Quando il cinema era arte: Olivia de Havilland

Ieri è morta a Parigi Olivia de Havilland, star della Hollywood dei tempi d’oro. Dotata di un talento non comune e di grande personalità, ha sempre saputo infondere notevole spessore psicologico ai suoi personaggi. Qui scelgo di ricordarla come protagonista di un film splendido, L’ereditiera (1949), tratto da un romanzo di Henry James, Washington Square. Il regista del film è William Wyler, che ci ha regalato un autentico gioiello, un’opera raffinatissima sotto tutti i punti di vista: recitazione, dialoghi, ambientazione. Un film profondo, intelligente e, nello stesso tempo, esteticamente ineccepibile: un felice incontro fra la letteratura e la settima arte, elaborato con stile inimitabile.

In un momento storico come questo, caratterizzato da un’involuzione sul piano del gusto artistico e letterario, ricordare Olivia de Havilland e recuperare un film come L’ereditiera è doveroso: è un modo per volare alto, senza rassegnarsi alla mediocrità e alla superficialità in cui siamo immersi.

L’amante senza fissa dimora

Trama

Novembre. Mr. Silvera, guida turistica che accompagna un gruppo di persone a Venezia, incontra una ricca antiquaria romana in viaggio per lavoro. Lui è sfuggente ed enigmatico, lei è sposata, colta, curiosa e piena di vita. Fra i due nasce una relazione, destinata a concludersi in fretta a causa di uno sconvolgente segreto di Mr. Silvera.

 

Commento

L’amante senza fissa dimora (1986) è un’opera di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Non ci si lasci fuorviare dal titolo: non si tratta di un romanzo rosa, perché la vicenda sentimentale è soltanto lo sfondo per un’affascinante narrazione che si dipana a più livelli. Al centro della storia, infatti, c’è un mistero, un’antica leggenda che il lettore può scoprire soltanto alla fine, ma sulla scena si muovono e s’incontrano vari personaggi, ben delineati grazie a un’ottima capacità di indagine psicologica e sociologica, spesso accompagnata da un tocco di sapiente ironia. E sono personaggi che, tutti insieme, formano un interessante campionario di varia umanità, come, ad esempio, i viaggiatori scortati da Mr. Silvera:

In ogni comitiva c’è sempre un’adolescente che s’innamora di Mr. Silvera, sempre un paio di anziane signorine d’inesauribile energia, sempre una coppia di coniugi litigiosi, sempre un’ipocondriaca, sempre un pignolo saccente e scontento di tutto, sempre un ficcanaso pettegolo. È come viaggiare con un campionario, pensa Mr. Silvera (p.16).

E poi c’è Venezia, anch’essa protagonista. Venezia a novembre – malinconica, buia, decadente – è la condizione stessa di possibilità di una trama interamente giocata sul mistero, sull’elusività, sull’incertezza:

Strada facendo avevo scoperto una Venezia ovvia eppure a me […]del tutto ignota. Una Venezia di frequentissimi anfratti, portichetti, angoletti oscuri, minuscoli campielli deserti, calli quasi segrete, di cui sarebbe stato delittuoso non approfittare […] (p.117).

 

Perché leggere questo romanzo:

– per immergersi nella raffinata trama di una scrittura elegante, caratterizzata da uno stile sontuoso ma non barocco, e da una non comune ricchezza lessicale. Perché è bello volare alto ed evitare di appiattirsi nella palude della mediocrità, specialmente in un’epoca come la nostra, in cui si assiste spesso a un’eccessiva semplificazione della lingua scritta.

– per la sottile analisi dei tanti personaggi, attuata attraverso gesti, rapide occhiate, frasi, inaspettate suggestioni, ossia attraverso quegli effetti indiretti che soltanto i bravi scrittori e le brave scrittrici sanno creare.

– per l’atmosfera decadente, romantica e poetica di Venezia, colta in un malinconico mese d’autunno e catturata nei suoi angoli più remoti, lungo le vie meno frequentate, davanti ai suoi tanti portoni sbreccati.

– perché è ambientato negli anni Ottanta del secolo scorso, ossia nel passato prossimo, e descrive con garbata ironia un fenomeno  come quello dei viaggi organizzati low cost, già diffuso in quel periodo e ormai diventato parte integrante del nostro attuale stile di vita.

– per la profonda consistenza di tante riflessioni, sparse nel romanzo come gemme preziose da cogliere senza indugio. Come quella della protagonista che, a proposito di se stessa, ammette: mi avvilisce l’idea – ma non è propriamente un’idea, è come una cicatrice d’idea – di aver malamente tradito me stessa. Né mi consola pensare che non soltanto la mia, ma qualsiasi vita è così: un premere formicolante, incalcolabile, che poi, messo alle strette, si risolve in rivoletti incolori (p.131).

Pausa caffè


S’insinua con leggerezza in una scura giornata d’inverno e la rende piacevole. Caldo intermezzo all’inizio del pomeriggio, accende la fantasia ed evoca scene in contrasto con il grigio opaco del cielo sofferente: compaiono prati verdi, colline pigre accarezzate dal sole di primavera, roseti in fiore. Compare persino l’estate, a tratti, con i suoi eccessi sfacciati e le sue maliziose lusinghe.
Saper scegliere le proprie pause è un’arte che s’impara col tempo e che, una volta appresa, diventa la fonte privilegiata sulla via della serenità.