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Posts Tagged ‘assurdità’

La  moda, si  sa, propone  le  sue  linee-guida  per  noi  poveri  mortali  che, in  ogni  stagione, attendiamo  con  immancabile  ansia  le  proposte  di  stilisti  e  affini  per  sentirci  affascinanti  e  trendy. Ecco  allora  qualche  imprescindibile  suggerimento.

D’inverno, com’è  noto  a  tutti,  a  prevalere  è  il  freddo; pertanto, qualcuno  ha  pensato  ai  gravi  rischi  che  il  gelo  fa  correre  alle  nostre  povere  estremità:

scarpe strane

Il  vantaggio  della  soluzione  proposta  nella  prima  immagine  a  sinistra  e  poi  nella  terza  a  destra  è  quello  di  farci  assomigliare, una  volta  tanto  nella  vita, al  famosissimo  Yeti. E  una  simile  opportunità – dobbiamo  ammetterlo – è  davvero  emozionante. Chi  non  ha  mai  desiderato, nell’arco  della  sua  inutile  esistenza, di  potersi  assimilare  almeno  una  volta  al  pelosissimo  e  abominevole  uomo  delle  nevi? Ma  c’è  di  più: a  ben  guardare, queste  scarpe  si  prestano  a  un  utile  impiego  casalingo, perché, indossandole  mentre  si  cammina  distrattamente  fra  salotto  e  cucina, oppure  mentre  si  corre  con  moto  accelerato  verso  il  bagno  a  causa  di  una  scorpacciata  di  prugne  secche, si  può  raccogliere  dal  pavimento  qualsiasi  vago  residuo  di  ostinatissima  polvere. Della  serie: due  piccioni  con  una  fava.

Per  i  maschi, risalgo  all’inverno  2014/2015  pur  di  catturare  alcuni  spunti  molto  interessanti:

trend-moda-maschile

A  sinistra, un  quadrettato  totale: fa  molto  country  inglese, sì, ma  anche  pirla  metropolitano. A  voi  la  scelta. Al  centro, un  total  black: severo, sobrio, senza  fronzoli. Il  modello, però, ha  l’espressione  facciale  di  uno  in  procinto  di  tirare  le  cuoia. A  destra, invece, s’impone  l’aria  un  po’  disorientata  del  giovanotto  che, consapevole  di  quanto  sta  indossando,  sembra  dire  a  se  stesso: che  ssa’ da fa’ ppe’ campà.

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Intanto, nell’attesa  di  scrivere  un  post  denso  di  significati  o  almeno  evocativo  ed  emozionante, vi  lascio  un’immagine  che  di  poetico  non  ha  davvero  nulla  ma  qualcosa  evoca  comunque: la  tipologia  di  maschio  cavernicolo. Si  prega  di  cliccare  l’immagine  per  ingrandirla  e  osservarla  meglio, in  modo  da  gioire  di  fronte  a  simile  visione:

vero  uomo

Dopo  aver  trovato  su  internet  questa  perla, avrei  forse  potuto  esimermi  dal  condividerla  con  i  miei   lettori?

 

P.S. Mi  sono  accorta  soltanto  ora  che  è  inutile  cliccare  sull’immagine  perché  non  si  ingrandisce. Pazienza, la  si  può  ammirare  ugualmente  in  tutto  il  suo  splendore.

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colombi

Premetto  che  si  tratta  di  una  storia  vera, per  quanto  possa  sembrare  assurda, e  che  mi  è  stata  raccontata  da  mio  padre  e  da  miei  parenti.

Anni  Ottanta  del  XX  secolo, appennino  modenese, estate, sole  splendente  e  tanta  gioia  di  vivere. Un  certo  Domenico, più  o  meno  trentenne, perennemente  accompagnato  ovunque  dalla  madre, decise  di  ‘corteggiare’  una  certa  F., che  abitava  coi  genitori  vicino  alla  casa  che  la  mia  famiglia  aveva  in  montagna. F.  era  una  ragazza  simpatica, molto  giovane  e  cordiale. La  madre  di  Domenico, che  almeno  in  teoria  avrebbe  voluto  trovare  una  fidanzata  al  figlio, decise  di  favorire  il  fausto  incontro  tra  i  due, incontro  che  avvenne  nel  giardino  della  casa  di  F. Qui  i   presunti  colombi  parlarono  un  po’, con  le  rispettive  madri  a  distanza  ravvicinata, poi  Domenico  se  ne  uscì  con  questa  magnifica  frase  da  manuale  del  bravo  corteggiatore: “Mamma, posso  comprare le  caramelle  a  F.?”.

E  voi  siete  mai  stati  testimoni  di  eventi  simili?

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Verso  la  fine  degli  anni  Novanta  del  secolo  scorso  e  all’inizio  del  Duemila, qualche  amministratore  di  questa  città  fu  preso  dalla  smania  di  organizzare  eventi  al  fine  di  rivitalizzare  il  centro  storico. Io,  che  sono  residente  in  centro  storico  da  parecchi  anni, sinceramente  non  ho  mai  avvertito  questo  impellente  bisogno  di  rivitalizzazione; tuttavia, si  accettano  volentieri  certe  iniziative  quando  sono  ben  fatte.

Ecco, questo  è  il  punto: quando  sono  ben  fatte. Purtroppo, nel  periodo  che  ho  citato,  in  città  ci  siamo  distinti  per  eventi  come  minimo  stravaganti, tali  da  suscitare  molte  perplessità  e  anche  un  po’  di  sanissimo  sdegno. Non  ricordo  esattamente  quando, ma  ci  fu  un  anno  in  cui  fu  organizzata  la  cosiddetta  festa  di  primavera. Ammetto  che, quando  sentii  per  la  prima  volta  che  sarebbe  stata  fatta  questa  festa, fui  colta  da  un  inopportuno  soprassalto  d’ingenuità, perché  attesi  con  leggera  trepidazione  quanto  sarebbe  avvenuto. Ebbene, un  pomeriggio  andai  in  piazzetta  della  Pomposa  e  vidi  una  serie  di  fogli  di  carta  da  disegno – i  soliti  Fabriano  che  tutti  abbiamo  usato  alle  scuole  elementari  per  disegnare –  dipinti  ad  acquerello  con  immagini  floreali  e  appesi  sul  muro  di  un  palazzo  della  piazzetta. Da  quello  che, con  grande  sorpresa,  riuscii  a  comprendere, si  trattava  della  coreografia  della  festa  di  primavera. Ricordo  che, una  volta  tornata  a  casa, non  ebbi  neppure  la  forza  di  commentare.

Non  ricordo  se  accadde  nello  stesso  anno, ma  comunque  eravamo  ancora  nella  seconda  metà  degli  anni  Novanta  e  sempre  di  primavera (e  ti  pareva!).  Un  sabato  pomeriggio  avvertimmo  d’improvviso  un  grandissimo  baccano: sentimmo  musica  da  tutte  le  parti  ad  altissimo  volume, ma  non  riuscimmo  a  capire  di  che  musica  si  trattasse  perché  il  frastuono  era  allucinante  e  in  apparenza  insensato,  caos  allo  stato  puro. Fu  poi  mio  padre,  giungendo  a  casa  con  la  faccia  stravolta,  a  spiegarci  che  in  Via  Emilia  c’erano  tante  orchestrine, a  pochi  metri  di  distanza  le  une  dalle  altre, che  suonavano. Peccato  però  che  ciascuna  suonasse  una  propria  musica, distinta  dalle  altre: per  fare  un  esempio, c’era  un  palco  in  cui  cantavano  a  squarciagola  canzoni  napoletante  stile  O  sole  mio  e, a  soli  venti  metri  di  distanza, c’era  chi  si  scatenava  col  rock  duro. Così  non  ci  si  capiva  nulla, era  la  confusione  totale, una situazione  da  pazzi. Mio  padre, che  detesta  il  chiasso  quanto  me, disse  così: “Questa  non  è  una  città, ma  un  manicomio a cielo  aperto“.

Naturalmente  non  finì  qui, perché  al  peggio  non  c’è  mai  fine. Forse  fu  nel  Duemila – ma  non  ricordo  bene – che, nella  solita  ottica  di  voler  rivitalizzare  il  centro  storico, qualcuno  ebbe  l’idea  geniale (partorita  di  notte?)  di  far  dipingere  onde  marine  nella  centralissima  Via  Farini. Questa  è  la  strada, tanto  per  darne  un’idea:

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Ho  scattato  questa  foto  nel  dicembre  del  2009, dopo  una  forte  nevicata. Ma  immaginatela  in  tarda  primavera, col  sole  e  una  giornata  limpida. Ebbene, sul  grigio  asfalto  a  destra, vicino  ai  portici, furono  disegnate, per  l’intera  lunghezza  della  strada, le  onde  del  mare. Colti  da  irrefrenabile  entusiasmo  (gli  ormoni  di  primavera!),  i  geniali  fautori  di  cotanto  capolavoro  pensarono  bene  di  aggiungerci  pure  qualche  sfumatura (il  realismo!), per  cui  sull’asfalto  c’erano  le  onde  blu  scuro  e  poi  quelle  celesti: il  mare  disegnato  e  colorato  in  una  grigia  strada  stretta  di  una  città  padana. Sarebbe  come  mettere  palme  di  cartone  con  noci  di  cocco  di  plastica  in  una  strada  di  Stoccolma.

Naturalmente  si  sa  come  procedono  certe  cose: non  ci  si  accontenta  mai  degli  orrori  fatti, ma  bisogna  esagerare, andare  oltre, eccedere, in  un  vortice  d’attivismo  mai  pago  di  se  stesso. Siccome  al  mare, come  ognuno  sa, ci  sono  anche  le  spiagge, sul  mare  dipinto  della  povera  Via  Farini  posero  addirittura  dei  piccolissimi  recinti  con  sabbia  e  delle  cabine  in  legno, quelle  che  servono  per  cambiarsi  quando  si  soggiorna  al  mare  vero.

Se  adesso  pensate  che  tutto  sia  finito  qui, siete  inutilmente  ottimisti. Al  termine  di  Via  Farini  e  giunti  in  piazzale  San  Giorgio, ecco  l’apoteosi  dell’iniziativa: una  piscina  gonfiabile, di  quelle  che  in  genere  vengono  messe  nei  giardinetti  privati  per  far  divertire  i  bambini  della  famigliola  felice. Secondo  la  pubblicità  fatta  al  fausto  evento (ebbero  persino  la  faccia  tosta  di  celebrare  ‘sta  meraviglia), i  cittadini  avrebbero  potuto  bagnarsi  con  gioia  e  disinvoltura  nella  piscina  gonfiabile, il  tutto  in  pieno  centro  storico  e  a  due  passi  dall’Accademia  Militare. Inutile  dire  che  l’iniziativa  fu  un  flop  clamoroso  e  raccolse  molte  critiche. Le  proteste  costrinsero  gli  organizzatori  a  togliere  tutta  questa  baracconata, onde  comprese, nell’arco  di  tre  giorni. E  fu  così  che  Via  Farini  riacquistò  la  sua  dignità  di  grigia  strada  stretta  di  una  media  città  padana.

Ricordo  ancora  le  risate  che  facemmo  quando  andai  dal  parrucchiere  vicino  a  casa  mia: ci  divertimmo  tutti, parrucchiere  e  clienti, a  chiederci  con  sadismo  dove  avessero  preso  la  sabbia  dei  recinti, se  a  Rimini  o  a  Riccione, e  chi  avessero  obbligato  a  dipingere  la  strada, magari  nottetempo  come  un  ladro.

Dopo  le  orchestrine  a  tutto  volume, i  disegni  fatti  a  mano  sui  fogli  delle  scuole  elementari  e  il  finto  mare  con  sabbia  e  cabine, finalmente  le  iniziative  per  salutare  la  primavera  sono  diventate  dignitose. Da  alcuni  anni, infatti, a  fine  marzo  in  centro  storico  c’è  un  bel  mercato  dei  fiori  con  esposizioni  di  piccoli  giardini, e, all’inizio  di  giugno, per  tre  giorni  si  tiene  il  mercato  europeo, con  commercianti  provenienti  da  ogni  parte  del  nostro  continente. Come  si  suol  dire, dopo  aver  toccato  il  fondo, si  risale.

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bimba

La  signora  C., quella  che, nel  condominio  in  cui  abitavo  durante  l’infanzia, aveva  un  nipotino  simpatico  e  un  marito  molto  paziente  e  mite, una  volta  convinse  mia  madre  a  portarmi  dalla  sua  parrucchiera  di  fiducia. Io  avevo  sei  anni, una  folta  massa  di  riccioli  castani  scuri  e  nessun  desiderio  di  affidarmi  a  una  parrucchiera. Però  non  si  trattava  di  tagliare  la  chioma, alla  quale  ero  molto  affezionata, ma  di  fare  la  cosiddetta  messa  in  piega; pertanto, sebbene  un  po’  riluttante  e, come  al  solito, con  l’aria  imbronciata, mi  adattai  a  seguire  mia  madre  e  la  signora  C.

La  parrucchiera  di  fiducia  della  signora  C.  stava  in  estrema  periferia, al  quartiere  Madonnina, che  raggiungemmo  dopo  un  lungo  viaggio  in  autobus. Durante  il  percorso, nonostante  i  miei  sei  anni, pensai  che  non  valesse  la  pena  fare  quel  lungo tragitto  per  una  messa  in  piega. Comunque, una  volta  giunte  in  loco, fui  acchiappata  dalla  parrucchiera  che, dopo  avermi  lavato  la  testa, mi  riempì  inutilmente  di  bigodini. Terminato  il  rito  e  asciugati  i  capelli, tornammo  a  casa. Ma  durante  il  viaggio  di  ritorno, sull’autobus  pieno  di  passeggeri, mi  trovai  letteralmente  schiacciata  fra  due  uomini. Fu  così  che, nell’ingenuità  dei  miei  sei  anni, urlai  forte  senza  vergogna: “BASTAAAA! MI STATE  ROVINANDO  LA  MESSA  IN  PIEGA!”. La  signora  C. cominciò  a  ridere  senza  riuscire  a  fermarsi, tanto  che  le  vennero  le  lacrime  agli  occhi. E  dopo, a  distanza  di  anni, ogni  tanto continuò  a  ricordarmi  quell’episodio.

A  dire  il  vero, ne  combinai  anche  un’altra  e  sempre  con  la  mitica  signora  C.  presente. Un  giorno  eravamo  sul  sei  barrato, un  filobus  che  collegava  il  nostro  quartiere  al  centro  storico. Avevo  sei  anni, era  l’ora  di  punta  e  mi  trovai  schiacciata  da  un  signore  piuttosto  alto, o  almeno così  mi  sembrò. Ebbene, il  cappotto  di  costui, la  cui  parte  posteriore era  spiaccicata  senza  pietà  sulla  mia  faccia, non  aveva  un  buon  odore, anzi; così, stanca  a  causa  della  folla  e  non  potendone  più  del  fetore  allegramente  attaccato  al  mio  naso,  gridai  forte: “CHE  PUZZA!CHE  PUZZAAAA!”. Mia  madre, intimandomi  di  tacere, mi  fece  scendere  alla  prima  fermata  disponibile,  avendo  visto  che  ero  irritata  e  ormai  incontenibile; ovviamente  la  signora  C.  ci  seguì  ridendo  a  crepapelle.

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Del  primo  anno  di  università, resta  per  me  indimenticabile  l’esperienza  come  pendolare  Modena-Bologna, che  significava  percorrere,  sia  all’andata  sia  al  ritorno,  37  chilometri  in  linea  ferroviaria. Nonostante  la  breve  distanza,  i  miei  viaggi  quotidiani  verso  Bologna  si  configuravano  spesso  come  autentiche  avventure.  Viaggiare  in  Italia, infatti,  non  è  mai  facile  a  causa  dei  ritardi  cronici  dei  treni  e  di  disorganizzazioni  di  vario  genere, che  a  volte  sfociano  in  situazioni  surreali. Essendo  poi  io  una  maniaca  della  puntualità, ho  vissuto  e  vivo  sempre  malissimo  ogni   ritardo  dei  mezzi  pubblici. Pertanto  le  mie  odissee  verso  Bologna  mi  sono  rimaste  impresse  nel  cuore  e  nella  mente, e  credo  che  così  sarà  fino  alla  fine  dei  miei  giorni.

Erano  due  i  treni  che  costituivano  il  mio  riferimento  mattutino: quello  delle  7:32 (o  7:30)  e  quello  delle  8:02 (o  8:04, non  ricordo). Il  primo  era  un  tipico  treno  per  pendolari  che  si  formava  proprio  a  Modena. Ciò  potrebbe  far  pensare  che,  per  noi,  fosse  facile  salirvi  e   sedere  in  tutta  tranquillità. Sbagliato. Nonostante  quella  fosse  l’ora  di  punta, i  vagoni  del  treno  erano  soltanto  tre. A  quell’ora, era  pieno  di  studenti  e  lavoratori  che   partivano  non  solo  da  Modena, ma  anche  dalla  provincia; basti  pensare  al  fatto  che  il  treno  proveniente  da  Carpi  scaricava  una  massa  di  persone  in  buona  parte  dirette  proprio  a  Bologna. Si  comprende  allora  quanto  fosse  ridicolo  e  irrispettoso  far  partire  un  treno, persino  brutto  e  vecchio, con  tre  miseri  vagoni.

In  una  situazione  di  questo  tipo, si  verificava  una  sorta  di  lotta  all’ultimo  sangue  per  salire  in  fretta  sul  treno  e  accaparrarsi  un  posto  a  sedere. Io,  purtroppo,  non  ero  brava  in  questi  frangenti,  perché, poco  amante  della  confusione  e  troppo  piena  di  scrupoli, non  mi  trovavo  a  mio  agio  a  spingere  e  ad  aprirmi  improbabili  varchi  tra  la  folla, per  cui  viaggiavo  quasi  sempre  in  piedi. E  non  era  piacevole, nonostante  il  percorso  durasse  solo  venti  minuti: venti  minuti  in  piedi, ammassati  come  bestie  gli  uni  contro  gli  altri  e  di  prima  mattina, non  è  una  situazione  entusiasmante. Le  poche  volte  in  cui  riuscivo  a  sedermi  erano  quelle  in  cui  viaggiavo  con  una  mia  amica, una  ragazza  timida  e  in  genere  molto  tranquilla  che  però – non  si  sa  per  quale  recondito  motivo –  era  diventata  una  piccola  furia  quando  si  trattava  di  dover  trovare  un  posto  a  sedere  su  quell’orrido  treno: prima  di  salire, si  girava  verso  di  me, mi  diceva “Forza!”  con  volto  autoritario  e  severo, spingeva  senza  pietà  i  soggetti  che  le  stavano  davanti, compresi  uomini  altissimi, e, con  sguardo  truce,  riusciva  ad  aprirsi   una  via  per  fiondarsi  in  fretta  sui  posti  liberi,  occupandone  due  con  i  libri.

Quel  trenino-giocattolo  aveva  l’ingrato  compito  di  fermarsi  anche, fra  Modena  e  Bologna, a  Castelfranco, Samoggia, Anzola  e  Lavino, dove  doveva  raccattare  altri  poveri  disgraziati  diretti  nel  capoluogo  della  regione. In  queste  situazioni, anche  gli  esseri  umani  migliori  regrediscono  a  uno  stadio  simil-primitivo, stile  cavernicoli, e  cominciano  a  fissare  i  propri  simili  con  le  facce  ringhianti  e  minacciose: era  quello  che  parecchi  di  noi, stipati  come  buoi  mandati  al  macello, facevano  guardando  fuori, attraverso  i  finestrini, i  poveretti  che, a  Castelfranco, Samoggia  e  compagnia  cantante,  volevano  salire. Per  noi  costoro  erano  odiosi  nemici, perché  avrebbero  riempito  ulteriormente  un  treno  già  colmo  di  esseri  viventi, peraltro  arrabbiatissimi. D’altra  parte, anche  loro  avevano  il  pieno  diritto  di  salire  e  perciò  salivano, ma  con  enorme  difficoltà  perché  nel  treno  non  c’era    più  posto  per  nessuno. E  così  si  ripartiva,  ancora  più  ammassati  di  prima  e  già  stanchi  prima  di  arrivare.

Quando  finalmente  si  entrava  nella  stazione  di  Bologna, si  tirava  un  sospiro  di  sollievo, pregustando  il  fausto  momento  in  cui  si  sarebbero  aperte  le  porte  del  treno  e  saremmo  volati  verso  un’apparente  libertà. Peccato  però  che, a  volte, il  trenino  si  fermasse  proprio  all’inizio  della  stazione  di  Bologna  per  dare  la  precedenza  al  mitico  Pendolino  Roma-Milano. Ora, se  c’è  una  cosa  frustrante  fino  all’inverosimile  è  aver  raggiunto  la  propria  agognata  destinazione  e, a  pochi  passi  dal  traguardo, doversi  fermare  per  dieci  lunghissimi  minuti. Credo  di  non  essermi  mai  sentita  tanto  jellata come  in  quei  momenti.

Passiamo  ora  al  treno  delle  8:02, che  in  genere  prendevo  quando  avevo  lezione  alle  dieci  della  mattina. Il  treno  arrivava  da  Milano  e, la  prima  volta  che  lo  vidi, ebbi  un  sussulto  e  avvertii  i  sudori   freddi: entrò  in  stazione  con  una  lentezza  esasperante, quasi  vergognandosi  di  se  stesso, cigolando  senza  ritegno  come  un  ferro vecchio  e  tutto  traballante, come  se  faticasse  a  mantenersi  sulle  rotaie. E  di  ferro  vecchio, in  verità, si  trattava, perché  già  allora  era  un  treno  obsoleto  e  con  vagoni  muniti  di  scompartimenti  sporchi  e  maleodoranti. Insomma, vedendolo  ci  si  chiedeva   per  quale  incomprensibile  motivo  fosse  riuscito  a  raggiungere  Modena  partendo  da  Milano, e  che  cosa  avessimo  fatto  di  male  noi  alla  regione  Lombardia  per  meritare  un  trattamento  simile. L’unico  vantaggio  di  quel  treno  da  profughi  era  la  possibilità  di  sedersi, ma  il  viaggio  verso  Bologna  era  sempre  tutto  uno  scossone  perché  il  ferro  vecchio  traballava  senza  pietà, e  qualche  volta  si  aveva  la  sensazione  che  avrebbe  perso  i  pezzi  nei  pressi  di  Samoggia, lasciandoci  a  terra  nella  campagna  desolata  e  nebbiosa.

C’è  da  dire  però  che, una  volta  giunta  a  Bologna, cercavo  di  dimenticare  questi  assurdi  viaggi  immergendomi  nella  vita  cittadina  e  percorrendo, quasi  festante, i  soliti  venti  minuti  di  tragitto  per  raggiungere  l’università. Prima  di  entrare  nelle  sacre  aule, però, mi  consolavo  facendo  colazione  in  Piazza  Verdi. Beata  gioventù!

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In gita

montefiorino

Siamo  quasi  tutti  in  vacanza  o,  almeno,  lo  siamo  con  la  testa, e  i  pensieri  volano  lontano  in  cerca  di  qualche  ricordo  e  di  un  po’  di  risate. D’altra  parte  il  caldo  non  è  più  troppo  intenso, l’estate  è  diventata  piacevole  e  ci  si  sente  allegri  e  spensierati, desiderosi  di  non  prendersi  troppo  sul  serio. E  allora…

Durante  l’infanzia  e  l’adolescenza, trascorrevo  il  mese  di  agosto  in  un  paese  dell’Appennino  tosco-emiliano (quello  che  si  vede  in  foto): lì, infatti, la  mia  famiglia  aveva  una  casa.  Una  volta, quando  avevo  dieci  anni, il  parroco  del  luogo  organizzò  una  gita  a  Sotto  il  Monte, in  provincia  di  Bergamo, paese  natale  di  papa  Giovanni  XXIII. Con  mia  grande  sorpresa, a  mia  madre, che  non  era  mai  stata  amante  di  questo  tipo  di  viaggi, venne  il  ghiribizzo  di  parteciparvi  e  di  trascinare  anche  me  nell’avventura. Io, però, ne  avrei  fatto  volentieri  a  meno. Che  la  cosa  mi  risultasse  sgradita  non  deve  stupire: essendo  libera  di  scorrazzare  tutto  il  giorno  in  giardino  come  una  piccola  selvaggia, l’idea  di  dovermi  alzare  alle  cinque  della  mattina (eh  sì, alle  cinque!)  per  lasciare  i  monti  e  mettermi  in  viaggio  verso  la  pianura  padana, il  tutto  su  un  pullman  pieno  di  gente  che  conoscevo  a  stento, non  mi  convinceva. A  ciò  si  aggiunga  la  mia  introversione  e  si  capisce  quale  potesse  essere  il  mio  stato  d’animo. Purtroppo, però, a  quell’età  si  può  fare  ben  poco  se  i  genitori  si  mettono  in  testa  qualcosa  e  perciò  fui  costretta  a  partire.

Com’è  tristemente  noto  ai  più, in  questi  casi  chi  organizza  una  gita  tende  a  fare  le  cose  in  grande, in  una  sorta  di  vertigine  dell’accumulo: non  si  vuole  visitare  bene  un  luogo  interessante, ma  si  vogliono  attraversare  tanti  posti  in  poco  tempo, quello  necessario  per  illudersi  di  esserci  stati. E  il  nostro  caro  prete  non  fece  eccezione: il  viaggio, infatti, prevedeva  la  visita  di  Caravaggio, Sotto  il  Monte, Bergamo  Alta (quella  Bassa  no!)  e, dulcis  in  fundo, Sirmione. Il  tutto  con  la  pretesa  di  tornare  a  casa, belli  e  pimpanti,  entro  la  serata. Ora, è  vero  che  io  ero  piccolina, però  conoscevo  già  la  geografia  e  sapevo  che  un  itinerario  del  genere  avrebbe  significato  tanta  fatica  per  non  capire  niente  di  ciò  che  avremmo  visto. Pertanto  mi  misi  in  viaggio  di  pessimo  umore  e, appena  giunti  in  pianura nei  pressi  di  Modena, mi  addormentai  per  svegliarmi  direttamente  in  provincia  di  Bergamo.

La  prima  tappa  fu  Caravaggio: ricordo  che  scendemmo  a  moto  sostenuto  in  una  piazza  rettangolare, della  quale  nessuno  ci  rivelò  il  nome, poi  entrammo  in  fretta  in  un  palazzo  o  in  un  chiostro; qui  sostammo circa  cinque  minuti  scarsi, dopo  di  che  il  parroco, tutto  giulivo, c’intimò  di  salire  sul  pullman  per  proseguire  il  viaggio.

Arrivati  a  Sotto  il  Monte, la  sosta  durò  un  tempo  più  umano  e  ragionevole  perché  occorreva  visitare  la  casa  del  papa,  entrare  in  qualche  chiesa  e  darsi  alle  libagioni, cioè  al  pranzo. Della  casa  non  ricordo  nulla  e  neppure  del  pranzo; non  so  né  dove  né  come  mangiammo (l’ho  rimossoooo!). Tuttavia, conoscendomi, ho  il  fortissimo  sospetto  che  rimasi  quasi  a  digiuno, come  sempre  mi  capita  quando  sono  nervosa.

Si  sa  poi  che, in  queste  occasioni, è  d’obbligo  farsi  fare  qualche  foto, utile  a  dimostrare  ad  amici  e  parenti  che  si  è  stati  in  gita (la  provaaaaa!), manco  si  fosse  raggiunto  il  Polo  Nord  con  cani  e  slitta. Ecco  che  allora  alcuni   si  fecero  immortalare  accanto  alla  statua  di  papa  Giovanni; io, invece, nera  più  che  mai  e  per  natura  poco  incline  ai  riti  di  gruppo, rifiutai  categoricamente  di  farmi  fotografare. E  fui  irremovibile.

Terminato  il  grande  spasso  a  Sotto  il  Monte, ci  precipitammo  come  furie  a  Bergamo  Alta. Qui  ci  fermammo  su  una  salita  e  il  prete  ci  fece  subito  guardare  in  basso, oltre  un  muretto,  per  dimostrarci  che, sì, ciò  che  dicevano  le  cronache  era  vero, ossia  Bergamo  ha  effettivamente  una  parte  alta  e  una  bassa. E  così,  rinfrancati  da  questa  importante  conferma, ripartimmo  all’istante.

L’ultima  tappa  di  questa  inutile  marcia  fu  Sirmione, un  bellissimo  paese  sul  Lago  di  Garda. Purtroppo, in  quel  momento, noi  non  vedemmo  bellezza  alcuna  perché  sostammo  meno  di  dieci  minuti  in  un  imprecisato  viale  colmo  di  gente, caotico  come  una  località  della  Romagna  a  Ferragosto,  e  il  lago  rimase  un  miraggio.

A  questo  punto  iniziò  l’estenuante  viaggio  di  ritorno. Non  ricordo  più  quanto  durò  né  ricordo  cosa  dissi  quando  finalmente  mi  trovai  a  casa. Però, conoscendo  il  mio  carattere, so  che  qualcosa  devo  aver  detto, e  qualcosa  di  forte  anche, perché  dopo  di  allora  nessuno  osò  mai  più  invitarmi  a  gite  del  genere.

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