Il bello dell’estate, nonostante tutto

Affacciarsi e trovare sotto casa il verde rigoglioso degli alberi, durante l’estate, è una delizia per gli occhi e per lo spirito. Ma in primavera e d’autunno lo spettacolo diventa poesia.

Quando la sera si distende adagio sulla città, sembra che anche gli alberi, come gli esseri umani, si apprestino al riposo, a un sonno ristoratore.

Le sere d’estate riconducono sempre al passato, a spazi di libertà e divertimento ormai perduti. Però, nonostante lo scorrere degli anni, guardare le stelle nel cielo scuro conserva intatto il suo fascino, come se nulla fosse cambiato dal tempo in cui quelle stelle un valore l’avevano ancora, almeno per qualcuno di noi.

Ed è piacevole, per me, osservare i passanti dall’alto, cercare d’indovinarne le intenzioni, persone in bicicletta e a piedi, gente che vuole svagarsi, passeggiare, uscire da casa quando il sole è scomparso e finalmente si può respirare. E tutto avviene secondo lo stile dell’estate, quel camminare lento quasi senza meta, quel gusto un po’ anarchico di muoversi a caso o all’ultimo momento, per il puro piacere di farlo. E gli scoppi di risa, i ragazzi che si fermano agli angoli delle strade, il cinema estivo all’aperto, musica e canzoni in lontananza – tutto invita a non preoccuparsi, a lasciare andare. Il bello dell’estate, nonostante tutto.

Intanto, alle 19 e 34, il sole è ancora rovente, ma il cielo giallo merita di essere immortalato:

E poi il cielo cambia e i colori, alle 20 e 35, sono una meraviglia:

L’inevitabile passaggio

Il passaggio da una stagione all’altra non è mai del tutto indolore, perché porta con sé la necessità di un adattamento, fisico e mentale: bisogna abbandonare una fase e accoglierne un’altra. A questo ritmo non ci si può ribellare, essendo un dato di fatto, una pura e semplice realtà. E con la realtà, prima o poi, bisogna sempre fare i conti.

Con il trascorrere degli anni, e con gli inevitabili mutamenti che questo inarrestabile flusso comporta, a volte diventa difficile accettare continue giornate piene di sole e lo splendore di un cielo azzurro senza nubi, perché ciò non sempre si adatta al nostro stato d’animo, oppure perché diventa fonte di distrazione, richiamando alla memoria scene lontane, frammenti dell’adolescenza e della prima giovinezza, momenti spensierati che non torneranno più.

Per questo blog, il passaggio da una stagione all’altra significa un cambiamento importante sul piano estetico: devo scegliere nuove immagini e nuovi sfondi, cosa che per me è sempre motivo di gioia. Modificare le immagini e l’atmosfera del blog è una sorta di rito utile ad abituarmi alla nuova stagione, ad accogliere il mutamento con maggiore consapevolezza: è una piccola celebrazione e, allo stesso tempo, una rassicurante garanzia di continuità.

E siccome il primo giugno, cioè domani, segna l’inizio meteorologico della nuova stagione, buon inizio d’estate a chiunque passi da queste parti.

P.S. Non so perché, ma erano scomparsi i link ai blog amici senza che io li avessi tolti. In ogni caso, me ne sono accorta e li ho recuperati. Mi scuso per l’inconveniente. 

I dieci anni del blog

diario

Esattamente  dieci  anni  fa, cioè  il  12  gennaio  del  2007,  iniziai  la  mia  avventura  con  questo  blog  scrivendo  un  brevissimo, scarno  post  di  presentazione. All’epoca  gestivo  anche  un  altro  spazio, un  blog  dedicato  all’attualità  politico-sociale  aperto  nell’agosto  del  2006; così, Oltre  il  cancello  doveva  essere, nelle  mie  intenzioni, un  piccolissimo  luogo  di  svago, un’isola  di  quiete  senza  alcuna  pretesa, le  pagine  cui  avrei  affidato  pensieri  lievi, a  volte  persino  frivoli, in  contrasto  con  la  serietà  del  mio  blog  principale.

Ma  nel  gennaio  del  2009  chiusi  definitivamente  il  blog  incentrato  sull’attualità  e  decisi  di  dedicarmi  soltanto  a  questo. Scelsi, cioè, lo  svago, il  disimpegno, la  quiete, la  fantasia, la  bellezza, la  serenità. In  un  certo  senso, scelsi  il  distacco  dal  mondo. E  non  me  ne  sono  pentita.

Come  ho  detto  altre  volte, questo  blog  ha  l’unico  scopo  di  intrattenere  i  lettori, regalando  un  po’  di  divertimento, alcune  emozioni, qualche  spunto  di  riflessione, belle  immagini, bei  colori. Ho  scritto  con  continuità  per  dieci, lunghi  anni; perciò, chi  legge  probabilmente  può  pensare  che  io  non  abbia  mai  attraversato  periodi  di  crisi, momenti  di  stanchezza  in  cui  avrei  voluto  chiudere  quest’esperienza. In  realtà, varie  volte  sono  stata  sul  punto  di  interrompere  tutto; ma  poi  non  l’ho  fatto  perché  sono  molto  affezionata  a  questa  mia  creatura,  e  alla  cura  con  cui  ho  cercato  di  trattarla  nonostante  il  poco  tempo  a  disposizione.

Adesso, riandando  con  la  mente  a  quel  lontano  gennaio  del  2007, ricordo  con  strana  precisione  i  sentimenti  che  provai  allora, mentre  mi  accingevo  a  cominciare  questo  percorso. Ricordo  la  gioia, l’entusiasmo, il  divertimento  con  cui  scrissi  i  primi  post, sentendomi  leggera  e  spensierata  mentre  affrontavo  argomenti  così  lievi, così  impalpabili, per  qualcuno  forse  inutili. Era  inverno, era  freddo, era  gennaio  e  io  mi  divertivo  moltissimo  a  scrivere  di  feste, di  neve  e  di  Holly  Hobbie  ignorando  come  sarebbe  andata  a  finire. Insomma, non  avrei  mai  pensato  che  dieci  anni  dopo  sarei  stata  qui  a  rievocare  quei  momenti. Ma  di  questo  devo  ringraziare  tutti  coloro  che  hanno  letto, in  silenzio  o  commentando, le  tante, tantissime  parole  che  ho  scritto  nel  corso  degli  anni. Se  sono  ancora  qui  è  anche  merito  di  tutti  i  singoli  lettori  che  mi  hanno  accompagnata  in  questo  lungo  cammino. 🙂

Oltre  il  cancello, allora, resta  aperto: questo  giardino  è  disponibile  ad  accogliere  chiunque  voglia  perdersi  fra  i  suoi  viali, i  suoi  prati, le  sue  siepi, i  suoi  angoli  bui  e  i  suoi  fiori. Mentre  le  stagioni  passano  una  dopo  l’altra.

Sono sette: allegria!

holly

Tre  giorni  fa, 12  gennaio, questo  blog  ha  compiuto  sette  anni  di  vita. Che  strano  effetto! Sono  tanti  sette  anni  per  un  blog. Perché  non  festeggiarli – chiedo  venia  per  il  parolone – sorridendo? Lasciamo  da  parte  frasi  poetiche, riflessioni  profonde, pensieri  complessi, e  abbandoniamoci  a  qualcosa  di  non  troppo  impegnativo. A  tale  scopo  riscrivo, con  parole  un  po’  diverse, i  contenuti  di  due  post  d’argomento  frivolo  che  molti  dei  lettori  attuali  non  hanno  letto.

Premessa: anni  fa, su  molte  emittenti  televisive  private  c’erano parecchie   trasmissioni  con  cartomanti  e  affini  impegnati  a  leggere  il  futuro  ai  malcapitati  che  telefonavano. Ebbene, una  volta, allo  scopo  di  ridere, ho  guardato  una  di  queste  trasmissioni  e  ho  trascritto  alla  lettera  le  richieste  più  buffe  o  sconcertanti  di  chi  telefonava. Ecco  quattro  esempi:

Il  caso  di  una  fanciulla  straziata  dal  dolore  e  colma  di  sentimenti  profondi: “Il mio ragazzo è morto una settimana fa. Vorrei sapere se ne trovo un altro”.

–  Fanciulla  alle  prese  con  normali  dubbi  sentimentali: “Vorrei sapere se il rapporto con il mio ragazzo andrà bene”. Risposta  della cartomante:”Sì. Dimmi prima qual è il suo colore di capelli”. A  questo  punto, grande urlo  della  fanciulla: “Papà, di che colore ha i capelli il mio ragazzo?”.

Vicenda  di  signora  con  dubbio  amletico: “Ho sessant’anni e dovrei andare a convivere insieme a due uomini. Uno ha la mia età e l’altro ha ottant’anni. Vorrei sapere se quello di ottant’anni mi lascia l’eredità”. Risposta  della giovane cartomante, con  forte  accento bolognese: “Soccia, signora, è già dura vivere con uno!”.

Caso  di  donna  anziana  priva  di  ipocrisie  e  dotata  di  notevole  sincerità: “Accudisco tutti i giorni mia zia che ha più di novant’anni. Vorrei sapere se dura ancora molto o se finisce presto”.

Aggiungo  che  non  ho  inventato  nulla, neppure  una  virgola: ho  scritto  la  pura  verità, anche  se  può  sembrare  assurda. D’altra  parte, non  è  forse  vero che  la  realtà  a  volte  supera  la  fantasia?

A  proposito  di  realtà  che  supera  la  fantasia, tralasciamo  le  stravaganti  domande  ai  cartomanti  e  soffermiamoci  su  altro. Un  signore  anziano, conoscente  di  mio  padre,  amava  raccontare  bugie  ed  enormità  con  estrema  disinvoltura, tanto  che  molti  si  riunivano, di  sera, in  un  certo  bar  all’aperto  per  ascoltarlo  narrare  le  sue  improbabili  imprese. Era  un  bell’uomo, di  aspetto  distinto, ed  era  anche  una  persona  sensibile; però, purtroppo, aveva  questa  strana  mania  d’inventarsi  un’esistenza  parallela  volando  in  alto  con  l’immaginazione,  e, quando  incontrava  gli  amici, era  capace  di  trascorrere  ore  a  parlare  all’infinito  senza  che  nessuno  riuscisse  a  fermarlo. Per  comodità, schematizzo  le  principali  amenità  che  ci  raccontò  e  che  sono  passate  alla  storia  fra  quanti  l’hanno  conosciuto. Premetto  che, nella  vita, aveva  sempre  lavorato  come  artigiano  fino  alla  pensione, ma  sosteneva  con  convizione:

1) di aver fatto l’equilibrista e il domatore di leoni e di tigri al circo Orfei
2) di aver costruito centinaia di aerei
3) di aver visto Hitler in persona nel bel mezzo della Foresta Nera
4) di aver lavorato alla Nasa
5) di aver dipinto una riga su una bicicletta utilizzando la coda di un topo per farla dritta
6) di aver seguito ben tre corsi all’Accademia Militare di Modena
7) di essere nato sotto l’ala di un aereo
8) di aver avuto una nonna discendente da Toro Seduto.

Ma questo è niente: per narrare le sue gesta immaginarie occorrerebbe scrivere un romanzo. Mi  limito  soltanto  ad  altri  due  episodi. Una volta mi raccontò di aver trasportato un elefante del circo Togni su un camioncino, lungo una strada molto tortuosa, e mi disse che, durante la guida, l’elefante gli aveva leccato allegramente il collo con la proboscide. Un’altra volta, narrò a tutti i suoi amici che in casa non aveva più pace e che sua moglie non gli preparava mai pranzo e cena perché trascorreva tutta la giornata al telefono con la moglie di George Bush, allora Presidente degli Stati Uniti. 😮

Tè o caffè?

Prendere  un  tè  o  un  caffè: pause  che  spezzano  la  routine  quotidiana, intermezzi  da  dedicare  finalmente  a  se  stessi. E  ciascuno  a  proprio  modo, in  base  a  gusti, desideri  e  abitudini  che  assumono  significati  particolari  a  seconda  dei  casi. Quando  aprii  questo  blog, nel  gennaio  del  2007, lo  immaginai  così, come  un  potenziale  momento  di  pausa  per  gli  eventuali  lettori, un  piccolo  svago  senza  pretese  cui  abbandonarsi  con  calma  lasciando  da  parte, anche  se  per  pochi  minuti,  i  consueti  ritmi  della  giornata. Ed  è  inevitabile  soffermarsi  a  parlarne  ora, perché  per  un  blog  sei  anni  di  vita  sono  tanti.

Non  avevo  e  non  ho  ambizioni  particolari  se  non  il   desiderio  di  scrivere,  e  probabilmente  è  questo  il  motivo  per  cui  ho  continuato  a  farlo  tanto  a  lungo  con  gioia: nessuna  ansia  da  prestazione, nessuna  fissazione  per  raggiungere  un  determinato  numero  di  lettori. M’interessavano  e  m’interessano  la  scrittura, le  parole, le  frasi  che  scorrono  una  dopo  l’altra  come  in  una danza, i  ritmi,  a  volte  la  pura  musicalità  dei  termini.

Sono  sempre  state  tre  le  fonti  d’ispirazione  di  tutti  i  miei  post:  esperienze  avute  nel  mondo  reale, libri  e  dipinti  da  me  molto  amati, frammenti  di  ricordi  che  affondano  nel  mio  passato  remoto. Inoltre, nel  corso  degli  anni  ho  pubblicato  a  volte  anche  post  molto  frivoli  e  mi  auguro  di  sentirmi  abbastanza  ispirata  da  scriverne  ancora, perché  detesto  l’idea  di  prendermi  troppo  sul  serio.  Infine, non  ho  mai  usato  questo  spazio  per   attuare  improbabili  forme  di  comunicazione  a  distanza  e  sotto  metafora  con  altri  internauti,  non  ho  mai  scritto  un  post  dedicandolo  implicitamente  a  qualcuno. E  mai  lo  farò.

Allora, date  le  caratteristiche  di  questo  blog, si  tratta  di  tè  o  caffè? A  seconda  dei  gusti, immagino. Per  qualche  lettore  potrebbe  forse  essere  simile  a  una  pausa- caffè, brevissima  e  a  volte  intensa;  per  altri, invece, potrebbe assomigliare  al  momento  del  tè, ossia  a  un  intermezzo  breve  ma  non  troppo, rilassante  e  talvolta  evocativo.  Per  me  è  l’uno  e  l’altro, a  seconda  dei  giorni, anche  se  propendo  per  il  tè.

Ora, a  coronamento  di  questa  filippica, una  canzone  spensierata  utile  ad  alleggerire  l’atmosfera: The  Coffee  Song,  diretta  da  Johnny  Mandel  e  interpretata  da  Frank  Sinatra. Una  canzone  per  svagarsi,  certo, ma  è  uno  svago  di  alto  livello  e  una  sferzata  d’energia  indescrivibile  a  parole. Signore  e  signori, il  caffè  è  servito. 😀

Pomeriggi estivi

Certi  pomeriggi  estivi, specialmente  di  domenica, sono  particolarmente  silenziosi: le  strade  deserte, le  finestre  chiuse, il  cielo  immobile. È  il  saggio  silenzio  di  chi  sa  di  dover  risparmiare  le  forze  durante  le  ore  più  torride  e  ostili. Ma  è  anche  il  silenzio  di  chi  guarda  lontano, oltre  l’orizzonte  opaco  invaso  dall’afa, per  inventare  speranze, afferrare  anni  remoti, prepararsi  a  un’altra  stagione.

D’autunno, certi  silenzi  pomeridiani  sono  lievi  ombre  malinconiche  ma  affettuose,  che  regalano  un  misterioso  senso  di  pace  e  forse   una  strana rassegnazione. D’estate, invece, alcuni  silenzi  sono  pause  opprimenti  e  quasi  forzate, in  attesa  che  la  vita  torni  a  scorrere  con  i  suoi  ritmi  consueti – in  attesa  che  giungano  il  vento  e  la  pioggia  a  regalare  il  respiro.

 

(Nell’immagine  il  dipinto  Il  pergolato, di  Silvestro  Lega)

Silenzi d’estate

Tutti  gli  anni, quando  arriva  l’estate, la  prima  parola  che  mi  viene  in  mente   è  libertà. Il  sole  e  le  giornate  lunghissime, unite  ai  discorsi  sulle  imminenti  vacanze, evocano  immagini  colme  di  spensieratezza, di  pace, di  colori  forti  e  decisi. Le  mura  di  casa  cominciano  a  diventare  soffocanti, la  pianura, squallida  e  malsana, è  un  luogo  da  abbandonare  almeno  per  alcuni  giorni  e  le  ansie  sono  un  fardello  da  gettare  via  senza  rimorsi. Per  essere  finalmente  liberi, per  inebriarsi  di  luce  e  di  nuovi  orizzonti. È  il  momento  della  dispersione, delle  frivolezze, dei  giochi  con  la  vita, del  disimpegno.

Eppure  anche  l’estate, come  le  altre  stagioni, ha  i  suoi  silenzi, i  suoi  momenti  di  quieto  raccoglimento. I  silenzi  d’estate  accompagnano   il  primo  pomeriggio, quando  le  strade  roventi  per  il  caldo  sono  quasi  vuote  e  l’afa  impone  una  lentezza  altrimenti  sconosciuta. Spesso  sono  silenzi  in  vista  della  festa, del  divertimento, dell’allegria  e  dello  svago:  sono  privi  di  solennità, a  tratti  persino  fatui,  oppure  monotoni  nella  loro  superficialità. E  quando  sono  invasi  dai  ricordi, non  raggiungono  mai  l’enigmatica  e  struggente  profondità  dei  silenzi  autunnali  o  la  rigorosa   severità  di  quelli  invernali, ma  conservano  sempre  la  loro  leggerezza, una  leggerezza  che  talvolta   diventa  indifferenza.

Buongiorno


Ormai è per me diventato irrinunciabile. E pensare che, fino all’età di diciannove anni, non potevo neppure sentirlo nominare e mi rifiutavo persino d’assaggiarlo.
Iniziai a berlo durante il primo anno d’università, quando, essendo costretta a fare ogni mattina la pendolare Modena-Bologna, pensai che fosse un buon modo per darmi una sferzata d’energia. E così, la prima volta che bevvi un’intera tazzina di caffè non fu nella tranquillità di casa mia, ma in un caotico bar bolognese. Il bello è che, dopo averla bevuta, mi giudicai sciocca per non averlo fatto prima.

Adesso, a distanza di anni, questo evento in apparenza molto banale mi colpisce e mi sembra importante, quasi un momento cruciale della mia esistenza. Probabilmente fu una sorta di rito di passaggio verso l’età adulta o, almeno, sono io che ora lo considero tale.

Tornando però al presente, adesso è mattina e quindi vi offro virtualmente un caffè per augurarvi buongiorno. 🙂

Immobile e contento


Il cognato di mio nonno, ormai deceduto da molti anni, era un tipo singolare. Il suo divertimento maggiore, nei momenti di riposo dal lavoro, consisteva nello starsene seduto per ore, muto e tranquillo, senza fare altro che pensare e guardare le montagne tutt’intorno. L’idea di fare una gita o di muoversi, anche senza andare troppo lontano, non lo sfiorava neppure.

Una volta un suo conoscente, colpito da tanta fissa immobilità, gli chiese perché di domenica se ne stesse invariabilmente lì, davanti alla porta di casa, senza sentire il bisogno d’allontanarsi un po’. Lui, tranquillo come sempre, rispose più o meno così: “Vedi, tutte queste persone che prendono la macchina, girano e si affannano tanto per andare chissà dove, questa sera dovranno tornare a casa. Dunque faticano per niente”. 😀

Oggi, mentre leggevo un libro sul Medioevo e stavo riflettendo sull’ideale della stabilitas, non ho potuto fare a meno di ripensare alle sue affermazioni. Ecco, se dovessi collocarlo con la fantasia in un’altra epoca storica, sceglierei senza dubbio i secoli dell’Alto Medioevo.