  invernale  aveva  smorzato  o  ridotto  al  silenzio. Ma  quanto  durerà? L’inverno  ha  davvero  deciso  di  comportarsi  con  dolcezza? Difficile  pensarlo. Probabilmente, ricomincerà  presto  a  esibire  i  suoi  tanti  malumori, fatti  di  pioggia, freddo, arroganza  e  indistinguibili  toni  scuri. Così, si  oscilla  fra  il  rimpianto  nei confronti  della complessa, sfuggente, raffinata  atmosfera  autunnale  e  il  desiderio  della  capricciosa  e  immatura  freschezza delle  tonalità  primaverili.

L’autunno profondo

Ottobre  sta  per  dissolversi  nel  freddo  di  questa  lunga  serata  buia. Col  ritorno  all’ora  solare, è  iniziato  il  periodo  dei  pomeriggi  brevi  e  misteriosi, enigmatici  nel  loro  fluire  rapido  mentre  il  sole  impallidisce  ogni  giorno  di  più, le  ombre  avanzano  impietosamente  e  l’oscurità  diventa  un’abitudine.

È  la  seconda  parte  dell’autunno, quella  che  richiede  una  predisposizione  particolare  per  essere  amata  e  compresa. È l’autunno  profondo, quello  delle  fitte  nebbie, dei  cieli  disperati  e  stanchi, dell’umidità  che  non  concede  tregua, delle  memorire  più  scolorite, degli  alberi  sempre  più  spogli, di  cumuli  di  foglie  a  ogni  angolo  di  strada. È  l’autunno  di  chi  ha  il  coraggio  di  pensare, di  chi  non  cede  alla  tristezza, di  chi  sa  inventarsi  l’esistenza  a  dispetto  dell’atmosfera  tetra.

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Passeggiata di ottobre

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Questa  mattina, ho  colto  l’occasione  del  giorno  festivo  per  fare  una  tipica  passeggiata  di  ottobre, ossia  per  immergermi  completamente  nell’atmosfera  autunnale. E  sono  stata  molto  fortunata  proprio  perché  l’atmosfera  era  grigia, leggermente  piovigginosa, malinconica  ma  quieta.

Il  segreto  del  fascino  di  ottobre  è  tutto  lì, nella  sua  strana  calma  e  nella  sua  ambiguità: le  foglie  cadono  ma  lentamente, con  quieto  garbo; le  foglie  sono  gialle  ma  anche  verdi  e  gli  alberi  non  sono   ancora  spogli. Ottobre  è  la  metamorfosi  che  non  freme  per  esibirsi, la  bellezza  accompagnata  dalla  modestia, la  profondità  priva  di  orgoglio: ottobre  offre  senza  pretendere  nulla  in  cambio; ottobre  arriva  e  dispiega  i  suoi  regali  per  chiunque  voglia  accettarli, ma  senza  costringere  nessuno  a  dedicare  loro  attenzione. E  infatti  il  parco, questa  mattina, era  un  enigma  di  colori  e  silenzio. A  tratti, sembrava  di  camminare  in  un  altro  mondo, in  un  Altrove  misterioso, accogliente  e  comprensivo.

Con  la  sua  pacatezza, la  sua  elegante  austerità, la  sua  rara  saggezza, ottobre  insegna  a  pensare, a  ricordare, a  distinguere, a  interpretare  luci  e  ombre, a  osservare  quello  che  sfugge  ai  più. Ottobre  è  una  porta  che  si  apre  sull’infinito.

Canto di ottobre

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È  arrivato  ottobre, enigmatico, sensibile  e  profondo. La  sua  delicata  complessità  sfugge  anche  allo  sguardo  più  attento: davanti  ai  nostri  occhi, ottobre  dispiega  gioia  e  malinconia, lacrime  e  sorrisi, estatiche  lentezze  e  improvvise  accelerazioni.

Il  primo  freddo  pungente  al  mattino, l’indecisione  del  cielo  fra  il  sole  e  l’oscurità, le  ombre  che  si  allungano  durante  il  pomeriggio, l’atmosfera  rarefatta. E  poi  la  nebbia, timida  e  incerta, ad  accarezzare  dolcemente  pensieri,  sentimenti  e  segreti; e  i  viali  calmi, muti  spettatori  della  vita  che  passa  e  scompare  in  fretta. Comincia  lo  spettacolo  delle  foglie  morenti – e  comincia  adagio: foglie  rosse  nei  parchi, lungo  le  strade, nelle  aiuole  che  tutti  ignorano  e  che  invece  sono  lì, anno  dopo  anno, stagione  dopo  stagione.

Talvolta, si  vorrebbe  che  quelle  foglie  parlassero, che  ci  indicassero  la  via, che  ci  suggerissero  il  sentiero  da  percorrere. Tavolta  si  percepisce  invece  qualcosa  di  oscuro, un  presagio  o  forse  il  nulla – la  fantasia  malata  dei  giorni  più  tetri  e  spenti. Eppure, ottobre  racconta  sempre  qualcosa. Magari  inaspettatamente, quando  il  crepuscolo   diventa  un  canto  misterioso  e  lento.